La corsa entra nel vivo: Kamala Harris candidata vicepresidente

Dopo mesi di attesa, Joe Biden ha finalmente deciso: sarà Kamala Harris, senatrice della California, la candidata vicepresidente. Una scelta abbastanza prevedibile se si considera il fatto che il 77enne democratico ha più volte dichiarato di voler puntare su una donna che facesse parte di una delle minoranze etniche che compongono gli Stati Uniti. Inoltre, Harris era vista già da tempo da tutti gli addetti ai lavori come la figura migliore per quel ruolo. Ma perché la scelta del vicepresidente da parte di Biden è così importante?

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Chi è Kamala Harris

Prima donna asiatica americana e prima donna di colore ad ottenere la candidatura come vicepresidente, Kamala Harris è il classico esempio del melting pot che caratterizza la società americana, essendo nata da madre di origine indiana e da padre di origine giamaicana. Dopo aver completato gli studi tra la Howard University e l’Hastings College of the Law, inizia a lavorare come viceprocuratore distrettuale della contea di Alameda, in California, dal 1990 al 1998. Nel 2003 viene eletta procuratore distrettuale di San Francisco, rimanendo in carica fino al 2011, anno in cui diventa procuratore generale della California, nonché prima donna a ricoprire tale carica. Nel 2016 si candida alle elezioni per il Senato e l’8 novembre dello stesso anno sconfigge l’altra democratica Loretta Sanchez con il 62,5% dei voti, diventando senatrice della California. 

Il 21 gennaio 2019 ha annunciato la sua candidatura alle primarie democratiche in vista delle elezioni presidenziali, raccogliendo nelle successive 24 ore circa 2 milioni di dollari e superando il record precedentemente stabilito da Bernie Sanders nel 2016. Il 3 dicembre 2019 però, a causa di un crollo nei sondaggi e di una raccolta fondi fallimentare, Harris ha deciso di ritirarsi non partecipando neanche ad una prova elettorale.

La scelta e la sua importanza

Verso la fine di aprile, la campagna presidenziale di Biden ha lanciato ufficialmente il comitato di selezione per il vicepresidente e già allora la senatrice della California era vista come la grande favorita. Nel corso di questi mesi, il 77enne democratico ha subito numerose pressioni, sia dalla comunità afroamericana sia da quella latina, riguardo alla scelta del vicepresidente, facendo di fatto perdere posizioni ad Elizabeth Warren, che molto probabilmente otterrà comunque una posizione prestigiosa all’interno di un’eventuale Amministrazione Biden visto l’ottimo rapporto che intercorre tra i due, soprattutto dopo l’endorsement della senatrice della Massachusetts. 

Nel corso delle ultime settimane erano apparsi ulteriori nomi rispetto a quello di Harris, come quelli di Susan Rice – ex National Security Advisor dell’Amministrazione Obama – dalla posizione fragile a causa della gestione dell’attacco all’ambasciata americana a Bengasi dove morì l’ambasciatore Chris Stevens; Val Demings – membro della Camera dei Rappresentanti per la Florida; Karen Bass – membro della Camera dei Rappresentanti per la California; Tammy Duckworth – senatrice dell’Illinois ed eroina della guerra d’Iraq. Alla fine, Biden ha scelto l’opzione più scontata ma probabilmente più logica, considerando che la senatrice della California è vista dall’establishment democratico come la persona che, con più probabilità, potrebbe riuscire a ricompattare la coalizione di Obama, fatta di progressisti, elettori non bianchi e giovani. 

Harris è la quarta donna, dopo Geraldine Ferraro nel 1984, Sarah Palin nel 2008 e Hillary Clinton nel 2016, ad essere nel ticket presidenziale di uno dei due partiti. Ma perché la scelta del vicepresidente da parte di Biden era così importante? Il vicepresidente scelto dal leader democratico potrebbe essere il candidato per le presidenziali del 2024. Biden finirebbe il mandato ad 82 anni e lui stesso si è definito un “candidato di transizione”. Dunque, se l’ex vicepresidente dovesse vincere e decidesse di non candidarsi per un secondo mandato, è possibile che la leadership del partito non sia in palio per i prossimi 12 anni, passando di fatto nelle mani di Kamala Harris. La scelta, dunque, potrebbe determinare l’agenda dei democratici per il prossimo decennio.

Nonostante la senatrice della California rappresenti una minoranza, molti analisti si chiedono se sia effettivamente così popolare tra gli afroamericani. I sondaggi non danno una risposta univoca. Quello che è certo è che la comunità afroamericana le ha preferito non solo Biden ma anche Sanders. Infatti, la nomina di Harris non è garanzia di una maggiore affluenza dei neri al voto. Secondo un’analisi condotta da FiveThirtyEight, la percentuale di persone di colore che hanno votato è stata significativamente più alta nel 2008 (65%) e nel 2012 (66%), quando c’era un candidato afroamericano nel ticket, rispetto al 2004 e 2016 (intorno al 60%) quando non c’era. La scelta di Harris rischia di non avere un grande impatto sull’elettorato afroamericano per due principali motivi:

  1. Nel 2008 e nel 2012 la percentuale è stata così alta perché si votava il primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti ed è improbabile che i democratici ottengano un sostegno maggiore di quanto già non ne abbiano dalla principale minoranza del paese;
  2. Durante le primarie Harris non era il candidato preferito dagli afroamericani. Al contrario di quanto è successo con Obama che sin da subito ha avuto un grande sostegno dalla comunità afroamericana, gli anziani hanno preferito Biden mentre i più giovani Sanders o Warren.

Il primo evento del ticket

Nella giornata di ieri, il ticket democratico ha fatto la sua prima apparizione pubblica a Wilmington in Delaware. Durante il suo discorso, Biden ha elogiato più volte Harris: “Questa è una lotta per l’anima degli Stati Uniti e sono orgoglioso che Kamala sia al mio fianco in questa battaglia perché condivide le mie stesse volontà. Sa come governare, sa fare le scelte difficili ed è pronta per questo lavoro”. Il 77enne ha poi ricordato le lotte di Harris contro le grandi banche e la lobby delle armi, oltre al sostegno al matrimonio omosessuale. 

È interessante sottolineare come durante questo comizio Biden abbia riversato la sua attenzione anche nei confronti dell’Alleanza Atlantica: “Se sarò eletto alla Casa Bianca, il primo giorno telefonerò ai paesi NATO e dirò che siamo tornati, perché noi non abbandoniamo i nostri amici, non tratteremo l’Alleanza come un racket di estorsioni” ha detto il 77enne democratico accusando Trump di aver “abbracciato delinquenti e dittatori”. Dunque, un approccio completamente diverso rispetto a quello del tycoon al quale sembrerebbe non andare molto a genio la cornice multilaterale.

La parola è poi passata alla senatrice della California che ha aspramente criticato il presidente Trump soprattutto per la gestione della pandemia: “Abbiamo bisogno di più di una vittoria il 3 novembre. Abbiamo bisogno di un mandato che dimostri che gli ultimi anni non rappresentano gli Stati Uniti”. “Questo virus ha colpito quasi tutti i paesi, ma c’è una ragione per cui ha colpito l’America peggio di qualsiasi altra nazione: è a causa dell’incapacità di Trump di prenderlo sul serio dall’inizio. Il suo rifiuto di fare i test e la sua convinzione delirante di saperne di più degli esperti” ha continuato Harris, che ha definito la presidenza Trump un grande fallimento.


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La risposta del tycoon non si è fatta attendere, descrivendo la scelta di Biden “alquanto bizzarra” viste le grandi critiche di Harris nei confronti dell’ex vicepresidente agli inizi delle primarie democratiche: “lei parlava molto male di Biden più di quanto io non abbia mai fatto”

Adesso la corsa è ufficialmente entrata nel vivo. Biden accetterà formalmente la nomination alla Convention del Partito Democratico la prossima settimana e lo stesso, molto probabilmente, farà Trump. Seguirà una campagna di circa 11 settimane fatta di dibattiti televisivi tra Trump e Biden prima e Pence e Harris poi. Infine, il 3 novembre, finalmente, si deciderà il futuro degli Stati Uniti. La strada di Harris verso la futura presidenza, in caso di vittoria, dipenderà molto da quanto contribuirà al successo dell’Amministrazione Biden.

Alessandro Savini,
Geopolitica.info