La crisi del Golfo: schieramenti e tentativi di mediazione

Giorno 29 ottobre, durante la sessione di apertura del nuovo mandato del Parlamento, l’emiro del Kuwait Sabah al-Ahmad al-Jaber al-Sabah ha chiesto la fine della disputa diplomatica regionale. Egli ha affermato che l’embargo all’emirato qatarino ha indebolito notevolmente l’unità del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) che comprende Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Oman, Kuwait e Bahrein.

La crisi del Golfo: schieramenti e tentativi di mediazione - Geopolitica.info Reuters

“È indispensabile attirare l’attenzione sui disordini che irrompono nella nostra regione, il che pone gravi minacce e ripercussioni non solo sulla nostra stabilità e sicurezza, ma anche sulle nostre generazioni future”, ha detto l’emiro novantenne. “Non è più accettabile né tollerabile avere una disputa in corso tra i nostri stati del GCC. Ha indebolito le nostre capacità e minato i nostri guadagni”.

Nel giugno 2017, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein hanno imposto un blocco marittimo, terrestre e aereo sul Qatar, accusandolo di sostenere il terrorismo. L’emirato qatarino, infatti, ha da un lato stabilito solidi legami economici con l’Iran sciita, nemico per eccellenza di Riyadh; dall’altro è intervenuto nelle dinamiche geopolitiche regionali supportando sia la fazione sciita e filoiraniana degli Houthi yemeniti sia i Fratelli Musulmani, organizzazione islamista politica dichiarata terroristica, tra gli altri, da Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Siria. Nell’emirato qatarino sono poi passati leader di Hamas, come Khaled Meshal, e i Talebani, che proprio a Doha si sono posizionati con un ufficio di rappresentanza. Questi atteggiamenti di vicinanza alle formazioni dell’islam politico hanno favorito accuse, nei confronti del Qatar, di finanziamento del terrorismo internazionale di stampo islamista.

Da un punto di vista geopolitico, l’embargo ha spinto il Qatar a rafforzare l’alleanza con la Turchia e l’Iran, mentre l’Oman si è dichiarato neutrale e il Kuwait ha assunto la posizione di mediatore. In questa mediazione, i paesi del Golfo hanno proposto al Qatar un elenco di 13 condizioni tra cui la richiesta di interrompere le relazioni diplomatiche con l’Iran, di sospendere i legami con le organizzazioni terroristiche, di chiudere la stazione mediatica Al-Jazeera, di non intrattenere rapporti di cooperazione militare con la Turchia, di vietare la cittadinanza in Qatar a persone provenienti dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti Emirati, dall’Egitto, dal Bahrein. Il Qatar ha risposto respingendo le 13 condizioni, esacerbando così la crisi con l’Arabia Saudita che, a sua volta, ha annunciato il piano SALWA. Con questo piano l’Arabia Saudita intende scavare un canale lungo il confine che il Qatar ha con la terraferma. Qui, i sauditi realizzerebbero un nuovo polo economico costituito da porti commerciali, una base militare, resort, spiagge private e un sito per lo smaltimento di scorie nucleari dalle future centrali elettriche che l’Arabia Saudita sta progettando di costruire. Tale canale si estenderebbe da Salwa a Khor al-Adeed, per una lunghezza di 60 chilometri sull’unico confine terrestre del Qatar; dovrebbe avere una profondità tra i 15 e i 20 metri e sarebbe largo 200 metri, per consentire a navi mercantili – fino a 33 metri di larghezza e 295 metri di lunghezza – di passare. L’aspetto geopolitico di questo piano è che il Qatar verrebbe trasformato in un’isola, in quanto privato del suo unico confine terrestre.

La dimensione economica ha senz’altro il suo peso. Basti pensare ai rapporti fra l’Arabia Saudita e i suoi alleati arabi e su come Riyadh abbia influito sulle loro scelte di politica regionale. Le implicazioni economiche e commerciali della rottura diplomatica con il Qatar sono un precedente in grado di rendere l’Arabia Saudita un attore ancora più dominante in questi rapporti di dipendenza.

Ma Doha non dipende economicamente da Riyadh e, secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’impatto dell’embargo sull’economia di Doha è stato temporaneo: nonostante il crollo delle importazioni la crescita del PIL del Qatar lo dimostra, dal momento che nel 2017 era del 2,1% ed è rimasta quasi invariata rispetto al 2,2% del 2016. Il Qatar, quindi, ha reagito bene al boicottaggio di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti e continua a fare affari con vecchi e nuovi partner commerciali, dimostrando una notevole capacità di ripresa. Gli investimenti finanziari del Qatar all’estero continuano ad essere massicci: l’emirato continua a mantenere il suo posizionamento tra i maggiori esportatori di petrolio del mondo (il primo è l’Arabia Saudita seguita dalla Russia); le risorse energetiche rappresentano il 56% delle entrate statali e il 92% delle esportazioni. La composizione del PIL e i livelli di crescita per settori economici sono petrolio e gas, servizi finanziari, costruzioni, industria manifatturiera, commercio e turismo.

Il Qatar, nello sforzo di evitare l’isolamento regionale, si è quindi ritrovato a dover rivedere le proprie politiche, al fine di attrarre paesi occidentali e asiatici. Per esempio, Doha ha avviato con Washington un progetto di cooperazione nel settore antiterrorismo nel luglio 2017, oltre ad aver provveduto ad attuare una più ferrea legislazione in materia di lotta al finanziamento del terrorismo internazionale; o, ancora, ha emanato la legge sul lavoro, a seguito delle critiche da parte della comunità internazionale in merito alla manodopera impegnata nella realizzazione della World Cup 2022.

Il Kuwait ha da sempre assunto una posizione di mediatore tra il Qatar e i paesi favorevoli al blocco. L’emiro kuwaitiano al-Sabah ha invitato le nazioni del Golfo a “elevarsi immediatamente al di sopra delle differenze, riparare recinzioni e ripristinare le relazioni amichevoli”. Come Ministro degli esteri dal 1963 al 2003 e come emiro dal 2006 a oggi, al-Sabah ha sempre agito mantenendo una certa distanza dai turbolenti vicini regionali, posizionando il Kuwait come mediatore in numerose crisi. Ciò è da sempre stato motivato dalla consapevolezza della vulnerabilità del Kuwait dinnanzi alle crisi regionali, vulnerabilità che lo ha condotto ad assumere il ruolo di donor in diverse situazioni di conflitto (a partire dal 2013 ha finanziato una serie di conferenze per il coordinamento dell’assistenza umanitaria in Siria, nel febbraio 2018 la conferenza sulla ricostruzione dell’Iraq, etc.).

La resistenza da parte del Kuwait a unirsi al fronte saudita-emiratino nel blocco del Qatar non ha comunque messo a repentaglio la relazione con Riyadh, che rimane un partner irrinunciabile. Nonostante i rapporti tra Kuwait e Arabia Saudita non si siano modificati, sono diverse le questioni sospese tra i due stati, non ultima la riapertura della zona neutrale condivisa in cui sono presenti due giacimenti petroliferi, uno onshore e l’altro offshore, chiusi tra il 2014 e il 2015, eliminando circa 500.000 barili al giorno dal mercato globale del petrolio.

Kuwait e Oman, con sfumature diverse, temono che le tensioni in corso possano minare la stabilità geopolitica della regione danneggiando gli interessi di tutti i membri GCC. La crisi tra Qatar e Arabia Saudita rappresenta infatti una complicazione per la politica estera neutrale di Kuwait e Oman, che potrebbero subire ripercussioni dalla frattura qatarino-saudita. La ricchezza di questi paesi dipende quasi interamente dalle risorse energetiche, e le conseguenze geopolitiche possono stravolgere i già delicati equilibri dell’area. Nella regione passa infatti circa il 33.5% della produzione mondiale di petrolio e il 18% di quella di gas: i paesi che guardano all’area con un certo interesse sono diversi, in particolare Cina, Francia, Gran Bretagna, Turchia, Russia e USA, considerati drivers della geo-economia energetica dell’area.

Il Kuwait è quindi il mediatore riconosciuto, mentre Musca pratica da sempre una mediazione più sottile e informale, motivo per cui l’Oman incute sospetto negli Emirati arabi Uniti e nell’Arabia Saudita.

A giocare sempre un ruolo sostanziale alla base di tutte queste tensioni, poi, vi è il conflitto interconfessionale tra Sunniti e Sciiti: Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contrapposti all’Iran, hanno in atto uno scontro religioso e militare con un peso importante soprattutto nello Yemen.

La crisi del Consiglio di Cooperazione del Golfo ha evidenziato tutte le debolezze relative alla vera e propria incapacità di risoluzione delle controversie al proprio interno. Nonostante ripetuti appelli Kuwait e Oman, il GCC, di fatto, non ha avuto la possibilità di avviare negoziati credibili, soprattutto a causa dell’intransigenza da parte degli stati contrapposti. Senza dimenticare, poi, che la diffusione di narrazioni ostili relative agli stati dello schieramento opposto, attraverso strumenti di soft power come fake news e propaganda cyber, favorisce certamente l’incremento di sentimenti di nazionalismo a danno della creazione di un’identità condivisa tra i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo.