La competizione strategica tra Russia e Cina per l’influenza in Asia centrale: i casi del Kirghizistan e del Tagikistan

Le elezioni parlamentari tenutesi in Kirghizistan il 4 ottobre 2020 vedono i partiti vicini al presidente Sooronbay Jeenbekov aggiudicarsi la maggioranza assoluta dei seggi. Il risultato delle consultazioni è stato immediatamente contestato da una larga fetta della popolazione, scesa in piazza per protestare adombrando l’accusa di brogli. Le proteste hanno portato alla liberazione dell’ex presidente e del leader dell’opposizione, costringendo alle dimissioni il primo ministro e il portavoce del Parlamento dopo che la Commissione elettorale centrale ha annullato il verdetto delle elezioni. Diverso è stato invece l’esito delle elezioni tenutesi in Tagikistan, dove Emomali Rahmon, al potere dal 1992, è stato riconfermato nell’ultima controversa tornata elettorale. In vista delle nuove elezioni che dovranno tenersi in Kirghizistan nel gennaio 2021, il vicino Tagikistan rappresenta per Mosca una solida base di osservazione degli eventi che accadono in Asia centrale, direttrice lungo la quale si snodano le mire egemoniche cinesi, che passano attraverso la Via della Seta. La presenza di figure autocratiche ai vertici dei Paesi ex sovietici nell’area centroasiatica rappresenta dunque una garanzia per Mosca, che in tal modo può tenere sotto controllo l’evoluzione politica di tali Stati evitando che scivolino nell’orbita di Pechino, nonché l’emergere di tensioni destabilizzanti pregiudizievoli per gli interessi del Cremlino

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I tumulti in Kirghizistan, iniziati il 4 ottobre 2020 in concomitanza con la diffusione dell’esito delle elezioni che hanno visto riconfermare la parte politica vicina al presidente Jeenbekov, hanno dato vita ad una impasse politica potenzialmente pericolosa per gli interessi della Russia. Il Paese dell’Asia centrale, sebbene non dotato di risorse economiche rilevanti, gioca infatti una parte rilevante della politica del Cremlino in quella regione, un’area vitale per poter continuare ad esercitare la proiezione strategica storicamente detenuta dall’Unione Sovietica e ancor prima dall’Impero zarista. Date tali premesse, i mutamenti politici nello Stato centroasiatico, analogamente a quanto si è verificato con eventi simili accaduti in altri Paesi un tempo parte dell’Unione Sovietica, non riusciranno verosimilmente a proseguire verso un’evoluzione del tutto spontanea. L’influenza esercitata da Mosca nei confronti del suo “estero vicino” mira in ogni caso a scongiurare gli eventuali mutamenti politici svantaggiosi per la Russia, cercando di impedire che emergano figure politiche in grado di alterare le alleanze internazionali di tali Stati conducendole in una direzione sfavorevole agli interessi del Cremlino.

Nel giro di pochi giorni dalle elezioni, dopo una serie di proteste che hanno interessato in primo luogo la capitale Bishek e hanno contestato il risultato emerso dalle consultazioni, la Corte Costituzionale del Kirghizistan ha accolto le contestazioni portate avanti dai manifestanti annullando il risultato delle elezioni legislative. Il presidente kirghiso Jeenbekov ha dunque deciso di dimettersi al fine di scongiurare un’escalation violenta all’interno del Paese e si è rivolto a Sadyr Japarov, uno dei leader dell’opposizione, chiedendogli di far cessare le contestazioni da parte dei suoi sostenitori che assediavano la capitale Bishek. Il 10 ottobre, dopo un controverso voto in Parlamento che ha visto presenti meno della metà dei deputati, Japarov, liberato dalla prigione proprio grazie alle proteste dei suoi sostenitori, è stato nominato primo ministro, mentre i poteri presidenziali sono stati temporaneamente attribuiti a Kanatbek Isayev, speaker del Parlamento preso di mira dai manifestanti, che in un primo tempo ne avevano chiesto le dimissioni. Dinanzi a tale scenario, la Russia monitora la situazione al fine smorzare gli eventuali tentativi di destabilizzazione e di mutamento delle alleanze geopolitiche consolidate, alleanze che vedono il Kirghizistan come parte integrante del Trattato di Sicurezza Collettiva e dell’Unione Economica Euroasiatica, organizzazioni regionali a guida russa che consentono a Mosca di mantenere la propria sfera di influenza.

Nonostante l’apparente indistruttibilità dei legami Mosca–Bishek, nell’ultimo decennio l’egemonia russa in Asia centrale inizia ad essere minacciata dal sempre più aggressivo espansionismo commerciale della Cina, la quale, attraverso accordi di cooperazione multisettoriale legati al progetto della Via della Seta, tenta di espandere la propria proiezione strategica globale. Non a caso, la prima direttrice espansionistica di Pechino si è concentrata verso l’Asia centrale, considerata come una sorta di “corridoio strategico” utile a collegare la Cina con l’Europa nel quadro delle infrastrutture ideate nell’ambito del progetto della Belt and Road Initiative, meglio conosciuta come “Via della Seta”. In tale quadro geopolitico, un’eventuale destabilizzazione dei paesi ex sovietici in Asia centrale potrebbe rivelarsi, almeno dal punto di vista cinese, un’utile opportunità per espandere la cooperazione economica e consentire in tal modo al Dragone di rafforzare il proprio soft power nella regione. La Russia, dal canto suo, non è rimasta inerte nel corso degli ultimi anni, espandendo anch’essa la cooperazione (soprattutto in ambito militare) e cancellando miliardi di dollari di debiti, senza contare il fatto che molte persone sono emigrate dal Kirghizistan verso la Russia, da dove contribuiscono con le loro rimesse al sostentamento delle famiglie rimaste in patria. Inoltre, il solido legame tra la Russia e il vicino Tagikistan rappresenta un ulteriore “asso nella manica” per Mosca, che in tale Paese detiene una grande base militare nei pressi della capitale Dushambe.

A differenza del Kirghizistan, alle prese con una crisi politica dagli sviluppi incerti e destinato a non andare a nuove elezioni almeno fino al 10 gennaio 2021, il Tagikistan pare invece godere di una certa stabilità politica. Il Capo di Stato Emomali Rahmon, al potere dal 1994, è stato infatti riconfermato nelle ultime contestate consultazioni tenutesi il giorno 11 ottobre 2020, elezioni non riconosciute né dagli osservatori OSCE né da organizzazioni come Human Rights Watch, che ha segnalato più volte il deficit del Paese centroasiatico nel rispetto dei diritti umani. La controversa riconferma di Rahmon, eletto con percentuali che si aggirano intorno al 90% dei consensi, consente a Mosca di controllare un territorio chiave per i traffici di droga provenienti dall’Afghanistan alle prese con il ritiro americano, nonché di monitorare la situazione instabile nel vicino Kirghizistan, senza dimenticare il controllo dei progetti infrastrutturali cinesi destinati a snodarsi lungo la regione. La presenza russa è in ogni caso una garanzia di stabilità per il Tagikistan, che risulta essere uno dei Paesi più vulnerabili alle infiltrazioni islamiste provenienti dal vicino Afghanistan, nonché al terrorismo di matrice islamista, combattuto aspramente dallo stesso Rahmon già all’indomani del crollo dell’URSS.


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Dinanzi all’evoluzione dello scenario geopolitico in Asia centrale, dove si stanno affacciando negli ultimi anni le mire economiche cinesi, la Russia, quale attore finora egemone nell’area, monitora attentamente l’evoluzione politica degli Stati presenti nella regione, al fine di salvaguardare la propria posizione preminente, minacciata dalla Cina nonché, sul piano interno, da gruppi religiosi estremisti. Al fine di salvaguardare i propri interessi, Mosca tenta dunque di mantenere al potere delle figure in grado di tenere sotto controllo l’evoluzione politica negli Stati dell’Asia centrale, territori questi che per la loro posizione geografica consentono al Cremlino di esercitare una valida proiezione strategica nella regione.