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La cooperazione tra Israele ed Emirati Arabi Uniti tra business e infrastrutture

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Gli Accordi di Abramo hanno fornito un framework politico-diplomatico su cui incardinare l’integrazione economica, tecnologica e infrastrutturale tra Israele e il Golfo. In tale processo, il paese arabo che più sta approfondendo le relazioni con lo Stato ebraico sono gli Emirati Arabi Uniti. Dalla cooperazione commerciale agli investimenti diretti esteri sino all’integrazione infrastrutturale, la relazione tra Israele ed Emirati Arabi Uniti è destinata a un ulteriore approfondimento, distinguendosi qualitativamente dal percorso che invece sta caratterizzando gli altri membri del formato di Abramo – Bahrein, Marocco, Sudan – e i paesi arabi che avevano normalizzato le relazioni diplomatiche con Israele nei decenni precedenti – Egitto e Giordania.

Gli Accordi di Abramo: la cornice politico-diplomatica della cooperazione tra Israele ed EAU

La seconda metà del 2020 è stata caratterizzata da una serie di importanti sviluppi politici nell’ambito del conflitto arabo-israeliano. Il più importante di questi è stato senza dubbio la firma dei cosiddetti Accordi di Abramo, una cornice diplomatica concepita dall’ex amministrazione Trump per facilitare l’instaurazione delle relazioni diplomatiche fra Israele da una parte ed Emirati Arabi Uniti (EAU), Bahrain, Marocco e Sudan dall’altra, con gli Stati Uniti nel ruolo di garante. Negoziati dagli ex senior advisors Jared Kushner e Avi Berkowitz, gli accordi sono stati concepiti con uno spiccato approccio funzionalista che ha messo in secondo piano le questioni di alta politica per basarsi soprattutto sull’esaltazione dei fattori di cooperazione socioeconomica che potessero risultare in una win-win situation per tutti gli attori coinvolti. Il fattore economico è quindi impossibile da trascurare nell’analizzare questo framework negoziale che, nonostante sia stato utilizzato in maniera onnicomprensiva per indicare le normalizzazioni dello Stato ebraico con i cinque paesi arabi, è stato applicato in maniera differente a seconda dei singoli casi. Questa ulteriore specificazione è necessaria per inquadrare ogni negoziato alla luce delle implicazioni differenti che questi hanno comportato. 

Il primo degli Accordi di Abramo è stato firmato il 15 settembre del 2020 alla Casa Bianca con il nome ufficiale di Trattato di pace, relazioni diplomatiche e piena normalizzazione tra gli Emirati Arabi Uniti e lo Stato di Israele. Partendo dalla scelta precisa di utilizzare la parola trattato, Israele ed EAU hanno a tutti gli effetti deciso non solo di instaurare relazioni diplomatiche ma anche di creare le condizioni minime e necessarie per passare da una mera collaborazione politica ad una corposa partnership economica, a tutti i livelli. Questo concetto risulta evidente dal testo dell’accordo, lungo oltre sette pagine e con diversi annessi esplicitamente mirati a promuovere lo sviluppo e la prosperità attraverso un’Agenda Strategica per il Medio Oriente che promuova la cooperazione in vari settori civili: salute, agricoltura, turismo, energia, ambiente e innovazione. Il piccolo regno del Bahrain è stato invece il secondo paese arabo ad entrare negli Accordi di Abramo, immediatamente dopo gli Emirati Arabi. Tuttavia, mentre Abu Dhabi e Tel Aviv hanno firmato un vero e proprio trattato, nel caso di Manama il nome del testo in questione è Dichiarazione di pace, cooperazione e relazioni amichevoli e diplomatiche costruttive indicando quindi un accordo di livello inferiore rispetto a quello israelo-emiratino. Anche per quanto riguarda Sudan e Marocco si tratta semplicemente della firma di una dichiarazione di principi in cui vengono elencate delle condizioni minime per lo stabilimento delle relazioni diplomatiche con Israele. In questi due casi la cooptazione all’interno di Abramo è stata possibile soprattutto grazie alla leva posta dagli Stati Uniti, che in cambio della normalizzazione ha offerto a Rabat il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara occidentale (in un momento di tensione fra Marocco e Polisario) e a Khartoum di rimuovere il Sudan dalla lista dei paesi che sponsorizzano il terrorismo. Fatte queste dovute premesse, è possibile quindi passare ad esaminare l’impatto economico degli Accordi di Abramo, focalizzandoci sulla partnership fra Israele ed Emirati Arabi Uniti, il cui potenziale potrebbe avere degli effetti benefici a livello regionale, così come affermato dal Primo Ministro israeliano Netanyahu alla cerimonia della firma degli Accordi. 

La dimensione macroeconomica della cooperazione israelo-emiratina

La regione mediorientale ha avuto negli ultimi anni il più basso tasso di commercio intraregionale del mondo, con appena il 5% delle esportazioni dei paesi MENA verso i loro vicini regionali, secondo le stime della Camera di Commercio statunitense. Questo è imputabile principalmente allo stato delle relazioni fra i vari paesi mediorientali, con Israele considerato fino all’anno scorso un outsider regionale ma anche a causa della mancanza di un vero e proprio framework economico-commerciale in Medio Oriente per promuovere la cooperazione economica.  Per le varie aziende multinazionali, questo ha significato un forte aumento dei costi fissi dovuti a catene logistiche e di approvvigionamento scollegate, alte tariffe commerciali e di investimento, e la mancanza di quadri normativi coerenti tra i paesi della regione. La normalizzazione fra Abu Dhabi e Tel Aviv ha come obiettivo l’inversione di questo trend, attraverso una forte penetrazione economica fra la Startup Nation e la Singapore del Medio Oriente. A livello macroeconomico, le economie di entrambi i paesi sono considerabili aperte e diversificate, con un clima economico favorevole agli investimenti e una prospettiva economica di medio termine robusta.  In termini di livello di sviluppo, entrambi hanno un prodotto interno lordo (PIL) di circa 400 miliardi di dollari e le loro popolazioni relativamente piccole godono di un elevato standard di vita. Queste similitudini rivelano una forte compatibilità tra le due economie. Riguardo questo punto, è necessario segnalare l’apertura del cosiddetto Fondo di Abramo, creato da Stati Uniti, Israele ed Emirati Arabi lo scorso 20 ottobre. Attraverso questo fondo, la US International Development Finance Corporation (USDFC), la banca di sviluppo statunitense, dovrebbe mobilitare oltre 3 miliardi di dollari in investimenti nel settore privato nei due paesi mediorientali ma anche iniziative di sviluppo regionali. Secondo il Times of Israel, più di 250 domande sono state presentate al Fondo di Abramo da ottobre 2020 a gennaio 2021, anche da aziende private non solo israelo-emiratine ma anche giordane, bahreinite ed egiziane. Quindici progetti sono stati infine scelti e inviati all’USDFC a Washington per l’approvazione. Tuttavia, Aryeh Lightstone, l’incaricato politico scelto dall’amministrazione dell’ex presidente Donald Trump per gestire il fondo, si è dimessa il giorno prima dell’insediamento di Joe Biden e, per ora, nessun sostituto è stato nominato dall’amministrazione democratica.

Dopo il trattato di normalizzazione, le autorità degli EAU e di Israele non hanno perso tempo nel firmare accordi di cooperazione bilaterale tra le rispettive agenzie di investimento – Israel Innovation Authority e Abu Dhabi Investment Office – e camere di commercio. Secondo le statistiche della dogana di Dubai, il commercio con Israele dalla firma del format di Abramo a gennaio 2021 ha raggiunto oltre 225 milioni di euro e un volume di oltre 6.000 tonnellate di beni. Le principali importazioni di Abu Dhabi da Israele includono verdura e frutta, diamanti, ma soprattutto dispositivi high-tech, medici e meccanici. Ahmed bin Sulayem, uno dei principali uomini d’affari di Dubai e Presidente della Dubai’s Ports, Customs and Free Zone Corporation, ha riferito in un rapporto del governo emiratino che il volume commerciale fra i due paesi è destinato a toccare cifre pari a circa 4 miliardi di euro, generando oltre 15.000 posti di lavoro, aprendo opportunità soprattutto per la popolazione arabo-israeliana. Come evidenziato dai numeri precedenti, un fattore distintivo nell’attuale modello commerciale è lo scambio di prodotti ad alta tecnologia. Israele è uno dei maggiori produttori high-tech a livello mondiale e non è un caso che aziende leader come Intel, Apple e Microsoft abbiano grandi basi produttive e reparti di ricerca e sviluppo nel paese, dato che circa un terzo delle esportazioni israeliane possono essere etichettate come high-tech. Questo è un ulteriore fattore che sta spingendo verso una maggiore cooperazione economica con gli Emirati Arabi, che negli ultimi anni stanno cercando di diversificare la loro economia per diminuire la dipendenza dai proventi petroliferi. Infatti, Abu Dhabi sta spingendo, ormai da diverso tempo, per attrarre gli Investimenti Diretti Esteri (IDE) nel Golfo e diventare un’enorme zona franca di investimento per le compagnie straniere, puntando soprattutto su settori ad alto contenuto tecnologico e finanziario. Non è un caso che circa il 90 per cento delle aziende Fortune 500 si trovino negli Emirati Arabi Uniti, da dove gestiscono i propri affari in Medio Oriente e in Africa.

Questo pionierismo nei prodotti tecnologici ha coinciso ad esempio con la messa in orbita della sonda emiratina Hope a febbraio (che ha reso gli Emirati il primo paese arabo ad entrare nella corsa spaziale) e l’Expo mondiale di Dubai del prossimo ottobre, dove Israele avrà il suo padiglione, e probabilmente potrebbe rappresentare un’opportunità unica per le aziende israeliane di mostrare le loro innovazioni. Un altro rilevante sviluppo pratico della rinnovata cooperazione israelo-emiratina è stata la creazione di una joint venture fra la controllata statale israeliana Rafael Advanced Defense Systems e il Gruppo 42, una società tecnologica privata con legami con la famiglia regnante di Abu Dhabi. Lo scorso aprile, le due società hanno creato Presight.AI, un consorzio dedicato alla commercializzazione di intelligenza artificiale (IA) e di tecnologie di big data per l’uso in diversi settori, fra cui quello bancario, sanitario e di sicurezza pubblica. Questo segue la firma di un accordo strategico tra EDGE, un gruppo di tecnologia avanzata con sede ad Abu Dhabi, e la Israel Aerospace Industries per concentrarsi sulla produzione di droni, su cui entrambi i paesi puntano.

La dimensione infrastrutturale: logistica, commercio ed energia

La dimensione infrastrutturale, intesa in senso lato, rappresenta un altro pilastro della cooperazione israelo-emiratina. Tra i primi e più visibili effetti dell’accordo di normalizzazione tra Israele ed EAU vale la pena menzionare l’apertura dei collegamenti aerei diretti tra i due paesi, misura prevista nel punto cinque e relativi annessi del Trattato di pace, relazioni diplomatiche e piena normalizzazione. Si tratta di un’evoluzione significativa che sta impattando su un doppio livello della cooperazione emergente tra i due paesi: sia sul fronte logistico-commerciale che su quello turistico, a conferma della predilezione per l’approccio People-to-People, impresso nel codice genetico del formato di Abramo, volto a portare benefici tangibili anzitutto ai rispettivi tessuti socio-economici nazionali. Si ricordi, in realtà, come il primo aereo cargo partito dagli EAU e giunto all’aeroporto Ben-Gurion di Tel Aviv risale al 20 maggio 2020, risultando pertanto precedente alla firma dei suddetti accordi. In quell’occasione un volo operato da Etihad Airways era giunto in Israele per portare aiuti medico-sanitari alla popolazione palestinese nella lotta al coronavirus – privo tuttavia della classica livrea che contraddistingue i velivoli della compagnia emiratina, proprio perché formalmente tra i due paesi ancora non vi erano relazioni diplomatiche formali.

Per quanto riguarda i voli commerciali, invece, il 31 agosto 2020 si è assistito al primo collegamento diretto tra Tel Aviv e Abu Dhabi, operato dalla compagnia di bandiera israeliana El Al. Tale viaggio ha portato una delegazione israeliana su suolo emiratino, guidata dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Meir Ben-Shabbat, e accompagnata da Jared Kushner, l’allora Senior advisor del Presidente Trump. Si noti inoltre come in quell’occasione l’Arabia Saudita autorizzò per la prima volta il sorvolo del proprio spazio aereo da parte di un velivolo israeliano, suggerendo implicitamente anche un ruolo di Riad nell’approfondimento delle relazioni tra Israele e paesi del Golfo. Il 19 ottobre un volo di Etihad Airways ha fatto la tratta inversa, portando una delegazione commerciale emiratina su suolo israeliano. In quell’occasione i due paesi hanno firmato un accordo quadro che garantisce 28 voli commerciali settimanali, coinvolgendo gli aeroporti di Tel Aviv (TLV), Abu Dhabi (AUH) e Dubai (DXB). A questi si aggiungono i voli cargo e un numero illimitato di collegamenti charter. Il 26 novembre, infine, si è registrato il primo volo da Dubai a Tel Aviv operato da FlyDubai, ricambiato nella tratta inversa da IsrAir il 1° dicembre.

Ad oggi le compagnie che coprono tali tratte sono El Al, IsrAir, Etihad Airways e FlyDubai. Lo scorso aprile Mohamed Al Khaja, Ambasciatore emiratino a Tel Aviv, ha dichiarato che presto altre due compagnie aeree inizieranno ad operare voli tra Israele ed EAU: si tratta di Emirates, con sede a Dubai e di Air Arabia, con sede a Sharjah. Sintetizzando, è quindi possibile osservare come in meno di un anno si è assistito alla costruzione di una complessa rete di collegamenti aerei, i quali ad oggi rappresentano il principale volano della cooperazione logistico-commerciale tra Israele ed UAE. A questa è intrinsecamente legato l’approfondimento delle relazioni sul fronte del turismo. Il 20 ottobre scorso, ad esempio, Israele ed EAU hanno firmato un mutual visa exemption agreement che permetterà ai turisti di entrambi i paesi di viaggiare senza necessità di un visto – va ricordato comunque che tale esenzione non è ancora pienamente operativa a causa delle restrizioni ai viaggi imposte a causa del coronavirus.

Un ulteriore piano della cooperazione infrastrutturale tra Israele ed EAU è quello marittimo-portuale. Entrambi i paesi negli ultimi mesi stanno accentuando la propria postura talassocratica, ponendosi come attori emergenti di quel quadrante marittimo che comprende il Mar Mediterraneo, il Mar Rosso e le acque del Golfo. A un livello strategico-militare, entrambi gli attori stanno assistendo a un riorientamento della competizione con i rispettivi rivali strategici nella dimensione marittima. Attraverso attacchi non rivendicati a petroliere e altre imbarcazioni iraniane, Israele sta conducendo una war between wars occulta contro l’Iran, al fine di minarne la capacità di esportazione del petrolio verso la Siria – nonostante le sanzioni americane – e di ostacolare i contemporanei colloqui di Vienna sul nucleare. Con l’ultimo multi-year plan di investimento e di aggiornamento della dottrina militare, inoltre, le Israel Defense Forces hanno impostato la più importante opera di ristrutturazione della propria marina della loro storia. Ne è prova l’acquisto di quattro corvette classe Sa’ar 6, di cui due già consegnate. Dal canto suo, Abu Dhabi è impegnata nella competizione contro la Turchia, alla cui dottrina della Patria Blu contrappone la propria strategia veneziana, atta a rendere gli EAU il principale perno logistico e infrastrutturale tra il quadrante Euro-Atlantico e l’Indo-Pacifico. Sempre a tale livello, inoltre, i due paesi stanno approfondendo la partnership con attori europei come Grecia e Cipro.

Passando a un piano strettamente infrastrutturale, il baricentro della cooperazione marittima tra Israele ed EAU è rappresentato dal porto di Haifa. Si tratta di un affaccio strategico sul Mediterraneo orientale, attracco per le navi da guerra americane e scalo su cui hanno mostrato interesse anche i cinesi. Il 12 ottobre scorso è giunta ad Haifa la MSC Paris, la prima nave mercantile partita dagli EAU, inaugurando una tratta commerciale settimanale. Cionondimeno, l’evoluzione più importante è rappresentata dal tentativo di due società della logistica e dei trasporti marittimi, l’israeliana Israel Shipyards e l’emiratina DP World di acquistare congiuntamente tutte le banchine portuali che il governo israeliano intende privatizzare. 

L’ultima dimensione che è necessario considerare è quella dell’energia. In questo senso è l’intero Mediterraneo orientale a poter diventare un ulteriore terreno di cooperazione tra Israele ed EAU. Abu Dhabi è storicamente una potenza energetica mentre lo Stato ebraico aspira a diventarlo da un decennio a questa parte, con la scoperta di imponenti giacimenti di gas. Considerando solo i giacimenti israeliani, sono stimate riserve gasiere per 900 miliardi di metri cubi, in grado di invertire la storica condizione israeliana di importatore netto di energia. Oltre all’indipendenza energetica domestica, Israele ambisce a porsi come un player regionale, attraverso le esportazioni – già esporta gas in Giordania, dal 2015, e in Egitto, dal 2020, con cui è stato firmato un accordo per la costruzione di una pipeline che porterà il gas israeliano del giacimento Leviatano agli impianti di liquefazione egiziani. Alla fine di aprile è stato firmato un Memorandum of Understanding con cui l’israeliana Delek Drilling si è impegnata alla cessione della propria partecipazione non operata del 22% del giacimento offshore Tamar all’emiratina Mubadala Petroleum. L’accordo dovrebbe avere un valore complessivo di circa 1 miliardo di dollari e potrebbe essere finalizzato già entro questo mese. 

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