La crisi economica del Brasile: un nuovo Venezuela?

In un pianeta dilaniato dalla recessione economica, fino a pochi anni fa si faceva riferimento ai mercati emergenti dei paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) come ad entità destinate a una lunga e prospera stagione di crescita e stabilità. Delle isole di felicità e benessere inserite in un vastissimo oceano dominato dalla depressione.

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Nel caso del Brasile, gigante latinoamericano, non è andata affatto così, e gli ultimi dati finanziari emersi confermano i numeri di una realtà difficile, a cui pare estremamente arduo porre rimedio, nonostante i comprensibili sforzi di ottimismo del presidente della Repubblica Michel Temer.

La recessione del Brasile viene oggi descritta come la più duratura e severa della storia democratica del paese. Il PIL brasiliano si è contratto di 0,9 punti percentuali nel corso del quarto trimestre del 2016, portando al -3,6% il risultato dell’intero anno, lievemente peggio delle attese del Fondo Monetario Internazionale, che nel suo ultimo rapporto sull’economia del paese aveva prospettato un calo di 3,5 punti percentuali.Il dato va ad addizionarsi alla contrazione del 3,8% già verificatasi nell’anno 2015. Inoltre, il tasso di disoccupazione risulta cresciuto a dismisura, con i senza lavoro saliti alla cifra monstre di 13 milioni di unità circa. Praticamente è come se tutti gli abitanti di paesi europei di medie dimensioni come Grecia, Belgio o Portogallo cercassero lavoro.

Secondo i dati riportati nella giornata di martedì 7 marzo dall’agenzia statistica IBGE (Instituto Brasileiro de Geografia y Estatistica), la recessione dell’ultimo biennio, con un calo cumulato del PIL addirittura del 7,4% risulta persino peggiore di quella verificatasi negli anni Trenta dello scorso secolo. Di fatto, la recessione ha generato il mesto ritorno dell’economia del paese ai livelli del terzo trimestre dell’ormai lontano 2010. Un salto all’indietro di ben sei anni, frutto di un ciclo di congiunture negative non solo sotto il profilo finanziario ma altresì politico.

Tra le cause della pessima situazione attuale, infatti, non possiamo che rammentare, in merito al fronte internazionale, la caduta dei prezzi delle materie prime agricole, di cui il Brasile è esportatore. Circa le questioni interne, invece, l’impatto della ‘Mani Pulite’ brasiliana, ossia gli scandali politici, legati specialmente al fenomeno della corruzione, che hanno generato in qualcuno il ricordo di quantovissuto dall’Italia negli anni Novanta, è risultato decisivo nel rendere l’instabilità politica del paese la base dell’incertezza degli investitori sui mercati finanziari.

In Italia, ‘Mani Pulite’ portò al passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, con una vera rivoluzione in termini di partiti e di ‘personalità’ della politica. Lo scandalo verde-oro, che ha portato sotto inchiesta giudiziaria tutti i principali gruppi industriali del paese, ha avuto sinora come principale risultante il procedimento di ‘impeachment’ nei confronti dell’ex presidente Dilma Rousseff, accusata di ‘maquillage’ dei dati sul deficit di bilancio. La presidente, dapprima sospesa dalle sue funzioni di governo il 12 maggio 2016, è stata destituita in modo definitivo il 31 agosto successivo col voto del Senato.

Il successore Michel Temer, ex vice della Rousseff stessa, pare abbia sinora condotto il paese a una maggiore stabilità politica, col risultato di una nuova crescita degli investimenti esteri. L’agenda politica del neo-presidente, che punta al risanamento delle finanze pubbliche, sembra convincere ogni giorno di più i mercati finanziari, prossimi all’abbandono delle incertezze che hanno contrassegnato l’ultimo disastroso biennio.

Il neo-presidente, per suo conto, ha annunciato nelle ultime ore un massiccio programma di cinquantacinque investimenti infrastrutturali da ben 13 miliardi di dollari, che dovrebbe generare circa 200mila nuovi posti di lavoro diretti e indiretti. Il progetto riguarderebbe ferrovie, autostrade,porti, linee di trasmissione di energia.

Temer si è dichiarato convinto e fiducioso che, grazie alle nuove misure governative, l’economia brasiliana sarà presto in grado di rialzare la testa. Il Fondo Monetario Internazionale sembra almeno in parte confermare le ottimistiche attese del presidente, sostenendo che la crisi brasiliana evaporerà nel 2017, sebbene la ripresa risulterà lenta e difficoltosa, con indici di crescita inferiori inizialmente all’1%. In generale, il fronte degli ‘ottimisti’ sottolinea alcuni importanti elementi per sperare in un futuro roseo. In primis, il cambio real-dollaro più forte sta avendo un impatto positivo sull’inflazione, dimezzatasi su base annua rispetto ai primi mesi del 2016. In secondo luogo, in molti evidenziano i forti progressi registrati sul mercato dei bond sovrani.

Non tutti però condividono le previsioni positive. Tra le nutrite fila dei pessimisti troviamo, tra gli altri, Carlos Kawall, capo economista di Banco Safra S.A. (banca brasiliana tra le più importanti, con quartier generale a San Paolo), il quale ha fatto recentemente sapere di non credere assolutamente a una ripresa per il 2017. Nella migliore delle ipotesi, per tornare a crescere, bisognerà attendere il 2018 o magari anche oltre.

Nella crisi di fiducia che sta attraversando il paese, e che è stata recentemente sottolineata con preoccupazione dall’ex presidente Fernando Henrique Cardoso, qualcuno arriva persino a paragonare la situazione brasiliana alla crisi del Venezuela, altro paese sudamericano in condizioni economiche critiche. La comparazione, per la verità, risulta alquanto azzardata e poco plausibile. Difatti, la gravità della situazione venezuelana riscontra pochi eguali. Punti in comune con la realtà brasiliana possiamo trovarne con riguardo alla corruzione dilagante, che certamente non giova alla credibilità di un paese, alle continue proteste di popolazioni disperate e in rivolta perenne, e all’inflazione galoppante. Per quanto riguarda quest’ultimo parametro, però, la situazione brasiliana risulta assai meno drammatica, e in termini generali, lo spettro del default, fantasma che aleggia pesantemente sul futuro del Venezuela, non sembra ancora toccare la realtà del Brasile.

Circa la drammatica realtà venezuelana, non possiamo poi che annotare una grave problematica in più, ossia l’emergenza umanitaria che sta colpendo una popolazione ridotta allo stremo, e costretta quotidianamente a lottare per la propria sopravvivenza. In definitiva, e per concludere, azzardare previsioni circa l’economia brasiliana, e ragionare sul ‘sé e il ‘quando’ si verificherà la ripresa, risultano esercizi di difficile risoluzione. La sensazione è che una rinnovata stabilità politica del paese possa certamente giovare a un sistema finanziario che sembra avere i mezzi per realizzare una crescita che dovrebbe essere verosimilmente lenta e graduale, ben lontana dai picchi straordinari del recente passato. Tra ottimismo e pessimismo, dunque, risulta saggio optare cautamente per una via intermedia, in attesa degli sviluppi futuri.