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TematicheItalia ed EuropaLa difficile strada europea del Kosovo

La difficile strada europea del Kosovo

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Fra i paesi dei Balcani occidentali che aspirano ad entrare a far parte dell’Unione europea, il Kosovo è il paese il cui percorso sembra essere il più controverso e frastagliato, principalmente a causa della disputa tra l’autoproclamata Repubblica del Kosovo e lo Stato serbo riguardo lo status della regione.

La Repubblica del Kosovo dichiarò unilateralmente la propria indipendenza nel febbraio del 2008, ma sono molti, ancora oggi, i paesi del mondo che non riconoscono formalmente la sua indipendenza. All’interno della stessa Unione europea sono ben 5 su 27 i paesi che per varie motivazioni ne rifiutano il riconoscimento: Spagna, Grecia, Cipro, Slovacchia e Romania. La Serbia rivendica la sua sovranità sulla regione e continua a considerare il Kosovo come una delle sue province: la Provincia autonoma di Kosovo e Metochia.

Ogni anno la Commissione europea stila un report su ciascuno dei paesi candidati (Albania, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia e Turchia) e potenzialmente candidati (Kosovo e Bosnia e Erzegovina) all’adesione all’UE. In questi report vengono analizzati i progressi fatti e le riforme attuate in vista dell’integrazione di tali paesi all’interno del tessuto europeo, così come i limiti e i punti deboli su cui invece è necessario che essi lavorino con maggior intensità per poter proseguire nel loro percorso di adesione. 

Per quanto riguarda il Kosovo, nel suo ultimo report (pubblicato a ottobre del 2021) la Commissione europea afferma che per gran parte del periodo di osservazione il paese è stato caratterizzato da instabilità politica. Andando più nello specifico e soffermandosi in particolare sul paragrafo del report che si occupa di stato di diritto e diritti fondamentali, il funzionamento del sistema giudiziario risulta essere fra le principali problematiche che contraddistinguono il paese. La Commissione infatti sottolinea come, nonostante alcuni progressi, il Kosovo si ponga ancora in una “fase iniziale” nello sviluppo di un sistema giudiziario ben funzionante e come, nel complesso, l’amministrazione della giustizia continui ad essere “lenta, inefficiente e vulnerabile all’influenza politica indebita”.

Un’altra criticità evidenziata dal report è la difficoltà che il paese riscontra nel campo delle discriminazioni. Nonostante la legge sulla protezione dalla discriminazione che il Kosovo ha adottato nel 2015 sia in larga misura conforme agli standard internazionali ed europei, la sua attuazione è carente. Lo si vede, per esempio, nel caso dell’implementazione dei diritti delle minoranze. La questione dei gruppi minoritari necessita un’attenzione particolare nei paesi della ex-Jugoslavia. Il Kosovo ha istituito misure adeguate sia a livello locale che centrale e ha stabilito un quadro giuridico appropriato per i diritti delle comunità non maggioritarie. Tuttavia, il report della Commissione spiega che “il Kosovo è ancora privo di un adeguato coordinamento interistituzionale, sia a livello centrale che locale, che mina l’effettiva fornitura di servizi e l’attuazione della legislazione applicabile”. A destar particolare preoccupazione, sebbene la sicurezza delle comunità non maggioritarie sia in linea generale stabile, è l’aumento dei casi di azioni violente ai danni dei serbi del Kosovo a sud del fiume Ibar: incendi dolosi, rapine, furto di bestiame e di veicoli, vandalismo, furti di oggetti religiosi e aggressioni fisiche, tra cui sparatorie, lesioni e tentativi di rapimento. 

Come ha dichiarato la Commissione all’interno della Comunicazione 2019 sulla politica di allargamento dell’UE, l’Unione europea non ha intenzione di importare all’interno dei suoi confini dispute territoriali che potrebbero minare la stabilità dell’Unione stessa. Perciò, l’ingresso di Serbia e Kosovo è strettamente dipendente dalla normalizzazione dei rapporti tra i due paesi. E il ruolo di mediatore è svolto proprio dall’UE, che funge da canale di comunicazione attraverso cui, grazie anche alla prospettiva di adesione, promuovere un dialogo che possa mettere fine alle tensioni. Tuttavia, le relazioni Kosovo-Serbia hanno un andamento altalenante che alterna fasi di distensione a momenti di maggior aggressività politica.

Nella stessa Comunicazione a cui si faceva riferimento in precedenza, la Commissione dichiarava il peggioramento delle relazioni tra i due paesi, specialmente “in seguito alla decisione del Kosovo di applicare, in violazione dell’accordo centroeuropeo di libero scambio, dazi del 100 % alle importazioni dalla Serbia e dalla Bosnia-Erzegovina, l’ultima di una serie di provocazioni da entrambe le parti”. Per arrivare a tempi più recenti si veda ad esempio il caso della cosiddetta “guerra delle targhe” scoppiata lo scorso settembre, quando il governo di Pristina decise di imporre l’uso di targhe provvisorie recanti la dicitura “Repubblica del Kosovo” alle auto con targa serba, in risposta all’omologa norma in vigore in Serbia già da diversi anni. Tale decisione portò a una escalation delle tensioni con il governo serbo che replicò militarizzando il confine con il nord del Kosovo. La questione si risolse dopo qualche giorno grazie ad un accordo mediato dall’Unione europea. 

L’ultimo episodio di surriscaldamento dei rapporti fra serbi e kosovari risale alla fine di marzo di quest’anno, quando ai serbi del Kosovo è stata negata la possibilità di votare alle elezioni serbe del 3 aprile, inducendo la commissione elettorale di Belgrado a farli votare in quattro località a sud della Serbia. La decisione della dirigenza di Pristina, che ha giudicato inammissibile organizzare in Kosovo, stato indipendente e sovrano, le elezioni di un altro paese sovrano quale è la Serbia, ha sollevato proteste e manifestazioni da parte della minoranza serba del paese.

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