La dottrina Primakov: alle radici della politica estera di Putin

In venti anni, Vladimir Putin è stato artefice di una politica estera volta a ripristinare il prestigio perduto della Russia, emanciparla dal ruolo di gregaria del mondo occidentale e farla tornare nel novero degli attori imprescindibili della scena internazionale. Le radici di questi obiettivi affondano in un ripensamento del consenso strategico nella seconda metà degli anni Novanta di cui Evgenij Primakov divenne il principale rappresentante. Seppure adattati alle crisi successive, i principali corsi d’azione indicati a quel tempo da Primakov possono quindi fornire un’utile indicazione per interpretare la politica estera russa dell’era Putin. Così come riconosciuto dal Ministro degli Affari Esteri, Sergej Lavrov:  

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“Il momento in cui [Primakov] ha assunto la direzione del Ministero degli Affari Esteri ha annunciato una svolta fondamentale nella politica estera russa. La Russia ha abbandonato il sentiero che i nostri partner occidentali avevano tentato di farle seguire dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e ha intrapreso una strada per conto suo”.

Le origini: l’umiliazione degli anni Novanta

L’ultima decade del Novecento ha rappresentato per molti russi un periodo di profonda umiliazione e disillusione. L’iniziale speranza di creare un’autentica democrazia integrata nell’economia di mercato diffuse la volontà di emulare il modello occidentale. Tuttavia, il fallimento del pacchetto di riforme sociali e delle privatizzazioni della shock therapy promosse da ministri filoccidentali fece sì che la prosperità promessa non arrivasse mai, mentre al contempo, il prestigio internazionale della superpotenza sovietica era ormai pressoché dissolto.

Due eventi in particolare acuirono tale umiliazione: la decisione del summit NATO del 1997 di invitare Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca ad unirsi all’Alleanza due anni più tardi e il bombardamento NATO della Serbia nella guerra in Kosovo nella primavera del 1999. Nel primo caso, l’allargamento ad est della NATO avvicinava l’Alleanza Atlantica ai confini russi e venne visto come una violazione di quel patto del 1990 (mai ufficialmente sottoscritto) con il quale Gorbachev e il Segretario di Stato statunitense, James Baker, si erano accordati per inibire un allargamento dei confini della NATO oltre quelli dell’ex Repubblica Democratica Tedesca. Nel secondo caso, il bombardamento di un alleato storico della Russia, scavalcandone il veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, apparve come il segnale definitivo che era necessario riaffermare la volontà russa di tutelare i propri interessi.

In Russia prese dunque vigore il sentimento per cui il modello occidentale a guida statunitense non solo non aveva funzionato, ma aveva addirittura privato il Paese della sua influenza facendo maturare la consapevolezza che gli Stati Uniti avevano approfittato della – temporanea – debolezza della Federazione per favorire i propri interessi a scapito di quelli russi. Quasi per un meccanismo di compensazione psicologica, una nostalgia per il passato imperiale e sovietico andò quindi diffondendosi prefigurando la necessità di un nuovo consenso strategico.

Per rinvigorire il sentimento nazionale, El’tsin impartì dunque un fondamentale cambiamento alla direzione della politica estera russa sostituendo nel 1996 al Ministero degli Affari Esteri Andrej Kozyrev con Evgenij Primakov, ex direttore dei Servizi segreti esteri, che ripudiò apertamente le istanze eccessivamente filoccidentali e riformatrici del suo predecessore. Nel 1998 Primakov divenne Primo Ministro e, pur ricoprendo tale carica per soli nove mesi, impresse una svolta strategica dall’impatto duraturo.

La dottrina Primakov

Fin dal 1993, in merito a una possibile espansione a est della NATO, Primakov affermò che la nuova Russia avesse il diritto di vedere la sua opinione presa in considerazione. Negli anni successivi elaborò ulteriormente tale pensiero trasmettendo il messaggio che la Russia non sarebbe più stata un docile allievo dell’Occidente, ma avrebbe operato in modo tale da ritornare ad essere un attore indispensabile di un sistema multipolare, attento ai propri interessi laddove la cooperazione con l’Occidente non si fosse rivelata possibile. Secondo tale visione, un mondo a guida unipolare statunitense non solo è incompatibile con gli interessi russi ma è anche più instabile rispetto a un sistema multipolare gestito da un concerto di grandi potenze che limitino l’egemone.

Per implementare tale visione, Primakov considerava necessario intraprendere tre corsi d’azione: creare un asse strategico con Cina e India, e potenzialmente con l’Iran, rafforzare l’integrazione con la Comunità degli Stati Indipendenti (CIS) e la Bielorussia, ed impedire ulteriori espansioni della NATO. Consolidare l’influenza russa sul cosiddetto Estero Vicino divenne dunque la precondizione per poter ripristinare il prestigio perduto.

Nell’immediato, i piani di Primakov si concretizzarono nella creazione dell’Unione Statale con la Bielorussia nel 1996, in una cooperazione con Teheran per lo sviluppo del nucleare a scopi civili, nel ruolo mediatore russo nella gestione dei conflitti regionali in Asia Centrale, nell’istituzione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai nel 2001, e, infine, nell’opposizione insieme a Francia e Cina all’intervento americano in Iraq.

La dottrina Primakov nell’era di Putin

Diventare un polo di potere indipendente richiede risorse notevoli e molto tempo. È per questo che i primi risultati rilevanti nella politica estera ispirata da Primakov si sono visti solo sotto l’operato di Vladimir Putin. Forte della grande ripresa economica dei primi anni 2000, la Russia ha adottato una postura sempre più assertiva sulla scena internazionale, annunciata simbolicamente dall’intervento alla Conferenza di Sicurezza di Monaco del 2007 dove Putin sottolineò i pericoli dell’unipolarismo e dell’azione aggressiva e destabilizzatrice della politica estera statunitense.

A partire dal 2007, si possono, dunque, identificare con sempre maggiore chiarezza quei corsi d’azione delineati da Primakov. Un anno dopo il discorso di Monaco, la repentina guerra russo-georgiana mostrò, infatti, la determinazione di Mosca a impedire ulteriori espansioni della NATO. L’annessione della Crimea e la crisi in Donbass di sei anni dopo ribadirono tale determinazione con ancor più enfasi. Contemporaneamente, per intensificare l’integrazione dello spazio post-sovietico sotto la guida russa, nel 2014 venne create l’Unione economica eurasiatica con la Bielorussia e il Kazakistan. Infine, l’intervento in Siria ha permesso la protezione di interessi russi in Medio Oriente e ricordato l’imprescindibilità dell’attore russo sullo scacchiere internazionale.


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Parallelamente, la cooperazione multisettoriale tra Pechino e Mosca ha visto un crescendo costante, favorito soprattutto dalla degradazione delle relazioni tra Russia e Occidente in seguito alla crisi ucraina. Per limitare gli effetti delle sanzioni occidentali, Mosca è stata costretta a riorientare le sue esportazioni di energia e armi verso Pechino, in costante necessità di idrocarburi e impegnata in una profonda modernizzazione militare. Queste ragioni inducono gli esperti a ridurre tale cooperazione a un mero rapporto – asimmetrico – di convenienza strumentale, in cui Mosca dipende da Pechino più di quanto Pechino necessiti della prima. A complicare le relazioni si aggiunge, inoltre, la potenziale competizione in Asia Centrale nel quadro della Belt and Road Initiative. Sebbene, dunque, entrambi i Paesi condividano l’obiettivo di limitare il dominio statunitense per favorire un ordine multipolare, i punti di criticità che pesano sulla partnership sino-russa rimangono molteplici e profondi.

Nel futuro imminente, considerati gli sviluppi delle ultime settimane, l’area che merita più attenzione per studiare i possibili sviluppi della dottrina Primakov sarà la Bielorussia, il cui progetto di annessione era iniziato non a caso proprio sotto di lui con la firma del Trattato di unione tra i due paesi.

Giulia Ginevra Nascetti

Geopolitica.info