La competizione spaziale asiatica

Le tensioni geopolitiche che vedono protagoniste le nazioni asiatiche hanno inevitabilmente ripercussioni anche nello spazio cosmico, divenuto teatro di una vera e propria competizione tra i più importanti attori regionali. Tuttavia, nonostante il vantaggio attualmente detenuto dalla Cina, la corsa “asiatica” allo spazio sembra essere ancora in una fase poco avviata, ed è ancora aperta a possibili futuri sviluppi.

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Perché parlare di corsa “asiatica” allo spazio?

Negli ultimi anni l’Asia ha sperimentato un’impennata per quanto riguarda l’interesse degli stati nei confronti dello spazio cosmico. Sono molteplici i fattori che hanno spinto i paesi asiatici ad investire nei propri programmi spaziali. Dotarsi di capacità spaziali sempre maggiori è certamente una questione di prestigio, con effetti positivi sia sul piano interno che estero. Tuttavia, è a dir poco ingenuo ridurre la volontà degli stati di imporsi nello spazio cosmico a un semplice fatto di riconoscimento politico. Come sempre, la principale raison d’être dei programmi spaziali risiede nei molteplici incentivi di tipo economico e militare che le capacità spaziali offrono. Nemmeno la ricerca «per fini pacifici» o l’ancestrale desiderio umano di superare i propri limiti sono, in realtà, i principali driver degli sforzi spaziali delle nazioni, sebbene siano abbondantemente presenti in ogni dichiarazione politica laddove si renda necessario rassicurare l’opinione pubblica o gli altri attori internazionali circa la bontà delle proprie intenzioni. Le ragioni principali di questa forte tendenza, da parte dei paesi asiatici, a investire in capacità spaziali e contro-spaziali, deriva dalla rapida crescita delle economie regionali (che in genere si traduce in un aumento delle spese in capacità militari e spaziali), oltre che nel cambiamento dell’equilibrio di potenza regionale e globale. Da diversi anni, ormai, la Cina, già superpotenza economica, ha adottato una strategia nazionale per accedere e mettere in sicurezza le risorse spaziali, con molteplici benefici economici e militari. Tale strategia ha reso il dragone a pieno titolo una potenza spaziale, permettendo a Pechino di sostituirsi a Mosca nella competizione con Washington per il “controllo” dello spazio cosmico. Questo cambiamento nella balance of power (che non riguarda quindi soltanto l’industria spaziale) non ha solo messo in allarme le agenzie spaziali occidentali, ma anche gli stati che per ragioni geografiche sentono maggiormente il “peso” della Cina, su tutti l’India e il Giappone, per i quali la crescita di Pechino nel settore spaziale, con le sue ripercussioni soprattutto dal punto di vista della sicurezza regionale, rappresenta una minaccia concreta, e ha messo a nudo la necessità di rispondere sullo stesso piano alle mosse cinesi. Dotarsi di capacità spaziali è quindi per questi stati non solo una questione di orgoglio nazionale, ma anche e soprattutto un imperativo strategico, proprio come lo fu l’ottenimento della supremazia spaziale per le due superpotenze durante la Guerra Fredda. È per questo motivo che si può parlare di corsa spaziale “asiatica”.

Quali sono i principali “attori spaziali” del continente asiatico?

Come già in parte anticipato, il “panorama spaziale asiatico” è attualmente dominato da tre potenze, ossia Cina, India e Giappone, seguite da una folta schiera di stati che negli anni sono riusciti a dotarsi di capacità spaziali seppur in misura relativamente inferiore rispetto a quelli sopracitati. È utile ripercorrere in sintesi i passi dei programmi spaziali di questi big three per fornire un quadro su quali siano le peculiarità e i progressi di ciascuno di essi, in modo da capirne meglio le differenze.

Cina

In maniera del tutto connessa allo sviluppo di capacità militari, il programma spaziale cinese nasce negli anni ’50 grazie all’intensa collaborazione sino-sovietica e con il trasferimento di tecnologia dall’URSS alla RPC. Il punto di partenza dell’industria spaziale cinese è proprio il razzo R-2 sovietico, la cui tecnologia fu trasferita da Mosca a Pechino a seguito della stipulazione di un accordo nel 1957. Lo sviluppo tecnologico cinese è poi riuscito a superare una fase estremamente tumultuosa, iniziata con il drastico deterioramento dei rapporti con l’URSS e proseguito con l’isolamento della Cina e la Rivoluzione Culturale. È in questo periodo che viene alla luce il razzo Chang Zheng (Lunga Marcia), spina dorsale del programma spaziale cinese odierno. Negli anni 70 e 80 la Cina si è focalizzata principalmente sulla sperimentazione missilistica. A partire dagli anni ’90 si intensifica l’attività “satellitare” di Pechino, ma è con l’inizio del nuovo millennio che vengono gettate le basi per la sfida cinese alla supremazia spaziale americana. Nel 2003 il gigante asiatico diventa il primo paese del continente ad inviare un essere umano (Yang Liwei) nello spazio, e nel 2007 la Cina diventa invece la prima potenza militare spaziale asiatica a testare con successo un missile anti-satellite (ASAT), distruggendo un vecchio satellite meteorologico cinese. Nel 2011, con il lancio di Tiangong 1, parte ufficialmente il progetto per la costruzione di una stazione spaziale cinese. Nel 2013 la RPC riesce a far atterrare un proprio rover (Yutu) sulla superficie lunare, e sono ancor più ambiziosi i piani di Pechino nel satellite naturale della Terra, anche per merito dell’entusiasmo scaturito dall’atterraggio dello Yutu-2 (2019) sulla “faccia nascosta della Luna” (primo paese in assoluto a riuscirci). L’obiettivo di lungo periodo per quanto riguarda il satellite naturale della terra è quello di costruire un laboratorio lunare, mentre è attesa entro la fine di quest’anno una nuova missione (Chang’e 5). Oltre a lavorare intensamente al fine di rendere il proprio sistema di posizionamento satellitare (Beidou) uno standard globale, la Cina è impegnata anche nell’esplorazione di Marte: nel luglio 2020 Pechino ha lanciato con successo la missione Tianwen-1, attualmente in viaggio verso il pianeta rosso.

India

In maniera analoga alla Cina, anche l’India, nella prima fase del suo programma spaziale, è dipesa largamente da partner stranieri (principalmente Stati Uniti e Francia). Il programma spaziale indiano parte nel 1969, con gli Stati Uniti che avevano appena vinto la corsa alla Luna. Date le difficili condizioni economiche in cui versava il paese, inizialmente l’attenzione dell’India nei confronti del suo programma fu limitata a una serie di obiettivi di sviluppo sociale ed economico. Non è un caso che tra i primi traguardi del programma spaziale indiano vi sia il lancio di satelliti per potenziare il settore agricolo. Nel corso degli anni l’India ha saputo fare passi da gigante in termini di capacità spaziali, potendo contare su un programma straordinariamente efficiente, principalmente per tre motivi che ancora oggi caratterizzano gli sforzi spaziali indiani. Anzitutto, il costo della manodopera per la costruzione di razzi indiani è nettamente inferiore rispetto a quello delle altre agenzie. In secondo luogo, l’India ottiene la maggior parte delle componenti per i suoi lanci da società locali, contando il meno possibile su fornitori stranieri. Infine, l’India ha sempre teso a costruire velivoli spaziali piccoli e semplici, cercando di rendere per quanto possibile brevi nel tempo le proprie missioni, abbattendo quindi i costi di gestione. Questo insieme di fattori ha fatto sì che in alcuni casi l’India sia arrivata a spendere, per singoli lanci, fino al 70% in meno delle altre potenze spaziali. Il basso budget non ha impedito al paese di ottenere importanti risultati, ad esempio riuscendo ad inviare la sonda Chandrayaan-1 sulla Luna nel 2008, dimostrando la presenza di acqua sul satellite. Ma non è tutto: con la Mars Orbiter Mission(MOM) del 2013, al costo di soli 74 milioni di dollari, l’ISRO (Indian Space Research Organization) è diventata la quarta agenzia spaziale ad arrivare su Marte, anticipando anche la Cina, e riuscendoci al primo tentativo (non era mai successo prima). Nel 2017 l’India è riuscita a mandare in orbita ben 104 satelliti (quasi tutti appartenenti ad altre nazioni) con un solo lancio, mentre nel marzo 2019, molto probabilmente come conseguenza dei risultati ottenuti dalla Cina, durante un’operazione chiamata Mission Shakti, anche l’India è riuscita a testare con successo una propria arma ASAT, distruggendo un satellite presente nell’orbita bassa della Terra.

Giappone

Il Giappone ha saputo fare del suo essere all’avanguardia nel settore dell’alta tecnologia e della robotica il cavallo di battaglia per l’ottenimento dello status di potenza spaziale. Il cammino del Giappone all’interno di questo settore ha infatti sempre dovuto avere a che fare con i rigorosi limiti allo sviluppo di capacità militari cui il paese è sottoposto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1969 Tokyo firma con Washington un accordo per il trasferimento di tecnologie di lancio dagli Stati Uniti, stabilendo di fatto un forte rapporto di dipendenza del programma spaziale giapponese dalle componenti americane. Nel 1994 Tokyo ottiene il suo primo veicolo di lancio, il razzo H-2. Il vasto utilizzo della robotica da parte del programma spaziale giapponese ha portato, nel 2003, al lancio della sonda Hayabusa e, nel dicembre 2014, della sonda Hayabusa-2, in grado di raccogliere campioni di polvere dall’asteroide 162173 Ryugu e riportarli sulla Terra. Ma il Giappone ha anche una lunga esperienza in materia di volo spaziale umano, per lo più all’interno di collaborazioni con altre nazioni, e partecipa alle operazioni della Stazione Spaziale Internazionale. Una svolta “militare” ha interessato il programma spaziale giapponese alla fine del secolo precedente, con l’inizio della collaborazione con gli Stati Uniti in termini di difesa missilistica. Le attività spaziali della Cina e la volontà di tenere sotto controllo gli sviluppi militari della Corea del Nord hanno spinto i policymakers giapponesi a rendere “ammissibili” le armi spaziali, a condizione che esse siano di natura puramente difensiva. Il Giappone ha cominciato quindi ad investire sempre di più in capacità spaziali militari e civili, satelliti-spia e difese anti-missilistiche.


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A che punto è la corsa?

Alla luce di quanto osservato nel paragrafo precedente, è evidente che una “corsa asiatica” allo spazio sia in atto, ma non si tratta affatto di un testa a testa. Il quadro che emerge è quello che ritrae la Cina ancora molto avanti rispetto alle altre nazioni asiatiche. L’India, cui va riconosciuto di essere il vero e proprio astro nascente dell’industria spaziale asiatica e non solo, la quale potrebbe seriamente, nei prossimi decenni, insidiare il ruolo del dragone quale prima potenza economica della regione asiatica, non è ancora riuscita ad inviare un proprio equipaggio nello spazio, missione attualmente in programma per il 2021. Il Giappone, dal canto suo, è ancora troppo poco dipendente dalle collaborazioni con l’estero per essere considerato un valido contendente del dragone nello spazio cosmico. Per gli anni a venire, resta da vedere quale sarà l’impatto di possibili collaborazioni tra stati asiatici nel settore spaziale, in un ambiente nel quale potrebbe risultare più difficile del previsto stabilire legami di cooperazione, per ragioni molteplici che possono riguardare la sicurezza, il tecno-nazionalismo e le tensioni politiche tra gli stati. Il “pallino del gioco” sembra insomma essere ancora saldamente in mano alla Cina, come dimostra il fatto che alcune delle iniziative spaziali degli altri paesi asiatici negli ultimi anni sono state innescate dalla necessità di questi due stati di difendere la loro “reputazione spaziale” di fronte all’ascesa di Pechino, con implicazioni sia per la sicurezza che per l’economia spaziale. Ma questa competizione è ancora in uno stato iniziale e, nonostante il vantaggio da first-mover della Cina, è ancora in divenire.

Lorenzo Bazzanti,
Geopolitica.info