La “dottrina” Gerasimov e il New Generation Warfare

Il 26 febbraio 2013, la rivista militare VPK pubblicò l’intervento tenuto dal Capo di Stato Maggiore generale Valerij Vasil’evič Gerasimov durante una conferenza dell’Accademia di Scienza Militare di Mosca. L’articolo, dal titolo “Il valore della scienza sta nella lungimiranza. Nuove sfide richiedono un ripensamento delle forme e dei metodi delle operazioni di combattimento”, esponeva la necessità, per le forze armate russe, di adattare i propri mezzi e metodi di combattimento alle nuove sfide del XXI secolo.

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In particolare, Gerasimov poneva l’accento sul fenomeno destabilizzatore delle Primavere arabe, considerate dal Cremlino delle vere e proprie rivoluzioni colorate orchestrate da Washington. Nei mesi successivi, l’intervento di Gerasimov venne condiviso sul blog dell’esperto di Russian Studies Marc Galeotti che lo definì “dottrina”, in assenza di un termine più adatto. Pochi mesi dopo avveniva l’annessione della Crimea che tanto ricordava quelle modalità di sovversione sociopolitica attraverso strumenti e modalità intersettoriali che Gerasimov aveva individuato nelle primavere arabe. Con il senno di poi sembrerebbe che il Capo di Stato Maggiore russo avesse già profetizzato lo scenario ucraino. Così, proprio a seguito della crisi ucraina, un intervento inizialmente destinato al circoscritto pubblico militare russo e incentrato sullo stato dell’arte militare russa, divenne oggetto di un grande dibattito in seno agli analisti occidentali, una parte dei quali vi lesse la conferma esplicita delle rinnovate intenzioni aggressive russe. In ogni caso, al di là del dibattito, tutto accademico, sul fatto che il pensiero di Gerasimov possa definirsi o meno una dottrina programmatica, l’espressione è ormai entrata nel linguaggio comune e fornisce una chiave di interpretazione del New Generation Warfare.  

“Nuove sfide richiedono un ripensamento delle forme e dei metodi delle operazioni di combattimento”

L’evento scatenante dietro l’intervento di Gerasimov nel 2013 furono le primavere arabe dei due anni precedenti. Agli occhi di Mosca tali rivolte apparvero come la reiterazione di quanto accaduto in Iraq nel 2003 e delle Rivoluzioni colorate del 2004-2005 nello spazio post-sovietico. Secondo il Cremlino, dietro tali sconvolgimenti sociopolitici si celava ancora una volta la volontà di Washingtondi orchestrare una nuova ondata di rivoluzioni colorate finalizzate ad eliminare quei regimi che poco assecondavano gli interessi americani, con la conseguenza, inaccettabile per Mosca, di produrre effetti a cascata in paesi suoi alleati o a lei vicini, Siria e Libia in particolare.

Nel suo intervento Gerasimov parte dalla constatazione che le rivoluzioni colorate in Nord Africa e Medio Oriente “hanno trasformato nel giro di pochi mesi stati perfettamente funzionanti in arene di feroce conflitto armato, oggetto di intervento straniero, e devastati dalla guerra civile e dalla catastrofe umanitaria” per giungere alla conclusione che, date le loro conseguenze parimenti distruttive sul piano economico, politico e sociale, le rivoluzioni colorate possono essere equiparate a delle vere e proprie guerre. Anzi, a suo dire, la nuova guerra del XXI secolo assumerebbe proprio queste caratteristiche dai contorni ben più indefiniti. Nel futuro, dunque, si profilerebbero guerre non più dichiarate, ma vere e proprie zone grigie, in cui non sarebbe più possibile distinguere pace e belligeranza e in cui, soprattutto, il ruolo dei mezzi non-militari avrebbe raggiunto un’importanza tale da renderli spesso più efficaci di quelli strettamente militari. Secondo Galeotti, la sovversione diventava ora agli occhi di Gerasimov non più il preludio alla guerra ma la guerra essa stessa.

In questo nuovo contesto, Gerasimov rileva dunque come, al fine di ottenere il successo politico-strategico nel conflitto, il focus dei metodi di conflitto si è mosso sempre più nella direzione dell’uso integrato di strumenti non-militari. Così, l’insieme delle leve politiche, economiche, diplomatiche, umanitarie, cibernetiche e informative è destinato ad essere sfruttato in coordinazione al “potenziale di protesta della popolazione”. Tuttavia, seppure in veste più o meno nascosta, attraverso operazioni delle forze speciali o di peacekeeping, Gerasimov sottolinea comunque come la componente militare rimanga essenziale, subentrando sempre quando necessario. In questo nuovo scenario di guerra asimmetrica, i combattimenti frontali vengono sostituiti da azioni a lunga distanza e contactless grazie all’uso di armi automatizzate basate su nuovi principi fisici.

Pertanto, prendendo atto del mutato carattere della guerra, Gerasimov invitò la comunità militare russa ad adattare i propri mezzi e metodi alla nuova situazione in essere. L’anno successivo, in concomitanza alla pubblicazione della nuova dottrina militare russa, Gerasimov precisò che il fine di questo utilizzo concertato di tutti i mezzi a disposizione è volto allo sviluppo di una strategia onnicomprensiva in grado di difendere gli interessi della Federazione. Le parole del Capo di Stato Maggiore assumono, quindi, una duplice valenza di riflessione strategica. Da un lato, esse esplicitano la presa di coscienza da parte russa della nuova natura della guerra moderna, concettualizzandone il carattere ibrido e indicando agli istituti di ricerca militari russi la direzione nella quale produrre nuove soluzioni operative. Ma, dall’altro, annunciano indirettamente la rinnovata volontà russa di reagire a quelle minacce che potrebbero destabilizzare la Federazione o i suoi interessi nell’Estero Vicino.

New Generation Warfare

Negli anni successivi la comunità militare russa ha accolto l’invito di Gerasimov, sviluppando un insieme di principi militari definiti in russo “Voina novogo pokoleniia”, in inglese “New Generation Warfare” (NGW). Spesso gli analisti occidentali tendono ad associare il NGW all’hybrid warfare (HW), di matrice occidentale. Tuttavia, seppure simili nelle tecniche, NGW e HW hanno alle spalle delle fonti e tradizioni militari diverse, sufficientemente diverse da far rifiutare ai circoli russi l’utilizzo del termine di hybrid warfare.

Decisive nello sviluppo del NGW sono state infatti la tradizione militare sovietica delle “misure attive” (l’insieme di quelle azioni offensive che attraverso l’inganno, il sotterfugio, la disinformazione e il sabotaggio permettono di bloccare l’attività nemica a uno stadio iniziale) nonché la Rivoluzione negli Affari Militari degli anni Ottanta, che puntava invece alla sconfitta dell’avversario interrompendone il processo decisionale con attacchi elettronici sulla sua catena di comando e controllo. Entrambe le tecniche miravano a manipolare la visione della realtà dell’avversario producendo al contempo condizioni operative favorevoli al raggiungimento degli obiettivi strategici sovietici. Questo era l’impianto teorico su cui operarono Gerasimov e i suoi colleghi.

Il NGW è una teoria della vittoria che mira alla sconfitta dell’avversario enfatizzando l’uso integrato di quegli strumenti di influenza militari e non per massimizzarne l’effetto coercitivo. Il NGW opera, dunque, attraverso un amalgama intersettoriale di strumenti di hard e soft power e può attingere a molteplici gradazioni di coercizione: da quella militare e nucleare, a quella economico ed energetica, passando per quella politica e diplomatica e, soprattutto, quella cibernetica e della sfera dell’informazione. Il NGW è quindi una strategia di coercizione dall’intento olistico che non abbandona in alcun modo l’uso della forza militare, ma che lo diluisce mediante un’ampia serie di strumenti complementari. Ciò può tradursi in una gamma di azioni che spaziano dagli attacchi cibernetici alle campagne di contro-informazione, dai richiami costanti all’arsenale nucleare russo alle operazioni sotto copertura, fino, in extrema ratio, a veri e propri interventi militari. Sulla scia della tradizione sovietica, questi strumenti agiscono in primis sulla percezione dell’avversario cercando di alterarne le scelte strategiche e il comportamento in modo da fomentarne opportunisticamente le divisioni interne o da manipolarne il processo decisionale.

Una strategia della controffensiva

Come detto, l’intervento di Gerasimov non è altro che il riconoscimento di queste nuove tecniche di guerra moderna seguito dall’invito ai circoli militari e strategici russi a reagire agli eventi in atto. In quest’ottica il NGW diventa una controreazione a un nuovo tipo di guerra che per scopi e strumenti Mosca attribuisce prima di tutto a Washington. In modo quasi beffardo, dunque, l’intervento di Gerasimov segnala l’intenzione di Mosca di volgere a suo vantaggio quelle stesse tecniche di guerra ibrida che Washington aveva introdotto per prima. Dietro questo intento si cela però una strategia che Gerasimov stesso definisce di “difesa attiva” che porta la Federazione a compiere delle misure preventive in grado di neutralizzare le minacce alla sicurezza nazionale.

Alla luce della prolifica attività di politica estera russa dal 2008 in poi, in molti faranno fatica ad ammettere che la strategia russa possa venire interpretata come “difensiva”. Eppure, riassumendo sinteticamente, fin dai tempi del giogo tataro (XIII-XV secolo), esiste in seno ai circoli politico-militari russi una vera e propria ossessione per l’invasione straniera e per l’assedio. Vi sono aspetti così profondi che non si possono trascurare. In tali circoli la percezione dominante è che la Russia, indipendentemente dalle sue conformazioni politiche, si trovi perennemente sotto attacco e sia oggetto di un accerchiamento volto a distruggere la sua entità geopolitica. Ne deriva un atteggiamento strategico che porta la Federazione Russa a difendersi, da una parte chiudendosi a riccio di fronte ad influenze esterne giudicate destabilizzatrici, e dall’altra, contrattaccando laddove Mosca ritenga i suoi interessi geostrategici nell’Estero Vicino in pericolo. Pertanto, si può assumere che l’incursione occidentale in Georgia e Ucraina unitamente alle Primavere arabe abbiano riattivato questa paura atavica determinando la reazione da parte russa.


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Agli occhi del Cremlino le Rivoluzioni colorate dei primi anni duemila e le nuove Primavere arabe erano, infatti, elementi di una stessa catena sovversiva che potenzialmente avrebbe potuto infiammare anche i territori all’interno dei confini della Federazione. Non a caso, la dottrina militare russa del 2014 riconosce come minacce interne i tentativi di soggetti stranieri di destabilizzare la situazione sociopolitica della Federazione e come minacce esterne quelle di destabilizzazione di altri paesi o regioni. In quanto tali, queste minacce dovevano essere fermate e l’intervento di Gerasimov segnalava quale strada si sarebbe dovuta intraprendere dal punto di vista militare: vale a dire l’adozione, l’adattamento e il perfezionamento di quelle stesse tecniche di sovversione che Mosca temeva potessero venire usate contro i suoi interessi. In quest’ottica, la dottrina Gerasimov subentra nel panorama strategico russo per fornire un programma operativo al ripensamento strategico che Evgenij Primakov aveva impresso per primo alla politica estera russa a fine anni Novanta e che Vladimir Putin raccolse e sviluppò ulteriormente.