La diplomazia del debito a sud del Sahara

La famosa trappola del debito cinese in Africa è ormai un tema caldo e divisivo tra gli studiosi, un dilemma non ancora risolto che però ha implicazioni reali nella politica estera degli attori tradizionali. A seguito della pandemia la questione circa la sostenibilità del debito africano tornerà (anzi, è già tornata) prepotentemente sullo scacchiere internazionale, aprendo una finestra di opportunità per guadagnare maggiore influenza sulla regione. 

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Il report di fine ottobre 2020 di Fitch ha messo in evidenza un impatto attutito della pandemia sull’economia generale della regione sub-sahariana, con una contrazione della crescita intorno al 2,4% nel 2020 ma con un ritorno a un tasso di crescita del 4% previsto per il 2021.  Ciononostante, gli effetti indiretti sui prezzi delle materie prime, il crollo del turismo e le condizioni riviste di finanziamento hanno contribuito significativamente al freno della crescita, portando Fitch a declassare sette paesi africani. Come si evince anche dal report, i declassamenti non sono dovuti esclusivamente alla pandemia ma hanno rispecchiato un deterioramento del debito sovrano che già nel 2019 si attestava intorno al 56,5% del PIL nella regione, e che avrà come probabile conseguenza un ulteriore deterioramento, arrivando al 72,8% del PIL nel 2022. L’enorme pressione dell’indebitamento nazionale a sud del Sahara, spesso insostenibile senza l’aiuto delle istituzioni finanziarie, è stata messa ancora più in luce dalla recente crisi sanitaria ma preoccupa ormai da decenni. I nervosismi degli osservatori internazionali sono aumentati con la diffusione delle nuove linee di credito tra Africa e Pechino, che sarebbero colpevoli – secondo alcuni – di destabilizzare ulteriormente la già vulnerabile situazione finanziaria africana. I timori sono quelli di rivivere una crisi del debito come quella degli anni Ottanta. Alcune delle peculiarità economiche che avevano facilitato la crisi, infatti, sono ancora presenti, in particolare la volatilità dei prezzi delle materie prime e il deprezzamento delle valute locali rispetto al dollaro (USA) che si traducono in entrate fluttuanti e prestiti più onerosi da ripagare. Le preoccupazioni circa il debito sovrano africano hanno delle conseguenze nella politica internazionale, nelle relazioni tra organizzazioni finanziarie e Stati ma anche nello spazio di manovra possibile per i paesi africani.

In un report del 2018 la Banca Mondiale ha evidenziato come i prestiti multilaterali verso la regione si siano ridotti dopo la spirale negativa imboccata nel 2012, a differenza di quelli bilaterali con paesi non membri del Paris Club, considerati come una minaccia alla tenuta finanziaria dell’area. Gli occhi del mondo occidentale sono diretti a oriente da anni ormai, tentando di analizzare le linee di credito cinesi e quella che ipotizzano possa diventare una trappola del debito ‘Made in China’. Pechino è stata accusata di avanzare la ‘diplomazia del debito’ come strumento geopolitico, accrescendo il livello di dipendenza di stati piccoli, come molti di quelli africani, con la conseguenza di limitarne la sovranità e appropriarsi di asset strategici, data la loro incapacità di sostenere un elevato tasso di indebitamento.  Il centro di ricerca China-Africa della John Hopkins University si è spinto oltre sostenendo che Pechino stia deliberatamente promuovendo progetti in perdita con il fine di garantirsi il controllo di punti strategici. Ad oggi è difficile, però, costruire un’analisi completa e inconfutabile a riguardo, anche a causa del minor livello di trasparenza in materia di finanza della Cina, se comparata all’Europa o agli Stati Uniti. Molti vedono in Pechino un creditore più flessibile e meno interventista delle organizzazioni finanziare o i paesi occidentali, promotore di linee di credito con una minore condizionalità e rigidità che potrebbero avere un effetto positivo sullo sviluppo dell’area. Un caso esplicativo di questa visione riguarda la ferrovia finanziata tra Addis Abeba e Gibuti: il governo etiope è riuscito a rinegoziare le condizioni del prestito e a dilazionare il rimborso in 30 anni, anziché in 15 come pattuito in precedenza. Si tratta di un esempio in controtendenza con le molte accuse rivolte alla Repubblica Popolare Cinese ma che non basta a screditarle.


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Se non è ancora possibile affermare con certezza le intenzioni di Pechino, vale la pena monitorarne le mosse anche alla luce dell’impatto che hanno sulle strategie degli attori occidentali. Già nel 2008 con una risoluzione, il Parlamento Europeo si è scagliato con forza contro la presenza cinese in Africa, in quanto renderebbe vano lo sforzo dell’Unione e delle organizzazioni multilaterali per promuovere il rispetto dei diritti umani come condizionalità dei fondi e impedirebbe nel futuro ai paesi della regione di accedere a nuovi prestiti. Gli stati africani chiedono da tempo una ristrutturazione e cancellazione del debito con i partner europei e multilaterali, a cui viene imputata la responsabilità storica per i debiti di epoca coloniale e le passate politiche di sviluppo errate. Nel 2005 la Multilateral Debt Relief Initiative ha aiutato 35 paesi dell’Africa subsahariana a cancellare 100 miliardi di dollari di debito estero, in un programma coordinato a livello internazionale tra la Banca Mondiale, il Fondo Monetario e la Banca Africana dello Sviluppo. Molti paesi africani hanno sfruttato l’alleggerimento del debito per cercare nuovi finanziatori sia sul mercato finanziario che tra i paesi emergenti, con il rischio che questa nuova corsa metta a rischio gli sforzi fatti fin qui per evitare una crisi del debito nella regione. Nonostante la Cina rappresenti il 20% del debito esterno del continente, le organizzazioni filoccidentali detengono ancora il primato con il 35%. Ad aprile, durante la prima ondata dell’epidemia, il Presidente del Consiglio europeo aveva dichiarato l’intenzione dell’Unione e degli stati membri di iniziare le discussioni circa una possibile cancellazione del debito per fronteggiare le enormi implicazioni socioeconomiche sul continente causate dal coronavirus. In questo momento l’UE ha davanti a sé la sfida di coordinare una risposta internazionale. Attraverso un’azione così ambiziosa, l’Unione può dare nuovo impulso alla sua immagine sulla scena mondiale, soprattutto nei confronti della Cina. È innegabile, però, che questa scelta potrebbe rivelarsi un boomerang con l’effetto di spingere i paesi subsahariani a una più veloce corsa ai finanziamenti con meno condizionalità politiche offerti da Pechino. Ci si aspetta che l’Italia, durante la sua presidenza 2021, metta sul tavolo del G20 un piano strategico per la sospensione del pagamento del debito africano, assumendo il ruolo di promotore della proposta.

Arianna Colaiuta,
Geopolitica.info