La difesa missilistica nella riflessione strategica di Washington e il caso dei Next Generation Interceptor

Con l’approvazione del FY2022 sono stati assegnati fondi per 3.2 miliardi di dollari al programma Next Generation Interceptor (NGI) suddivisi in due diversi contratti da 1.6 miliardi assegnati a Northrop Grumman e Lockheed Martin, lo scorso 23 marzo. Il doppio contratto ha lo scopo di portare due diversi progetti sino alla fase di sviluppo tecnologico e riduzione del rischio dell’intero programma di procurement, quindi garantire che i NGI possano integrarsi alla perfezione con il più ampio Missile Defense System (MDS). Sembrerebbe dunque prendere forma la nuova architettura di difesa antimissile che vedrà la combinazione di sistemi e piattaforme terrestri con quelle spaziali

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La via della concorrenza industriale come spinta all’innovazione

Come emerso per il programma di rinnovo del Ground Based Strategic Deterrent (GBSD), anche in questo caso è stato adottato un tipo di approccio “concorrenziale”, elemento assolutamente non secondario considerando che è stato lo stesso Dipartimento della Difesa a voler immettere l’elemento della concorrenza in un programma così delicato per gli Stati Uniti. Il tema della difesa missilistica è infatti da anni al centro delle attenzioni (e dei timori) di Washington come priorità strategica per la difesa del Paese e, infatti, la scelta di adottare questa logica rimarca ancora una volta come il settore tecnologico e della difesa subisca una spinta verso l’innovazione anche dalle istituzioni. Grazie al doppio fornitore nella fase di sviluppo tecnologico sarà infatti possibile massimizzare i vantaggi derivati dalla concorrenza tra Lockheed Martin e Northrop Grumman per dotare la Difesa del sistema più efficiente nel minor tempo possibile. In questo caso lo scopo è di ricevere dei sistemi qualitativamente competitivi e validi (in un programma che permette comunque una certa flessibilità a seconda delle priorità e dell’evoluzione dei contesti) in grado di difendere gli Stati Uniti da un attacco con vettori intercontinentali. Una delle caratteristiche del programma è infatti legata alle tempistiche di acquisto: al fine di ricevere un sistema quanto più efficiente possibile sarà necessario che entrambe le compagnie procedano a testare in volo i loro intercettori.

Una panoramica sul programma NGI

Il programma NGI fa parte di un più complesso sistema difensivo contro le minacce missilistiche che vede lo schieramento di una vasta pletora di piattaforme e sistemi interconnessi tra di loro e che scambiano costantemente dati e informazioni in un vero e proprio network informativo. Per identificare e neutralizzare questa tipologia di minacce è necessario che la rete ISR (Intelligence, Surveillance & Reconnaissance) identifichi quasi in tempo reale il lancio, identifichi il possibile bersaglio, calcoli la traiettoria del vettore ed infine lo abbatta quanto più lontano possibile dai cieli statunitensi, il tutto in pochi minuti.

Questa rete di difesa ha visto negli ultimi tempi forti investimenti per la sua realizzazione e dispiegamento dato che i contratti per la rete satellitare di sensori posizionati su diverse orbite sono stati firmati nell’ottobre dello scorso anno. Risolta la questione del procurement della sensoristica e dell’infrastruttura di acquisizione e scambio dei dati e delle informazioni rimaneva, a inizio 2021, la questione di quale vettore adottare per il vero e proprio strike. In questo caso il Pentagono ha optato per un sistema di nuova generazione, segno che, insieme alla sostituzione degli ICBM, l’arsenale missilistico di Washington non è più considerato idoneo per i futuri scenari strategici ed operativi.

Negli scenari futuri in cui verranno a svolgersi le operazioni militari sarà fondamentale avere a disposizione un vasto numero di soluzioni interconnesse tra loro che siano in grado di formare un network sufficientemente resiliente che funga da abilitatore per un sensor-to-shooter loop definibile come all domains. Questo concetto si affianca e si integra con quello del Joint All-Domain Operations (JADO) ovvero la denominazione dell’odierno processo di technology-driven warfare. Concetto già ampiamente trattato da R. O. Hurdley nel 1999 che vede in ciò un particolare modello del processo di innovazione che caratterizza gli affari militari in cui la tecnologia è motore fondamentale del cambiamento della condotta delle operazioni. Tale passaggio è infatti di estremo interesse per comprendere come i concetti più innovativi del mondo della difesa statunitense in realtà affondino le loro radici in una visione che ha più di due decenni mostrando come gli Stati Uniti siano un attore ampiamente in grado di avere una programmazione strategica di lungo periodo che rimanga coerente e al contempo sia sufficientemente adattiva.

Uno dei tratti fondamentali delle JADO è sicuramente il fatto che siano basate sull’interconnessione dei singoli elementi che vi prendono parte. La presenza di questi battle networks garantisce infatti di poter raccogliere una vasta quantità di dati attraverso tutto lo spettro dei domini operativi e processarli per poter fornire delle informazioni “targettizate” agli uomini sul campo secondo le loro necessità. Ciò permetterebbe alle unità una maggiore velocità decisionale in quanto non oggetto di informazioni superflue e, grazie alla Advanced Situational Awareness, di poter colpire i bersagli con estrema precisione. Precisione che in questo caso funge da moltiplicatore di forze in quanto aumenta l’impatto complessivo dello strike sul nemico.

Attraverso il sufficiente sviluppo delle capacità JADO è possibile ricevere le informazioni chiave a pochi secondi dal lancio di un eventuale attacco nemico, quando i vettori sono ancora in prossimità del sito di lancio. Attraverso l’architettura della Layered Missile Defense vengono monitorate costantemente le traiettorie di volo dei missili nemici e quindi predisposto l’intercetto attraverso vettori appositi, i Next Generation Interceptors. Un video dimostrativo pubblicato da Lockheed Martin il 2 febbraio 2021 mostra come, nell’idea della compagnia e degli Stati Uniti, è possibile neutralizzare un attacco missilistico in poco più di 20 minuti dal Launch Detection.

La difesa missilistica nella strategia di Washington

Finita la Guerra Fredda le priorità statunitensi si sono riorientate verso una tipologia di missioni e di teatri profondamente diversi da quello che aveva caratterizzato la competizione con l’Unione Sovietica. In primis, fu dato spazio a missioni di regime change e peace enforcment con un nuovo focus verso la human security. Tuttavia, già dalla seconda metà degli anni Novanta inizia ad emergere nuovamente una rinnovata attenzione verso possibili “buchi” del proprio sistema di difesa antimissile: a Washington era chiaro che il periodo “unipolare” non sarebbe stato eterno e che nuovi attori sarebbero emersi nella competizione internazionale e avrebbero rimesso in discussione la supremazia tecnologica e militare degli Stati Uniti. Dunque, già prima del nuovo millennio, aveva preso il via un filone di riflessione strategica parallelo anticipando, di fatto, quello che nel 2018 è stato definito come il ritorno della Long-Term Strategic Competition in cui attori di rilievo competono per il mantenimento o l’acquisizione di tale status. A ciò va sommato quanto emerso nel Joint Forces Command’s Millennium Challenge del 2002, che ha evidenziato come il tema della difesa missilistica sia fondamentale per salvaguardare non solo il suolo nordamericano ma anche per mantenere le altrettanto fondamentali capacità di power projection su cui poggia molto del potere internazionale di Washington.

Di fronte a questi esempi, è chiaro come – a fronte di conflitti limitati e dalle caratteristiche asimmetriche – sia stata mantenuta una certa attenzione verso possibili scenari simmetrici caratterizzati da una forte competizione tecnologica e da un maggiore peso della deterrenza. Ad oggi, con Cina e Russia che investono fortemente nel settore missilistico e spaziale (oltre a quello informatico), si è reso necessario un pesante aggiornamento dei mezzi di contrasto alle future capacità dei competitor degli Stati Uniti sfruttando da un lato il vantaggio tecnologico di Washington e dall’altro facendo dilapidare ingenti somme di denaro per ridurre tale gap agli avversari.

Zenone nel V sec. A.C. propose il paradosso di Achille e la tartaruga in cui l’eroe omerico ogni secondo riduceva della metà la distanza dall’animale senza tuttavia mai raggiungerlo. La competizione tecnologica in questo caso ricorda proprio il paradosso del filosofo greco con i grandi balzi in avanti fatti da Russia e Cina che sembrano sempre più chiudere il gap con gli Stati Uniti senza tuttavia effettuare il sorpasso. 

Emanuele Appolloni,
Geopolitica.info