La dubbia opportunità del Prosur nel processo di integrazione regionale in America Latina

Per far fronte al profondo declino dell’Unasur, nel 2019 i paesi uscenti hanno deciso di dare vita a una nuova organizzazione in sostituzione dell’Unione delle Nazioni Sudamericane. Tuttavia, in un contesto già fortemente frammentato, il Prosur sembra solo l’ennesimo tassello fuori posto nell’intricatissimo puzzle dell’integrazione regionale latinoamericana.

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«Il Prosur sarà un luogo per sfruttare le opportunità, affrontare e risolvere problemi comuni. Questo forum sarà aperto a tutti i paesi dell’America del Sud, sarà un forum senza ideologie, che rispetterà la diversità e le differenze che ogni popolo decide quando sceglie i propri governi». Con queste parole, il presidente del Cile Sebastián Piñera ha battezzato la nascita di questo nuovo organismo internazionale. La proposta di formazione del Foro para el Progreso de América del Sur è stata presentata dallo stesso Piñera e dal presidente della Colombia Ivan Duque, nel gennaio 2019. Al primo vertice svoltosi a Santiago del Cile il 22 marzo 2019 hanno partecipato undici Stati, la dichiarazione finale è stata firmata da otto di questi: Argentina, Brasile, Ecuador, Cile, Colombia, Guyana, Paraguay e Perù. Bolivia, Suriname e Uruguay, pur avendo partecipato alla redazione del testo, non hanno firmato la dichiarazione finale.

Con la Declaración de Santiago che ha istituito il Prosur, è stata ribadita la volontà di costruire e consolidare uno spazio di coordinamento e cooperazione regionale che contribuisca allo sviluppo e al progresso dell’America Latina. Tra i requisiti necessari per richiedere l’ingresso in questa nuova entità vi è il rispetto della democrazia, dei rispettivi ordini costituzionali, il rispetto del principio di separazione dei poteri dello Stato, ma anche di altri elementi come la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali. La volontà dichiarata dai paesi firmatari è quella di rafforzare i contributi dei precedenti processi di integrazione sudamericani e di preservarne il patrimonio, prevedendo al contempo un quadro istituzionale più efficiente e pragmatico, con una struttura semplice che consenta di consolidare i risultati ed evolversi verso una regione più integrata. Le aspirazioni e i valori presentati dal Prosur, non si discostano molto da quelli espressi negli altri innumerevoli tentativi di integrazione portati avanti nel corso degli anni in America Latina. Tale somiglianza ha fatto sì che in molti si chiedessero se fosse effettivamente utile la creazione di questo nuovo organismo, in un contesto già fortemente frammentato che vede presenti, tra gli altri, Mercosur, Comunità Andina, Aladi, Alba-Tcp e la apparentemente moribonda Unasur.

Innanzitutto, a dispetto delle dichiarazioni di presunta neutralità ideologica, il Prosur appare come un forum decisamente politicizzato. Tutti i paesi firmatari – eccetto l’Ecuador che è semplice osservatore – fanno parte del Gruppo di Lima, un organo apertamente di opposizione al governo venezuelano. Il Gruppo di Lima, infatti, è un organismo multilaterale nato l’8 agosto 2017 di fronte all’aggravarsi della crisi politica, sociale, economica e umanitaria che sta attraversando il Venezuela e degli effetti collaterali negativi per la regione. L’organo può essere considerato come una coalizione di paesi con affinità ideologiche che, attraverso meccanismi di diplomazia multilaterale, si pone l’obiettivo di preservare la democrazia in Venezuela. I paesi membri attualmente sono diciassette: Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Guyana, Honduras, Panama, Paraguay, Perú e Santa Lucia. Il Messico, membro fondatore, si è ritirato nel 2017.

Secondo diversi studiosi, la decisione di creare il Prosur non è altro che il risultato della svolta conservatrice effettuata da molti paesi latinoamericani negli scorsi anni. Le critiche a questo nuovo progetto sono giunte da diversi ambienti, ivi compresi accademici e personalità di spicco dei paesi membri. Secondo Celso Amorim, ex ministro degli esteri e della difesa brasiliano: «il Prosur non è un’unione, bensì un programma, probabilmente dal Pentagono o dal Commando Sud, il cui intento è quello di distruggere l’Unasur e impedire ai governi progressisti di riemergere». Mentre per l’ex omologo peruviano di Amorim, Rafael Roncagliolo: «noi latinoamericani siamo più bravi a produrre nuovi acronimi e organizzazioni, piuttosto che nell’implementare effettivamente i progetti. Prima di creare un nuovo organismo, mi sembra una priorità provare a garantire le condizioni minime per un’azione unificata, che deve obbligatoriamente partire dalla soluzione della catastrofica situazione venezuelana».

La creazione del Prosur è stata combattuta con decisione anche dall’ex presidente della Colombia, nonché ex segretario generale dell’Unasur, Ernesto Samper. Tramite un comunicato pubblicato sulla sua pagina Twitter, Samper sottolinea che, se l’affiliazione al Prosur implica l’uscita dall’Unasur, occorre altresì rispettare le tempistiche previste e far fronte a tutti gli oneri finanziari precedentemente assunti. Inoltre, ha fatto presente che il ritiro dall’Unasur comporta la perdita di numerosi diritti, tra i quali permessi di lavoro temporanei di cui beneficiavano tre milioni di persone e sconti sul costo di medicinali e vaccini, ottenuti grazie all’Instituto Suramericano de Gobierno en Salud (ISENS). Infine, l’uscita dall’organizzazione causa automaticamente la rinuncia al lavoro concertato e accumulato in più di dieci anni nelle varie agende settoriali in materia elettorale, sanità, istruzione, infrastrutture, lotta alla criminalità organizzata, cultura e difesa.

Secondo alcuni analisti non sembra neanche particolarmente coerente l’accusa verso l’eccessivo ideologismo e burocrazia dell’Unasur, in quanto per un decennio hanno convissuto nella stessa organizzazione economie di mercato e statalizzate; governi anti imperialisti e governi filo statunitensi. In aggiunta, fin dal principio l’Unasur si è configurata come un’organizzazione flessibile – forse anche eccessivamente – ed è probabilmente quest’ultimo uno dei motivi che l’hanno resa scarsamente efficace. Stando ad altri osservatori, invece, la mancanza di pluralità ideologica che caratterizza l’Unasur fa si che l’America Latina accetti di ridursi a mero esecutore degli interessi di Washington, credendo così di poter usufruire di migliori dividendi materiali e simbolici. Per consentire l’erogazione di tali benefici, alcuni Stati dell’America Latina evitano di inserirsi in schemi di integrazione che possano in qualche modo inficiare il rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. Questa riconversione verso un regionalismo allineato con gli Stati Uniti è particolarmente evidente nell’abbandono delle agende autonome che caratterizzavano l’Unasur, in particolare per quanto riguarda i tentativi di risoluzione delle problematiche interne al blocco e l’accantonamento dell’esperienza del Consiglio di Difesa Sudamericano.

Il Prosur potrebbe quindi fungere da strumento geopolitico dei governi conservatori per riordinare la regione, concentrando l’attenzione su aspetti essenzialmente commerciali, in controtendenza rispetto ad altre precedenti organizzazioni che puntavano a un’integrazione su più campi. Inoltre, il riposizionamento verso gli Stati Uniti è volto a rendere l’area più attraente per gli investimenti da parte di società nordamericane, limitando al contempo la presenza di Cina e Russia. Se l’esperienza del Prosur dovesse proseguire, potrebbe portare a un riassetto geopolitico di vasta portata della regione anche in termini di infrastrutture, esportazione di risorse strategiche, apertura energetica, accordi di libero scambio e sicurezza. Tutto ciò sarebbe facilitato dagli accordi bilaterali che gli Stati Uniti hanno già stipulato con molti Stati dell’area.

Nonostante questo, Juan Herrera, ricercatore dell’Istituto Max Planck, sostiene che per poter far fronte alle sfide della geopolitica mondiale, al posto di creare un nuovo forum, sarebbe stato utile salvaguardare l’unica iniziativa che vedeva i dodici paesi sudamericani seduti allo stesso tavolo, l’Unasur. Di fronte alla stagnazione di quest’ultima, il Prosur è stato concepito come un’alternativa per far avanzare l’integrazione regionale, ma è una soluzione presumibilmente sbagliata: la moltiplicazione di entità regionali genera sovrapposizioni sia negli obiettivi che nelle funzioni di ciascuna istituzione che, invece di completarsi a vicenda, entrano in conflitto e si allontanano tra loro. Inoltre, da un punto di vista giuridico le decisioni del forum presentano un’importante problematica, non hanno effetti vincolanti per gli Stati membri. Non essendoci un trattato o istituzioni incaricate di controllare il raggiungimento degli obiettivi, la capacità di manovra del Prosur sarà molto limitata. Di fatto, non è previsto alcuno strumento che possa costringere i paesi a rispettare gli accordi presi.


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Rimane tuttavia chiaro che, per il momento, la grande sfida per il futuro del Prosur passa dal Venezuela. Finora gli sforzi della comunità internazionale in termini di dichiarazioni, risoluzioni, sanzioni economiche e finanziarie non solo non hanno sancito l’uscita di scena di Maduro, ma non hanno neanche impedito al regime chavista di manifestare la sua volontà di dare nuovo impulso all’Unasur. A tal proposito, dopo l’elezione degli eredi di Evo Morales in Bolivia, Luis Arce come presidente e David Choquehuanca come vice presidente, lo stesso Maduro; l’ex presidente dell’Ecuador Rafael Correa, e l’attuale presidente dell’Argentina Alberto Fernández, hanno parlato della possibilità di rilanciare l’Unione delle Nazioni Sudamericane. Non è ancora chiaro dove porterà questa rinnovata affinità, ma se l’Unasur dovesse riacquistare rilevanza, sarà con ogni probabilità un’organizzazione contrapposta al Prosur e frenata dai classici paletti ideologici che da sempre contribuiscono a indebolire e frammentare il lungo e tortuoso percorso verso la piena integrazione regionale in America Latina.