La controversia sul nome tra Grecia e Macedonia: la difficile soluzione negoziale

Di recente, sono riprese con forza le proteste di una parte della popolazione greca contro il possibile compromesso tra il governo greco e quello macedone, circa il nome ufficiale che l’attuale Repubblica di Macedonia dovrebbe assumere. Si tratta di una disputa sorta nel 1991 al momento dello smembramento della Jugoslavia, quando il territorio che costituiva la Repubblica Jugoslava di Macedonia ha proclamato la propria indipendenza e rivendicato il nome di Repubblica di Macedonia con capitale Skopje. Molti Paesi la riconobbero ufficialmente con quella denominazione. Tuttavia, la Grecia si oppose fermamente alla decisione del nuovo governo macedone di attribuirsi questo nome ufficiale e soprattutto impedì alla neonata repubblica di avviare i negoziati per l’ingresso nella NATO, nelle istituzioni europee e negli altri organismi multilaterali.

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I termini della controversia

Dopo l’indipendenza, il governo della Repubblica di Macedonia guidato da Nikola Gruevski propose una narrativa nazionalista che faceva leva su un legame diretto tra gli abitanti attuali del paese e la figura di Alessandro Magno. Una sorta di rivisitazione storica e culturale messa in atto dal governo per scopi politici, che secondo i critici non sarebbe effettivamente supportata dal punto di vista strettamente storico-geografico. Si tratterebbe, in altre parole, di affibbiare ad una popolazione di origine slava una tradizione storico-culturale greca preesistente. Infatti, “Macedonia” è anche il nome di una provincia situata nel nord della Grecia, quindi per i greci la determinazione macedone di reinterpretare la storia, oltre a costituire una ingiusta appropriazione dell’eredità storico-culturale greca, nasconderebbe l’intento di avanzare pretese relative alla suddetta provincia di Macedonia.

Al fine di superare temporaneamente questo ostacolo, nel 1993 le Nazioni Unite ammisero la Macedonia come membro dell’organizzazione dichiarando che, in attesa di una soluzione della controversia relativa al nome ufficiale, sarebbe stata adottata la denominazione di Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia (Former Yugoslav Republic of Macedonia – FYROM). Nel settembre 1995, le due nazioni firmarono un accordo per cui alla Repubblica di Macedonia veniva concesso di usare il riferimento provvisorio nelle organizzazioni internazionali, in cambio dell’impegno della Grecia a non bloccare l’inserimento della Macedonia nell’Unione Europea e nella NATO. Nel novembre del 2008, a seguito del mancato invito della Repubblica di Macedonia all’ingresso nella NATO nel Vertice di Bucarest (2-3 aprile 2008), quest’ultima chiese alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia di pronunciarsi contro il comportamento di Atene, accusata di avere violato l’accordo ad interim bloccando la sua adesione alla NATO. Il 5 dicembre 2011 la Corte internazionale di giustizia stabilì che la Grecia, nell’ostacolare l’ingresso della Repubblica di Macedonia nella NATO, aveva effettivamente violato l’Interim Accord.

Cenni storici sulla questione

Il territorio dell’attuale Repubblica di Macedonia ha fatto parte, durante i secoli, di numerosi Stati ed Imperi. Con l’arrivo degli slavi, il territorio macedone fu annesso agli Stati medioevali di Bulgaria e di Serbia. In seguito, nel XV secolo, l’intera regione balcanica venne conquistata dall’Impero ottomano, che la tenne sotto controllo fino al momento in cui l’indebolimento di quest’ultimo diede modo ai popoli balcanici di ribellarsi al suo dominio. Il primo episodio significativo della cosiddetta Questione d’Oriente, intesa come la sorte dei territori dell’Impero Ottomano in seguito al suo progressivo indebolimento, fu costituito dalla crisi greca. Nel 1821 la Grecia dichiarò la propria indipendenza provocando l’intromissione delle Potenze europee nella vicenda. La Russia si mostrò favorevole all’indipendenza, mentre Austria e Gran Bretagna furono inizialmente più prudenti, preoccupate della possibile estensione dell’influenza russa. Di fatti, l’impero zarista si mostrò intenzionato ad intervenire nella crisi e nell’aprile del 1828, dopo il fallimento di una serie di iniziative diplomatiche a seguito dell’incidente della Baia di Navarino, lo Zar decise di intraprendere un’iniziativa militare dichiarando guerra alla Turchia. Nel marzo 1829 le Potenze proposero un nuovo Protocollo di Londra che prevedeva uno Stato greco autonomo ma tributario del Sultano. Le ostilità russo-turche non si arrestarono e si giunse alla conclusione del Trattato di Adrianopoli del settembre 1829; in esso si stabiliva l’autonomia della Grecia, sotto protettorato di Gran Bretagna, Francia e Russia. Successivamente, nel febbraio 1830 le stesse Potenze si accordarono per un nuovo Protocollo di Londra, per il quale la Grecia avrebbe ottenuto l’indipendenza, sebbene il suo territorio venisse privato di alcune regioni storiche, che rimasero nelle mani dell’Impero Ottomano, tra cui la regione storica della Macedonia.

L’Impero Ottomano subì un nuovo momento di crisi in occasione delle guerre balcaniche del 1912-13. Sulla scia dell’impegno turco nella vicenda libica, i Paesi balcanici sfruttarono l’occasione e decisero di unire le loro forze per liberarsi della presenza turca. Nel 1912, Serbia, Montenegro, Grecia e Bulgaria si coalizzarono contro l’Impero ottomano dando il via alla prima guerra balcanica, che si concluse con la sconfitta di quest’ultimo. In conseguenza di questo primo conflitto emersero dei contrasti relativi ai confini dei territori che si erano liberati. In particolare, la questione relativa alla Macedonia divenne un elemento di forte tensione tra Serbia, Bulgaria e Grecia, che posero le mire su di essa, innescando un secondo conflitto balcanico. Nello specifico, Serbia e Grecia, la prima interessata a conquistare uno sbocco sull’Egeo, la seconda impegnata nella realizzazione della “Grande Ellade” si accordarono per spartirsi la Macedonia, lasciando fuori la Bulgaria. Quest’ultima naturalmente si oppose ed entrò in conflitto con i due Paesi. Questa nuova guerra si concluse con la sconfitta della Bulgaria e la firma della Pace di Bucarest, la quale sancì la spartizione del territorio macedone tra Grecia e Serbia, per cui la parte meridionale con Salonicco sarebbe andata alla prima, mentre quella settentrionale alla seconda.

Dopo gli sconvolgimenti della Prima Guerra mondiale, nacque il Regno serbo-croato-sloveno, uno Stato multinazionale costituito dalle tre principali comunità (appunto quelle di Serbia, Croazia e Slovenia) in cui la componente serba assunse una posizione preponderante. All’interno del nuovo Regno, che a partire dal 1929 divenne Regno di Jugoslavia, il territorio macedone della Serbia assunse il nome di Provincia di Vardar. Durante il secondo conflitto mondiale, la Provincia di Vardar venne spartita tra la Bulgaria e l’Italia, che al momento occupava anche l’Albania. Al termine della guerra, nei piani di ricostituzione dello Stato jugoslavo del leader comunista Josef Broz Tito, si prevedeva lo stabilimento di una Repubblica di Macedonia allargata alla provincia settentrionale della Grecia. Tuttavia, la sistemazione territoriale conseguente la formazione della Repubblica Popolare Federale di Jugoslavia non rispecchiò l’intento di Tito e si limitò ad includere il territorio macedone come Repubblica Popolare di Macedonia in Jugoslavia, costituendo così una delle sei repubbliche del nuovo Stato. Nel 1963, in seguito alla ridenominazione della Federazione Jugoslava in Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, il nuovo nome del territorio macedone divenne Repubblica Socialista di Macedonia. La situazione fu stabile fino al 1991 quando si ebbe lo smembramento della Jugoslavia e la conseguente separazione della Repubblica di Macedonia.

Lo stallo politico e la soluzione proposta

La Macedonia occupa un territorio piccolo e la sua popolazione non supera i due milioni di abitanti. Al di là dell’utilizzo della tradizione greca, probabilmente la sua insistenza sul nome deriva dal timore di poter diventare come in precedenza oggetto di mire da parte di altri Paesi. Per questo è importante per quest’ultima superare l’impasse e avviare i negoziati per l’accesso nelle istituzioni europee e nella NATO.

Le cose sono mutate dopo l’elezione nel giugno 2017 del nuovo primo ministro Zoran Zaev, leader del Partito socialdemocratico. Egli si mostrò propenso a rivedere l’atteggiamento precedente in merito all’eredità culturale greca e più incline a trovare una soluzione negoziale sul nome. Secondo alcuni si trattava di individuare un compromesso ribattezzando la Repubblica di Macedonia “Nuova Macedonia”, per distinguerla dalla regione greca, considerata la Macedonia “vecchia”, oppure “Macedonia del Nord”. Al termine di lunghi negoziati, il 12 giugno 2018 il premier macedone Zoran Zaev e quello greco Alexīs Tsipras hanno annunciato il raggiungimento di un accordo sul nome, che sarebbe stato “Repubblica della Macedonia del Nord”. Questo cambio di nome è stato sottoposto al vaglio di un referendum popolare confermativo. In occasione del referendum, tenutosi il 30 settembre 2018, il 94,18% dei votanti ha votato per il Sì al cambiamento, ma non è stato raggiunto il quorum necessario del 50% più uno (i partecipanti furono solo il 36,91%). Ciononostante, il primo ministro macedone Zoran Zaev, ha deciso comunque di andare avanti nelle procedure per il cambio del nome in Repubblica di Macedonia del Nord ed è riuscito a far approvare in Parlamento la revisione costituzionale a gennaio 2019.

Gli Stati Uniti fanno pressione sul governo greco affinché si raggiunga un compromesso in merito alla questione. Ciò sbloccherebbe il processo di ingresso della Repubblica di Macedonia nella NATO e prevedibilmente nell’Unione Europea. Tuttavia, le formazioni politiche di opposizione osteggiano fortemente l’accordo in questione. In particolare, l’ala più dura del partito di centro-destra Nea Demokratia si è schierata contro l’azione del governo rigettando qualsiasi accordo che includa il nome Macedonia. Questo è divenuto dunque l’obiettivo dei manifestanti e dei nazionalisti greci. Anche il partito Greci Indipendenti, facente parte della coalizione di governo, si è espressa a sostegno dei manifestanti. Il partito di sinistra al governo Syriza non vuole prendere decisioni impopolari, consapevole che qualora dovesse perdere un referendum che proponga la linea del compromesso, subirebbe una grave sconfitta politica. Le proteste di questi giorni testimoniano la presenza di un ampio fronte contrario ad ogni soluzione che preveda l’utilizzo da parte della Repubblica di Macedonia del termine “Macedonia” nel nome ufficiale del Paese. Esse indicano anche il fatto che i Balcani sono ancora una zona instabile dell’Europa, capace di creare tensioni ai confini dell’Unione Europea. Inoltre, come in passato, la vicenda testimonia la presenza di interferenze delle potenze esterne, tra cui Russia, Cina, Turchia e alcuni paesi occidentali, che nei Balcani vedono un campo di battaglia per le loro ambizioni e le loro influenze.

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