La dottrina Karaganov e la policy dei “compatrioti”: la protezione dei russi nell’Estero Vicino

All’indomani della dissoluzione dell’Unione Sovietica, nelle ex repubbliche sovietiche 22 milioni di cittadini russi si ritrovarono a vivere in territorio straniero. I contorni di questa diaspora non erano tuttavia definiti. Quale legame Mosca doveva preservare con loro? Cosa caratterizzava l’identità russa? E ancora, questi cittadini potevano fungere da leva per rinsaldare l’influenza del Cremlino sull’Estero Vicino? Si tratta di questioni tornate rilevanti a seguito dell’annessione della Crimea alla Federazione nel marzo 2014. La protezione dei compatrioti all’estero in nome dell’interesse nazionale russo è da allora una delle politiche di punta della presidenza di Putin. Eppure, le fondamenta di tale visione risalgono al novembre 1992, quando Sergej Karaganov per primo indicò l’importanza che poteva ricoprire la diaspora russa nella politica estera del Paese.

La dottrina Karaganov e la policy dei “compatrioti”: la protezione dei russi nell’Estero Vicino - Geopolitica.info Photo source: Jurij Smitjuk – TASS

La dottrina Karaganov

In un intervento a una conferenza nel 1992, Sergej Karaganov, osservando le cose in prospettiva, rilesse in maniera originale il trauma ancora recente della dissoluzione dell’impero sovietico. Egli riteneva infatti che, se opportunamente controllata e coltivata dal Cremlino, la diaspora russa avrebbe assicurato a Mosca una duratura e permeante influenza politica ed economica sugli stati eredi delle repubbliche sovietiche. I nuclei di minoranze russe nell’Estero Vicino potevano dunque diventare strumenti adatti a supportare l’interesse nazionale russo. Di conseguenza Mosca avrebbe dovuto agire per assicurarsi la loro lealtà, presentandosi come il garante dei loro diritti e interessi qualora fossero stati oggetto di discriminazione da parte delle nuove autorità post-sovietiche. Nel momento del bisogno, Mosca sarebbe corsa in loro soccorso, anche militarmente e soprattutto – avvertiva Karaganov – perfino in maniera preventiva qualora ciò fosse stato ritenuto opportuno. Ma nella Russia di Eltsin, ancora desiderosa di integrarsi docilmente con l’Occidente, tali propositi nazionalisti e potenzialmente bellicosi non ottennero seguito presso il Presidente. Tuttavia, con il cambio di rotta della politica estera impresso da Primakov e portato avanti da Putin, le idee di Karaganov vennero progressivamente recuperate fino ad essere ufficialmente codificate nella dottrina militare russa del 2014 e nel concept di politica estera del 2016. Quest’ultimo documento, in particolare, prefissa la protezione dei compatrioti residenti all’estero come uno degli obiettivi della politica estera della Federazione Russa (punto 3h), enunciando che :

“Con riferimento agli interessi nazionali della Federazione Russa e alle sue priorità strategiche nazionali, le attività di politica estera dello stato devono mirare ad assicurare una protezione onnicomprensiva ed effettiva dei diritti e degli interessi legittimi dei cittadini russi e dei compatrioti residenti all’estero”

I criteri per risultare “compatrioti” (sootečestvenniki) sono tuttavia volutamente imprecisi in quanto le autorità tendono a far rientrare nella categoria non solo i cittadini russi e gli individui etnicamente russi e di madrelingua russa, ma anche le loro famiglie e tutti coloro che hanno mantenuto legami culturali e di altra natura con la Federazione, sia direttamente che attraverso dei parenti. Una formula che va ben oltre a quella, assai più restrittiva, che individua come russi i soli detentori di un passaporto della Federazione Russa. Ad oggi, gli stati con le maggiori comunità russe sono l’Estonia e la Lituania (25% della popolazione), il Kazakistan (20%), l’Ucraina (17%).

Tra una dottrina Monroe “alla russa” e il Russkij Mir

Secondo Karaganov, le comunità russe nei nuovi stati indipendenti erano delle enclave politiche che avrebbero assicurato il perdurare dell’influenza di Mosca nello spazio post-sovietico. Tale visione scaturiva dall’idea secondo la quale, alla neonata Federazione Russa, doveva spettare il diritto di rivendicare su quei territori un’influenza politica analoga alla dottrina Monroe statunitense. Pertanto, così come Washington non avrebbe tollerato interferenze europee sul continente americano, così Mosca si sarebbe assicurata che nessuno stato post-sovietico avrebbe integrato strutture occidentali. Questo spiega perché l’entrata delle repubbliche baltiche nella NATO nel 2004 e le contemporanee rivoluzioni colorate nello spazio post-sovietico siano diventate per gli strateghi russi una ossessiva fonte di preoccupazione da contrastare in tutti i modi.

La supposizione occidentale per cui la Russia avrebbe gradualmente accettato la perdita dell’impero era quindi destinata ad essere smentita. Ma in Russia, durante il complicato processo di ridefinizione dell’identità nazionale degli anni Novanta, questi intenti erano ancora opachi. Il consenso strategico – che pure era già presente in nuce nelle dichiarazioni di Karaganov – venne raggiunto solo verso la fine del decennio con l’arrivo di Primakov e strutturato in seguito da Vladimir Putin. A partire dal secondo mandato di quest’ultimo, le idee di Karaganov vennero quindi riprese e associate in maniera sempre più sistematica al concetto di “mondo russo” (Russkij Mir). Inizialmente nato come una discussione filosofica intorno a quali fossero gli elementi fondanti della civilizzazione russa, il Russkij Mir è diventato un’iniziativa etnocentrica supportata dal Cremlino al fine di consolidare il legame di lealtà che unisce la diaspora russa a Mosca sulla base di valori tradizionali e antiliberali.

Il Russky Mir raduna quindi una comunità dai contorni volutamente indefiniti, e che trascende i confini della Federazione, la quale, dal 1991, si trova in una situazione in cui i confini nazionali non coincidono più con quelli etnici. Tale disallineamento, per il Cremlino, rappresenta sia un’ingiustizia storica che una minaccia alla sicurezza dell’interesse nazionale. Indi per cui, è diritto della Russia intervenire nei territori dell’Estero Vicino in protezione di quegli appartenenti al mondo russo ritenuti in pericolo. Secondo tale visione, l’annessione della Crimea va interpretata quindi non solo come l’atto di uno stato in grado di proteggere i suoi interessi ma anche come la reintegrazione nel Paese di una regione, culturalmente russa, che si trova in condizione di pericolo.

La dottrina Karaganov all’opera

Date queste premesse è evidente che la protezione della diaspora russa all’estero diventa uno strumento di politica estera manovrabile dal Cremlino. A volte per portare a termine incursioni territoriali come in Crimea o in Georgia, altre per mettere sotto pressione altri stati al fine di studiarne le reazioni o per dissuaderli da determinate azioni, come nel caso delle repubbliche baltiche. Il fatto di agire o non agire, e sempre secondo gradazioni diverse d’impegno, riflette pertanto il carattere strumentale che la protezione della diaspora russa ha nei disegni del Cremlino.

Il caso della Crimea è sicuramente l’illustrazione più evidente di tale strumentalità. Nel suo discorso sulla Crimea del 18 marzo 2014, Putin dichiarò che la Russia avrebbe sempre difeso gli interessi dei milioni di russi o di madrelingua russa presenti in Ucraina perché la loro protezione rientrava nell’interesse nazionale russo. La protezione della comunità russa in Crimea divenne il pretesto per un’annessione che però dipendeva in primis da calcoli strategici: sottrarre un punto di snodo ad alta valenza geopolitica a un Paese che era sempre più pericolosamente allineato alle strutture atlantiche ed europee. Per Mosca, un ulteriore avvicinamento dell’influenza occidentale ai propri confini era intollerabile e la risposta a questo espansionismo occidentale doveva essere data con un “pugno di ferro” come aveva auspicato Karaganov già nel 2011. A questa motivazione se ne aggiungeva un’altra: segnalare al mondo che l’orgoglio nazionale russo era pronto a riparare alle ingiustizie storiche sopra accennate.

Le stesse motivazioni contribuiscono a spiegare l’intervento armato in Georgia nell’agosto 2008, giustificato ufficialmente, ancora una volta, con la necessità di proteggere i cittadini russi dell’Ossezia del Sud, e i peacekeeper della CSI dispiegati nella regione dal 1992. È interessante notare che nel 2008 le dichiarazioni ufficiali si riferivano unicamente ai cittadini russi, quindi a persone in possesso di un passaporto russo, senza utilizzare né il termine “compatrioti”, né “di madrelingua russa”. Al contrario, nel 2014, nei suoi discorsi Putin fece apertamente riferimento anche a questi ultimi termini dai contorni ben più vaghi. Da ciò si evince l’incrementale crescita di rilevanza della dottrina di Karaganov nella politica estera del Cremlino.

Sia nel caso georgiano che nella crisi ucraina, è importante ricordare la “politica dei passaporti” attuata dal Cremlino prima del verificarsi degli eventi bellici. In Georgia, a partire dal 2006 le autorità russe accordarono la cittadinanza russa agli osseti meridionali e la stessa cosa avvenne nel caso ucraino. Dopo sei anni di conflitto nel Donbass, seppure non interessata all’annessione delle regioni separatiste di Luhans’k e Donec’k, Mosca sembra accontentarsi di limitare la sovranità ucraina ma lo fa rinforzando al contempo la sua influenza sulla regione tanto che, nel giugno 2020, le autorità russe hanno annunciato l’intenzione di rilasciare un milione di passaporti russi ai residenti delle regioni orientali dell’Ucraina.


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In prima fila fra gli stati che temono un’applicazione diretta della dottrina Karaganov vi sono l’Estonia e la Lettonia. Occorre però ricordare che, mentre Georgia e Ucraina erano ancora in trattativa per associarsi alle strutture atlantiche, gli stati baltici erano invece già membri dell’Alleanza e quindi protetti dall’articolo V. Pertanto, un intervento russo dell’ordine di quanto avvenuto in Georgia e in Ucraina su pretesto della protezione delle minoranze russe presenti in Lettonia o in Estonia appare difficilmente praticabile, consigliando al Cremlino grande cautela. Ciò non significa, tuttavia, che Mosca si asterrà dal rafforzare i suoi legami con il mondo russo al fine di destabilizzare indirettamente il panorama politico estone o lettone.

Forse è proprio in questa indeterminatezza che risiede il punto di forza della dottrina Karaganov. Esattamente come i confini del Russkij Mir sono lasciati volutamente vaghi, così lo è lo spettro degli interventi possibili. Potendo agire sui legami culturali, sociali ed economici, con una destabilizzazione sociopolitica, o paventando l’intervento militare, Mosca è pronta a dispiegare la sua influenza sull’Estero Vicino. Lo spettro di questa minaccia indiretta, ma sempre incombente, può quindi rinsaldare la presenza russa sullo spazio post-sovietico ma, affinché la restaurazione dell’influenza russa, auspicata da Karaganov, possa avere successo, il ruolo del Russkij MIr rimane fondamentale, richiedendo ai russi che vivono oltreconfine lealtà, memoria e una potente identificazione con i valori comuni riproposti dal Cremlino.

Giulia Ginevra Nascetti
Geopolitica.info