La Costituzione cambia, Vladimir Putin resta

Con il 77,92% dei voti, il popolo russo ha approvato la riforma costituzionale varata lo scorso marzo e sottoposta, nella giornata di ieri, al giudizio degli elettori. Una vittoria per Vladimir Putin che non giunge inaspettata, ma che apre ora una nuova pagina della politica russa, che, 27 anni dopo il primo referendum costituzionale, vede cambiare la propria costituzione.

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Nella giornata di ieri, si sono concluse ufficialmente le procedure di voto per la conferma o il respingimento degli emendamenti alla Costituzione avanzati lo scorso gennaio da Vladimir Putin, in occasione del tradizionale discorso alla nazione di inizio anno. Lo scrutinio dei voti, iniziato alle 21 di ieri seguendo i diversi fusi orari del paese e continuato per tutta la notte, ha confermato le attese della vigilia: la riforma incontra il favore del 77,92% dei votanti, a fronte di un più limitato 21,27% che ha espresso un voto contrario alle riforme e di un’affluenza del 65%.

Il nostro paese, la nostra costituzione, la nostra decisione

Malgrado i quasi 200 emendamenti, gran parte dei quali inerenti al rapporto tra i tre poteri dello Stato, l’attenzione, interna e internazionale, è stata dominata da due temi centrali: l’introduzione di alcune disposizioni piuttosto conservatrici riguardo la tradizione e la cultura russa e la possibilità, per Vladimir Putin, di ricandidarsi dopo il 2024, anno durante il quale si sarebbe dovuto concludere il suo quarto mandato al Cremlino.

Relativamente al primo punto, nelle disposizioni contenute nella riforma, si insiste molto sulla sacralità del matrimonio, composto unicamente da uomo e donna, elevando la famiglia tradizionale a unità cardine della società russa. Analogamente, il riconoscimento di Dio e dell’ortodossia, come valori fondamentali ereditati dalla tradizione russa, ha rinsaldato i legami tra il Cremlino e il Patriarcato di Mosca, guardando, ancora una volta, alla cultura e al nazionalismo come fondamenti della legittimazione del leader del Cremlino. Di conseguenza, l’inserimento dei molti riferimenti alla tradizione e alla storia del paese, ha rafforzato il carattere “sovrano” della democrazia russa. Tali disposizioni rappresentano, infatti, il retroterra culturale per quelle misure, adottate con il referendum, che antepongono la firma e l’attuazione dei trattai internazionali al rispetto della sovranità e della tradizione russa, determinando in questo modo l’affermazione una netta primazia dell’ordinamento interno su quello internazionale.

Relativamente al secondo tema, il riconoscimento della possibilità di ricandidarsi per Vladimir Putin oltre il 2024 è stato un elemento piuttosto trascurato dai movimenti vicini a Russia Unita, il partito del leader del Cremlino. Ad eccezione di un sistematico richiamo a garantire la stabilità del paese, elemento centrale della campagna in favore del referendum rappresentata dallo slogan “Il nostro paese, la nostra costituzione, la nostra decisione”, la possibilità offerta al Presidente russo di candidarsi per due ulteriori mandati presidenziali dopo il 2024 è stato un tema evocato soprattutto all’estero e dai movimenti di opposizione, che hanno più volte accusato il Cremlino di aver messo in atto l’intera riforma solo per garantire la permanenza al potere del leader russo.

Fin dalle prime ore dopo la chiusura dei seggi, Alexei Navalny, il principale leader dell’opposizione extraparlamentare russa, ha immediatamente respinto i risultati trasmessi dalla Commissione Elettorale Centrale, accusando il Cremlino di aver falsificato i dati sul voto e di aver influenzato l’intera campagna referendaria. Malgrado la presenza di osservatori internazionali, è innegabile che il referendum non sia stato condotto in un clima perfettamente democratico e aperto al libero confronto di idee. I noti limiti del sistema mediatico russo fanno si che gran parte della comunicazione sia facilmente indirizzabile verso i temi più cari al Cremlino, relegando ad un ruolo di minorità le opposizioni, soprattutto quelle extraparlamentari. Inoltre, non sono mancate critiche per l’impossibilità di verificare, attraverso soggetti terzi, le procedure di voto online, consentito in alcune regioni a causa dell’emergenza sanitaria, come pure di controllare le modalità di espressione del voto domestico, altra formula introdotta per evitare assembramenti ai seggi elettorali nelle aree urbane più colpite. Da ultimo, da venerdì 19 giugno, lo stesso Vladimir Putin ha lanciato una massiccia offensiva mediatica, con un articolo di riflessioni personali sul significato della Grande Guerra Patriottica, continuando poi con il discorso alla nazione del 23 giugno, alla vigilia delle celebrazioni della vittoria sulla Germania nazista del 24, per poi concludere, il 30, con l’inaugurazione, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, del Memoriale al soldato sovietico nella città di Rzhev, ribadendo sistematicamente l’importanza della trazione russa, del legame tra i cittadini e lo stato e dell’obiettivo di perseguire la grandezza e la stabilità delle istituzioni. In questo modo, il leader del Cremlino ha provato a rinsaldare l’unità nazionale e il proprio consenso, indeboliti entrambi dalla stagnazione economica e dalla crisi determinata dal Covid-19. Le iniziative degli ultimi giorni hanno, inoltre, permesso a Vladimir Putin di riconquistare una presenza mediatica che aveva perso durante la fase più acuta dell’emergenza sanitaria, la cui gestione è stata invece demandata al Primo Ministro Mishustin e al sindaco di Mosca Sobyanin, personalizzando così la vittoria e sovrapponendo il voto sulle riforme a un voto sulla propria presidenza.

Cosa accadrà ora?

Il referendum ha confermato la presenza di un solido consenso per Vladimir Putin, che celebra la vittoria giudicandola un “trionfo”. Indubbiamente, il 77% dei voti favorevoli rappresenta una maggioranza non solo rispetto ai votanti, ma rispetto all’intero corpo elettorale, un obbiettivo questo tradizionalmente perseguito dagli “ingegneri elettorali” del Cremlino, che hanno sempre guardato al raggiungimento del 70% dei voti favorevoli, a fronte di un’affluenza del 70% come target ottimale per ogni voto. In questo caso però, il rapporto tra il Cremlino e l’opinione pubblica è forse meno rilevante di quanto non sembri, poiché la questione fondamentale, fin dall’annuncio delle riforme, continua ad essere la stessa: cosa ci sarà dopo Vladimir Putin?

Lo scorso 21 giugno, in un’intervista rilasciata a Russia-1, il principale canale della Tv russa, il leader del Cremlino aveva evocato la possibilità di candidarsi nuovamente qualora le nuove disposizioni fossero state approvate dal voto popolare, affermando velatamente che, in assenza di una reale alternativa, nell’arco di poco di poco tempo sarebbe iniziata la ricerca di un successore tra i diversi centri di potere che gravitano attorno al Cremlino. In queste dichiarazioni, si condensa quindi l’essenza del referendum e le eventuali prospettive future.

Oltre ad essere uno strumento di consolidamento della propria legittimità, il voto di ieri è stato primariamente uno strumento per guadagnare tempo e riaffermare la propria figura rispetto ad eventuali manovre contro la Presidenza. Il precedente limite del suo ultimo mandato, fissato al 2024, avrebbe aperto, e secondo alcuni aveva già aperto, una lotta tra i diversi gruppi di pressione legati al leader russo, che, in vista della prossima fine dell’“era Putin”, avrebbero potuto tessere alleanze al fine di gestire la fase di transizione, non necessariamente in favore del Presidente. Il referendum ha invece spostato, se non eliminato, tale scadenza. La possibilità di ricandidarsi nuovamente nel 2024 consente ora a Vladimir Putin di prendere tempo, tempo necessario per mantenere lo stato di agitazione permanente tra i siloviki, gli oligarchi e i blocchi di funzionari, federali e locali, che tradizionalmente hanno segnato la politica russa. Inoltre, l’assenza di una scadenza imminente consentirebbe al Presidente russo di preparare la propria successione, garantendosi un’uscita di scena che lo relegherebbe ad un ruolo di padre della patria intoccabile, come già Boris Eltsin, e in grado di mantenere una velata influenza sul proprio successore.

È nella competizione tra le élite e il rapporto tra queste e la Presidenza che verterà quindi il futuro della politica russa. Ad oggi, l’opinione pubblica risulta scarsamente mobilitata, persino in favore del Cremlino, le opposizioni liberali, dopo la campagna nazionalistica legata all’intervento in Crimea, sono state equiparate a “nemici del popolo” e “sostenitori di potenze straniere”, mentre figure come Alexei Navalny sono facilmente isolate e i loro seguito risulta disunito. In tale contesto, Vladimir Putin ha oggi la forza e il tempo per definire il proprio futuro, cercando di mantenere il fragile equilibrio tra la competizione interna tra le élite, le difficoltà economiche e una politica estera ambiziosa.