La Dichiarazione islamo-cattolica tra le petromonarchie del Golfo

Il 4 febbraio del 2019 racchiude in sé un profondo significato simbolico la cui portata sarebbe inquantificabile senza prima analizzare con criticità, seppur brevemente, la precaria condizione della minoranza cristiana nel mondo arabo.

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L’Arabia Saudita, da sempre definita (per sua natura) il perno religioso dell’intero mondo islamico, ospitando i più importanti centri religiosi quali la Mecca e Medina, vieta la pubblica professione di religioni differenti dall’Islam. Forse, proprio l’essere la “Terra Santa” musulmana, porta le istituzioni saudite ad assumere un atteggiamento particolarmente ostile nei confronti non solo delle confessioni differenti dall’Islam, ma anche verso qualsiasi oggetto intrinsecamente non islamico, ad esempio le immagini religiose, crocifissi o la Bibbia. Peraltro, il governo saudita vieta qualsiasi forma di associazione religiosa al di fuori di quella islamica, ragion per cui nega ai fedeli di altre confessioni di costruire o istituire dei veri centri di culto. La comunità religiosa cristiana, infatti, è costretta a vivere il culto in totale anonimato, nella paura di essere accusata di blasfemia antislamica.
Nel ventaglio religioso peninsulare è bene tenere in considerazione le consistenti minoranze cristiane presenti negli Emirati Arabi Uniti, in Qatar, Oman e Bahrain: in questi territori la libertà religiosa è in minima parte migliore rispetto alle rigide condizioni saudite. Naturalmente ogni tipo di concessione si limitava ad un ristretto spazio personale, mantenendo vivo l’assoluto divieto della manifestazione pubblica del proprio credo, così come la possibilità di rinnegare l’Islam in favore del Cristianesimo. Vi sono poi altri territori, come l’Iraq e la Siria, dove le comunità cristiane presenti fin dall’epoca apostolica, sono progressivamente cadute in una frammentazione sempre maggiore che ora ne minaccia l’esistenza. In particolare, con l’avvento delle campagne terroristiche, gli scontri intra-musulmani e la caduta di Saddam Hussein (il quale scelse nel suo regime laico come suo vice un cristiano caldeo), la minoranza cristiana è divenuta oggetto di forti discriminazioni e violenze, considerata completamente estranea alle logiche islamiche.


All’interno di questo panorama, l’unica minoranza cristiana che è riuscita apparentemente a conservare la propria identità, sono i Copti d’Egitto (che ancora oggi rappresentano circa il 10% della popolazione). Eppure, anche in Egitto è possibile osservare le stesse dinamiche restrittive sopracitate, in quanto, nonostante un’apparente libertà di culto, la Costituzione impone la Sharia come principale fonte giuridica dello Stato, rendendo quindi pericoloso e compromettente professare la propria religione.         
Gli Emirati Arabi Uniti, fin dal 2007, con lo scambio degli ambasciatori, hanno dimostrato un atteggiamento di apertura nei confronti della Santa Sede, complice il fatto che circa il 15% della popolazione emiratina è da considerarsi cristiana. Nonostante le limitazioni esistenti, proprio gli Emirati si sono dimostrati i più indulgenti nel Golfo Persico, disponendo nel loro territorio di oltre dieci Chiese ed una Cattedrale cattolica; non a caso la percentuale più alta di cristiani nell’intera penisola risiede proprio ad Abu Dhabi e Dubai.       

     
Tra il 3 e il 5 febbraio 2019, Papa Francesco ha scelto di compiere negli Emirati Arabi Uniti il suo ventisettesimo viaggio apostolico, divenendo a tutti gli effetti il primo Papa a visitare la Penisola Arabica. Dopo una calorosa accoglienza da parte del principe Mohammed Bim Zayed, il pontefice si è incontrato con l’Imam di Al Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, vero obiettivo di quello che lo stesso Bergoglio ha definito un viaggio “importantissimo”. Numerosi, tutti di grande rilievo e taluni prevedibili, gli argomenti trattati nell’incontro. Dopo aver intrapreso una prima, seppur flebile, mediazione sul dossier yemenita, la conversazione ha virato naturalmente sull’intricata questione del Qatar, in maniera non del tutto inaspettata. Infatti, a pochi giorni dalla partenza del pontefice per la penisola arabica, la Santa Sede ha ricevuto l’Alto funzionario di Doha, Ali Bin Samikh al Marri, responsabile della Commissione nazionale sui diritti umani, che ha rappresentato le molteplici difficoltà che il Qatar si è trovato a fronteggiare a seguito delle misure unilaterali disposte dalle politiche estere di vicinato contro Doha. Nonostante la singolarità della trattazione, queste non erano il cuore pulsante dell’incontro.

           
Dulcis In Fundo, i due leader religiosi infatti, hanno siglato la Dichiarazione di Abu Dhabi: una carta congiunta islamo-cattolica sulla “Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, aprendo la strada verso una distensione dei rapporti tra cristiani e mussulmani. Tale dichiarazione di intenti è stata accompagnata dalla celebrazione, il giorno seguente, della prima cerimonia cristiana a cielo aperto nella Penisola Arabica, officiata da Papa Francesco nello stadio di Abu Dhabi che ha visto la prima apparizione pubblica di simboli cristiani, come la grande croce allestita al centro del prato dell’edificio.
Giro di boa epocale, la Dichiarazione bilaterale sancisce come primi e fondamentali obiettivi la fede in Dio, il ripudio della guerra, la famiglia, l’educazione, l’istruzione e la libertà di culto, indicati come valori non negoziabili. Principi posti a fondamento della futura collaborazione tra Islam e Cattolicesimo.


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Vi sono in tal senso importanti segnali, come la riapertura dell’Imam Ahmad al-Tayyeb ai rapporti con la Santa Sede, incoraggiando la libertà di culto per tutti i fedeli o la collaborazione tra il Vaticano e lo Sceicco di Abu Dhabi nella lotta contro il Covid-19, che insieme hanno rifornito di  materiali sanitari le popolazioni del mondo più in difficoltà nel fronteggiare la pandemia. La propensione dell’Emiro di Abu Dhabi è dimostrata anche dall’istituzione, nel 2019, del premio annuale “Zayed per la Fratellanza umana”, rivolto a coloro che si dimostrano particolarmente impegnati nella promozione mondiale di una coesistenza pacifica.
Nodo cruciale della vicenda, forse prevedibilmente, resta l’Arabia Saudita: unica monarchia del Golfo a vietare ai cristiani l’istituzione dei luoghi di culto. E’ da notare come la graduale presa di potere del figlio di Re Salman, Mohammad bin Salman (MbS) sia positivamente orientato verso l’indulgenza religiosa, evidenziata dalla tolleranza verso la professione di fedi diverse dall’Islam, in spazi privati.   


Sebbene il percorso non sia semplice, viste le permanenti divergenze presenti nel Golfo, l’impegno dimostrato dagli Emirati Arabi Uniti con la firma della Dichiarazione di Abu Dhabi lascia ben sperare, costituendo già di per sé un importante traguardo. A tal proposito Papa Francesco, alla vigilia del suo primo viaggio nella Penisola Arabica, si è detto pronto a superare le divergenze e felice di collaborare con i suoi “fratelli” nella diversità, lasciando le porte aperte ad una futura probabile visita nel resto del Golfo.

Noemi Sanna,
Geopolitica.info