La crisi libica: Il ruolo degli attori interni ed internazionali

Nonostante siano passati diversi anni da quando, nel febbraio del 2011, è iniziato quel processo che ha condotto alla caduta del regime libico e alla morte del suo leader Muammar Gheddafi, la questione libica appare ancora senza una soluzione definitiva. L’intento del presente elaborato è quello di evidenziare il ruolo e le relazioni fra gli attori nazionali che operano all’interno dello scenario libico con i rispettivi alleati e autorità internazionali schierati a sostegno delle varie fazioni.

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Lo scacchiere libico presenta numerosi elementi di complessità sotto molti aspetti. Storicamente, fin da quando era una provincia dell’Impero Ottomano e poi colonia italiana, il paese ha sempre mantenuto una forte suddivisione nelle sue tre aree territoriali principali; a occidente la Tripolitania, la Cirenaica a oriente e il Fezzan a sud. Inoltre, ognuna di queste aree ha sviluppato dei tratti peculiari dal punto di vista sociale ed economico nel corso degli anni. Tutti fattori finiti sotto il giogo del regime guidato da Gheddafi per decenni.
A seguito della sconfitta del Colonnello, le varie milizie che avevano combattuto contro le forze del regime hanno consolidato il loro potere nelle principali città libiche e, in mancanza di un disarmo collettivo, hanno mantenuto una rilevante capacità combattiva dal punto di vista militare.
Fino a qualche anno fa era inoltre accertata la presenza di combattenti che si dichiaravano affiliati all’autoproclamato Stato Islamico, concentrati in particolare nella regione del golfo di Sirte e l’omonima città fino al 2016, quando è avvenuta la sconfitta degli estremisti islamici, principalmente ad opera delle forze del Libyan National Army da est, e alle forze di Misurata provenienti da ovest. Tuttavia, con l’accentuarsi dell’instabilità politico-militare nel paese, c’è il rischio di una ripresa delle attività di matrice terroristica.

L’accordo politico e di pace tra il Congresso Generale Nazionale (GNC), con sede a Tripoli, e la Camera dei Rappresentanti stabilitasi a Tobruk, siglato nella località di Skhirat in Marocco nel dicembre 2015, ha rappresentato fino ad oggi il riferimento giuridico e istituzionale attorno al quale si è sviluppato il processo di riconciliazione nazionale promosso, seppur tra mille difficoltà, dalle Nazioni Unite. 

Tuttavia, dopo l’intesa raggiunta a Skhirat, la Camera dei rappresentanti di Tobruk non ha mai riconosciuto ufficialmente il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli e il suo leader Fayez al-Serraj, che per questo non è riuscito ad ottenere una piena legittimità istituzionale né un’effettiva autorità politica nonostante il supporto di larga parte della comunità internazionale. La recente escalation in Libia è dovuta all’offensiva, denominata “Diluvio di dignità”, avviata dalle truppe del cosiddetto Libyan National Army (LNA) guidato dal generale Khalifa Haftar e alla successiva reazione condotta dal GNA con il nome di “Vulcano di rabbia”. Dal 2014, il generale si è proposto come protettore della Libia in contrapposizione con al-Serraj e contro l’operato del GNC insediato a Tripoli a seguito di una serie di vittoriose offensive militari, note come Operazione Dignità, volte a liberare Bengasi dalla presenza di milizie islamiste di ispirazione salafita.

Entrambi gli schieramenti hanno il supporto di attori esterni che operano in base ad interessi nazionali e geopolitici. Attualmente, lpotenze regionali sembrano sfruttare la complicata realtà libica per ottenere maggiore influenza nell’area nordafricana; da una parte Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti supportano le autorità di Tobruk e il generale Haftar, mentre Turchia e Qatar sono invece schierati a sostegno delle varie milizie e formazioni che agiscono in nome dell’Esecutivo di Tripoli. È indicativo infatti che l’ultimo incontro tra i leader dei due schieramenti si sia svolto a marzo scorso proprio ad Abu Dhabi, a dimostrazione dell’interesse geopolitico e dell’attenzione che la Libia suscita tra alcuni dei principali paesi del Golfo. In questo contesto, l’Unione Europea ha dimostrato fino ad ora una scarsa influenza dovuta alla mancanza di una chiara linea di politica estera sulla Libia. La Francia invece si è dimostrata particolarmente attiva, nonostante le forti perplessità provocate dalle sue iniziative. Infattimalgrado il sostegno formalmente accordato al governo di al-Serraj, Parigi continua ad appoggiare il generale Haftar.

Un esempio in tal senso è stato riportato dal quotidiano La Repubblica che pubblicava il 12 aprile, pochi giorni dopo l’offensiva di Haftar, la notizia che quattro giorni prima un jet Falcon aveva accompagnato a Parigi una delegazione del generale libico la quale è ripartita successivamente dall’aeroporto di Orly per atterrare a Bengasi secondo il monitoraggio condotto da Flightradar sul traffico aereo. L’Eliseo ha confermato l’incontro avvenuto senza tuttavia precisare chi fossero i rappresentanti in questione. Nonostante le rassicurazioni del presidente Macron nei confronti di Roma e Bruxelles, la presenza nella capitale francese della delegazione in quella data chiave testimonia ancora una volta quanto siano stretti i legami tra Francia e Haftar.   

LRussia dal canto suo, anche se in maniera ben più limitata rispetto al suo impegno in Siria, è attiva da un lato attraverso il sostegno militare ad Haftar, ad esempio con l’impiego informale di mercenari del gruppo Wagner; dall’altro, mantiene un canale di dialogo con il GNA di al-Serraj, come dimostrato dalla recente visita a Mosca di Khaled al-Mishri, presidente dell’High Council e profondamente sgradito ad Haftar per il suo passato nella Fratellanza Musulmana, invitato dal Parlamento russo per discutere della crisi in Libia. Attraverso questo approccio sui due fronti, la Russia cerca di rafforzare ulteriormente il proprio ruolo di mediatore nella regione mediorientale. In controtendenza appare l’amministrazione Trump, guidata in buona parte dal sostanziale disinteresse sulla Libia degli Stati Uniti che si sono limitati a rimarcare il loro appoggio a una soluzione politica all’interno del perimetro delle Nazioni Unite. D’altro canto, però, Washington ha mantenuto aperti i canali di dialogo con il governo di Tobruk e lo stesso Haftar in un piano di contenimento della minaccia jihadista, che rimane il tema di riferimento del quadrante nordafricano dal punto di vista americano.

Per quanto riguarda la condizione italiana, Roma fino ad ora si è sempre schierata apertamente a sostegno del governo di al-Serraj. I recenti sviluppi, tuttavia, hanno spinto il governo italiano a prendere contatto con Tobruk e a intavolare trattative per una risoluzione pacifica degli scontri in atto. Come per gli altri paesi coinvolti, l’Italia può avere un ruolo ancora rilevante in Libia in virtù non solo dei trascorsi storici ma anche dei legami creatisi a partire dal secondo dopoguerra. Gli interessi principali rimangono la fornitura di risorse energetiche, in primis il petrolio, gli investimenti effettuati negli anni da aziende come Eni o altre, le questioni di sicurezza delle coste libiche anche in chiave di controllo dei flussi migratori provenienti dall’Africa subsahariana e per l’influenza che l’Italia può esercitare come attore nel Mediterraneo. Permangono i dubbi su come far valere le prerogative nazionali in concorrenza con paesi come la Francia, la quale opera anch’essa per i medesimi interessi politico economici nell’area. In definitiva, appare chiaro in ogni caso che la stabilizzazione della Libia per via pacifica può avvenire solo con una conciliazione fra interessi locali ed internazionali, altrimenti l’unica alternativa rimarrebbe l’opzione militare con tutte le incognite ad essa collegate. 

Quindi per l’Italia, la Libia dovrebbe rappresentare una priorità nell’agenda della politica estera: la sua instabilità ha infatti ricadute importanti per il nostro paese, in particolare per quanto concerne i flussi dei migranti e le forniture energetiche. Per questa ragione, lo sforzo dei vari governi italiani nel farsi promotori di un’iniziativa inclusiva e negoziata sulla Libia è sempre stato un impegno coerente alle esigenze del nostro interesse nazionale. La conferenza di Palermo tenutasi il 12 e 13 novembre mirava a conferire un ruolo di primo piano all’Italia e non da comprimaria, nella stabilizzazione dello scenario libico. Purtroppo, a distanza di diversi mesi i risultati auspicati ancora non si vedono.  

In questo contesto, un ulteriore mossa italiana è stata il tentativo di riportare gli Stati Uniti dentro la gestione politica della crisi. Washington dispone infatti più di altri dell’influenza necessaria per mediare tra gli interessi, spesso divergenti, degli attori internazionali coinvolti nella crisi (quelli europei, ma anche la Russia), così come di un’influenza significativa su molti degli attori regionali che hanno agito da battitori liberi alimentando il caos nel paese nordafricano (Arabia Saudita, Emirati, Qatar e Turchia). Tuttavia, l’amministrazione Trump è risultata molto riluttante a impegnarsi in nuovi teatri di crisi internazionali poiché l’attenzione di Washington è prevalentemente rivolta verso il colosso cinese. Malgrado il sostegno espresso da Trump all’iniziativa italiana, il fatto che né lui né il segretario di stato Mike Pompeo siano stati presenti a Palermo avrebbe dovuto mettere l’Italia all’erta sulla reale volontà statunitense di impegnarsi nella soluzione della crisi libica. In questo contesto il nostro paese deve gestire una fase articolata delle proprie relazioni con gli attori libici. Haftar è sempre stato lontano dagli interessi italiani: fin dal 2014 fu sponsorizzato e aiutato da Egitto ed Emirati ma poi anche da Russia e Francia, perché si faceva da un lato protettore della Cirenaica dall’altro campione della lotta agli islamisti, mentre aveva un minor peso nelle aree di interesse dell’Italia: Fezzan e Tripolitania, dove passano i flussi energetici e i traffici di esseri umani. 

Tuttavia, la politica messa in atto da Roma non sempre è risultata coerente: l’Italia è sembrata tentennare, bloccata in un guado fra il rischio di mettere a repentaglio i propri interessi a causa di una presa di potere di Haftar e la conservazione degli stessi tramite una parte, quella Tripolina, sorretta da una minoranza di forze (in particolare Qatar e Turchia) potenzialmente sempre più fragile sullo scenario internazionale. 

I tempi per un ingresso di Haftar nella capitale e per una presa di potere sul paese non appaiono maturi. Finché Misurata e altre milizie difendono la capitale, la vittoria del generale rimane difficile. Haftar ha combattuto per anni prima di liberare Bengasi, ha già subito le prime perdite solamente avvicinandosi alle zone limitrofe di Tripoli. La propaganda di Haftar lo dipinge come un leader che combatte i terroristi, ossia le diverse milizie nella capitale. Tuttavia, occorrerebbe evidenziare che parte delle milizie che l’esercito nazionale libico sta in queste settimane bombardando furono quelle che combatterono i miliziani dello Stato Islamico nel 2016 in possesso della città di Sirte. 

Un ulteriore retroscena dietro la pretesa di “liberare Tripoli dai terroristi islamisti che controllano la capitale” consisterebbe nei problemi che affliggono la popolazione fedele ad Haftar, a partire dal mancato pagamento degli stipendi ai funzionari pubblici oltre che delle varie milizie. In base agli accordi di Skhirat del 2015, l’ONU ha riconosciuto i cosiddetti organi sovrani libici: l’Agenzia della contabilità dello Stato, la Banca centrale e la Compagnia petrolifera nazionale. Secondo gli accordi siglati, le royalty pagate dalle compagnie petrolifere vengono versate direttamente alla Banca centrale che poi le distribuisce ai diversi attori, al governo di al-Serraj e al parlamento di Tobruk in Cirenaica. I due governi provvedono a distribuire tali risorse a chi ne ha diritto sul proprio territorio. Da gennaio però la Banca centrale non invia più alle regioni orientali e meridionali (controllate dal LNA) la quota prevista con il risultato di provocare una crisi di liquidità e il mancato pagamento di stipendi e altro ancora. Il governo Al Thinni a Tobruk, tramite la sede locale della Banca centrale, ha reagito chiedendo ingenti presiti e finanziamenti ad alcuni paesi del Golfo, in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti; una ennesima dimostrazione del loro sostegno ad Haftar.

L’Italia ha osservato il ruolo del leader cirenaico crescere nel tempo grazie appunto al supporto internazionale. Scegliendo a Palermo di avviare un dialogo più diretto con il generale Haftar dopo che altri attori internazionali avevano creato con lui una relazione privilegiata, il governo italiano già in precedenza aveva rischiato di provocare una caduta di credibilità sia a ovest tra le componenti più vicine a Roma, sia a est tra quelle che sostengono il generale, e che hanno interpretato l’apertura di fiducia come una sintomo di debolezza o una tacita ammissione dell’impossibilità di sostenere a lungo la propria strategia in supporto al premier Fayez al-Serraj e al governo riconosciuto dalle Nazioni Unite.

Per concludere, la dichiarazione del presidente Conte di fine aprile relativa a un posizionamento neutrale dell’Italia aveva il chiaro obiettivo di tenere una posizione di equilibrio fra i contendenti ma rischia di essere percepita come fin troppo ambigua e inaffidabile dal resto della comunità internazionale.