La competizione regionale nel corno d’Africa tra risorse naturali ed energia

La prima fase del riempimento della più grande diga africana, la Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), iniziata durante i mesi estivi del 2020, che corrispondono a una stagione di intense precipitazioni in Africa orientale, ha riacceso il contenzioso tra Egitto, Etiopia e Sudan. L’avvio del riempimento della Diga ha infatti significato non solo una prima riduzione della portata del Nilo Azzurro, sebbene ancora ininfluente per quanto riguarda l’utilizzo delle acque del fiume da parte egiziana e sudanese, ma ha rappresentato – e rappresenta tutt’ora – anche un’arma in più per l’Etiopia in fase negoziale, per un accordo che disciplini l’utilizzo delle acque del Nilo Azzurro.

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Dieci anni di vertici interministeriali, summit ad hoc e corrispondenze diplomatiche non hanno purtroppo portato ad alcun accordo tra le parti che regolamentasse in modo chiaro la gestione delle acque del Nilo Azzurro.

È vero anche che gli equilibri regionali e le posizioni degli attori all’interno del Corno d’Africa allargato sono mutate e si sono ridefinite più volte. A distanza di poche settimane dalla destituzione di Hosni Mubarak in Egitto nel febbraio 2011, l’azienda italiana Salini Impregilo (da maggio 2020 Webuild) diveniva il principale appaltatore del progetto della Diga, allora denominata Millenium Dam. E ancora, se inizialmente il Sudan aveva espresso posizioni di neutralità nei confronti del progetto etiope e critiche verso quelle egiziane, al termine dell’ultima fase di negoziazione tenutasi a Kinshasa lo scorso marzo promossa dall’Unione Africana, Khartoum ha supportato la proposta del Cairo di internazionalizzare la mediazione, tentando di coinvolgere anche l’Unione Europea, Nazioni Unite e Stati Uniti nei prossimi summit trilaterali. In un contesto, quello africano, dove una neomaltusiana competizione per le risorse naturali rinnovabili sembra destinata a crescere, le possibilità di sviluppo economico e ambizioni regionali si intrecciano e si influenzano vicendevolmente e la mancata governance delle acque del Nilo Azzurro potrebbe diventare un precedente per la gestione di altri bacini idrologici non solo africani. 

Per fornire un quadro comprensivo, si tenterà di scorporare la questione della GERD partendo da una breve chiosa teorica necessaria per una lettura critica dell’inconcludente water diplomacy delle acque del Nilo Azzurro occorsa negli ultimi dieci anni; sarà così fornito un quadro che descriva numericamente l’impatto idrico, ambientale ed economico della diga sui paesi rivieraschi. Infine, dalle crescenti tensioni tra Egitto, Sudan ed Etiopia riguardo l’utilizzo delle acque del Nilo Azzurro emergono molte indicazioni sugli interessi geostrategici regionali, oltre ad alcune riflessioni che portano a ripensare la canonica definizione degli spazi geopolitici nordafricani.

Governance delle risorse idriche tra attori asimmetrici

Una delle principali difficoltà che rappresenta l’effettiva istituzione di un sistema di gestione comune delle acque del Nilo Azzurro è l’asimmetria degli attori coinvolti. I rivieraschi più forti, che hanno una capacità militare ed economica superiore, possono esercitare una pressione politica sui rivieraschi deboli. Pressioni di natura commerciale o diplomatica possono essere sufficienti per convincere gli stati più deboli a concedere maggiore accesso all’acqua ai rivieraschi più forti. Nel caso delle acque del Nilo e dei suoi affluenti, l’Egitto ha un chiaro dominio economico, politico e militare sui rivieraschi più deboli come Sudan, Ruanda, Kenya, Uganda o la stessa Etiopia, e usa questa posizione di vantaggio per influenzare le decisioni sulla condivisione dell’acqua, portando i rivieraschi deboli ad accettare accordi non solo diseguali, ma a volte anche svantaggiosi. L’accordo del 1959 tra Egitto e Sudan sull’uso delle acque del Nilo che garantiva al primo l’uso del 75% delle risorse idriche provenienti dal Nilo, lasciandone solo il 25% al secondo, è una dimostrazione dello storico potere contrattuale egiziano nei confronti dei paesi a monte.

Quindi, la crescita economica etiope, che negli ultimi quindici anni ha mantenuto tassi sempre superiori all’8% annuo, ha permesso ad Addis Abeba di proporre una politica estera progressivamente più ambiziosa. Sebbene la crescita economica dell’Etiopia non sia stata in grado di colmare le preesistenti asimmetrie con l’Egitto, il progetto della GERD riesce a trasformare in asimmetrico il rapporto tra le parti in sede negoziale sia nel lungo, che nel breve periodo. Nel breve periodo, il riempimento della diga potrebbe arrecare danni consistenti al settore agricolo degli altri paesi rivieraschi, oltre che contribuire all’aumento dell’insicurezza alimentare per milioni di persone che fanno affidamento alle acque del Nilo. Nel lungo periodo, invece, l’impatto della diga sulla portata delle acque del fiume Nilo sarà trascurabile, a differenza di quanto accadrà per i cambiamenti climatici e la crescita demografica che invece risulteranno essere i principali fattori di pressione sullo sfruttamento delle acque. Ai fattori climatico-ambientali non imputabili ad Addis Abeba, si aggiungono quelli politico-economici che nel medio-lungo periodo vedono l’Etiopia come potenziale esportatore di energia idroelettrica verso i paesi limitrofi, incrementandone così lo status a livello regionale.

Dal canto suo, il Cairo ha due opzioni non reciprocamente esclusive: in primo luogo può coinvolgere maggiormente gli altri attori internazionali per stabilizzare l’intricata questione idrica e istituire un sistema di gestione comune delle acque, come già sta tentando di fare insieme al Sudan. In secondo luogo potrebbe essere disposto a far valere le sue asimmetrie economiche e soprattutto militari in sede negoziale, con il rischio però di alzare ulteriormente la tensione interna ed esterna. È stato dichiarato la scorsa estate, e ribadito dopo l’ultimo incontro tra gli stati rivieraschi lo scorso marzo a Kinshasa dal presidente egiziano al-Sisi e dalla sua controparte sudanese al-Bashir, che trovare una soluzione alla controversia sull’uso delle acque del Nilo Azzurro è diventata questione di interesse nazionale. In altre parole, gli stati a valle hanno proposto una retorica che mira a securitizzare il riempimento della diga, definendola in più occasioni come una minaccia alla sicurezza dei rispettivi paesi. Anche se il rischio che le tensioni sfocino in un conflitto armato tra le parti è assai basso, le parole pronunciate da Anwar Sadat nel 1979, sostenendo che l’unica questione che avrebbe potuto portare l’Egitto di nuovo in guerra sarebbe stata l’acqua, sembrano essere in linea con quelle dell’attuale presidente egiziano.

Figura 1

Immagine che contiene mappa

Descrizione generata automaticamente

Il bacino idrogeografico del Nilo, Fonte: “The Geopolitical Impact of the Nile”, Stratfor Global Intelligence, 2012. https://worldview.stratfor.com/article/geopolitical-impact-nile 

L’impatto idrologico della GERD

Il principale punto di scontro tra gli stati rivieraschi è dato dal disaccordo sugli impatti idrologici della GERD. Mentre secondo Addis Abeba la GERD non influenzerà significativamente il flusso d’acqua del Nilo, il Cairo e Khartum sostengono il contrario e spingono per un lento e parziale riempimento della diga, considerata eccessivamente capiente rispetto alla portata del Nilo Azzurro. Quest’ultimo, principale affluente del Nilo, una volta immesso nel Nilo Bianco all’altezza di Khartum fornisce oltre il 75% dell’acqua che arriva in Egitto. Per il Cairo le acque del Nilo sono la principale fonte d’acqua del paese, altrimenti povero di risorse idriche di superficie. Questo significa che non solo il settore agricolo egiziano, costituito per una buona parte da piccoli agricoltori di sussistenza, ma anche che gli altri settori della società egiziana, sono fortemente dipendenti dalle acque del fiume. 

Per fare chiarezza sulle diverse posizioni degli stati coinvolti, si farà riferimento allo studio del 2016 sugli impatti idrologici della GERD sull’economia egiziana condotto dai Sandia National Laboratories, un centro di ricerca legato al Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti. Ciò che emerge dalle previsioni dei Sandia National Laboratories è che il riempimento del serbatoio della GERD può avere un importante impatto a breve termine sulla fornitura d’acqua e sulla produzione alimentare in Egitto, ma solo nel caso in cui il riempimento della diga avvenga in meno di cinque-sei anni nello scenario di precipitazioni medie. Nel caso peggiore, la produzione alimentare dell’Egitto potrebbe essere ridotta di circa il 25% tra il 2020 e il 2023. Tuttavia, la vera minaccia al settore agricolo egiziano proviene dalla sua stessa popolazione in rapida crescita e dai cambiamenti climatici che potrebbero portare al prosciugamento del lago Nasser fino a un livello inferiore agli sbocchi della diga, così che l’acqua sarebbe accessibile solo tramite pompaggio, già entro il 2030 anche con un riempimento soltanto parziale della GERD. Nel periodo di vent’anni dall’inaugurazione della GERD, infatti, la correlazione tra riempimento e riduzione della produzione alimentare in Egitto non è significativa.

Il problema si sposta quindi sulla scarsa resilienza del settore agricolo egiziano, che pesa per circa l’11% del prodotto interno lordo e dà occupazione a circa un quarto della popolazione. Ciò significa che con il progressivo aumento di periodi di siccità e variabilità climatica, l’Egitto, già importatore di alimenti, sarà costretto a dipendere ulteriormente dalle forniture estere. Questo scenario di lungo periodo, più di quello di breve periodo in cui l’insicurezza idrica è data dal riempimento della GERD, è il vero indicatore di un settore destinato a rimanere insicuro.

Può un ‘rinascimento etiope’ minacciare l’Egitto?

La diga GERD rappresenta un progetto infrastrutturale di notevole importanza per l’Etiopia, dal punto di vista sia economico che strategico-politico. In merito all’aspetto economico, la diga GERD avrà un notevole impatto in termini di produzione di energia elettrica, costituendo un elemento essenziale per lo sviluppo economico del bacino del Nilo Azzurro e di tutto il Paese. Inoltre, Addis Abeba prevede anche la possibilità, qualora il fabbisogno nazionale sia soddisfatto, di esportare energia nei paesi limitrofi, quali Kenya, Gibuti, Sud Sudan, e anche Sudan ed Egitto. Il risultato, nel caso questo ambizioso progetto andasse in porto, sarebbe duplice: permetterebbe all’Etiopia, da una parte, di rilanciare la crescita interna e rafforzare la leadership attuale, d’altra parte, di imporsi come principale artefice dello sviluppo economico ed energetico del Corno d’Africa. 

Ma la diga GERD ha per l’Etiopia una portata strategico-politica che va di pari passo con l’aspetto economico. La diga, infatti, rappresenta plasticamente le ambizioni di Addis Abeba che mira ad imporsi come potenza regionale e come principale interlocutore per gli attori esterni. La GERD, in altri termini, costituisce il simbolo del ‘rinascimento etiope’, ispirato ai concetti di unità, nazionalismo e sovranità. Non a caso, nella narrativa etiope, la diga è descritta come ‘la nuova Adua’, paragonando questo progetto infrastrutturale alla storica vittoria nella battaglia di Adua del 1896 in cui l’esercito di Menelik II, in una dimostrazione di orgoglio nazionalistico, sconfisse l’esercito italiano. D’altronde la forte componente nazionalistica ed identitaria etiope è chiaramente individuabile analizzando, anche brevemente, la storia di questo Paese: al netto della parentesi dell’occupazione fascista, l’Etiopia ha infatti sempre difeso strenuamente la propria indipendenza e sovranità, diventando un simbolo per l’intero continente. Già Hailé Selassié aveva attribuito alla gestione delle acque del Nilo un ruolo strategico per i progetti di modernizzazione del Paese e non è neanche un caso se l’idea della diga sia nata nel 2011 proprio sotto la presidenza Zenawi, padre del ‘rinascimento etiope’.

Se per l’Etiopia si tratta di un progetto essenziale, per l’Egitto e per il Sudan la diga GERD è invece un pericolo concreto che rischia di comprometterne la crescita economica, la sicurezza e la stabilità interna. A causa della loro posizione geografica come Paesi a valle, né l’Egitto né il Sudan possono infatti avere voce in capitolo circa la gestione dei flussi a monte. La controversia principale attiene a due aspetti cruciali: in primo luogo, la velocità di riempimento della diga che rischia di provocare considerevoli carenze d’acqua per i Paesi a valle, soprattutto nei periodi di siccità; in secondo luogo, la risoluzione di possibili controversie, che l’Etiopia vorrebbe che si risolvessero bilateralmente tra le parti in questione e che invece l’Egitto vorrebbe rimettere ad un arbitrato internazionale. I negoziati, iniziati nel 2011, sono al momento in una fase di stallo, dopo varie difficoltà e dopo la recente decisione dell’Etiopia di rifiutare i termini proposti a Kinshasa e procedere unilateralmente ad un nuovo riempimento della diga

L’Egitto, il cui approvvigionamento idrico dipende quasi esclusivamente dal Nilo, non potrebbe che avvantaggiarsi da un accordo, vista la sua posizione di debolezza in quanto Paese a valle, ma questo non significa che sarà disposto ad accettare un accordo qualsiasi. Il Cairo considera infatti la situazione della diga una questione di sicurezza nazionale e ha dichiarato di valutare tutte le possibili soluzioni per far valere i propri diritti. È in questo contesto di forti tensioni che l’Egitto ha recentemente stipulato un accordo di cooperazione militare con l’Uganda.
Per l’Etiopia la questione è più complessa: un accordo con l’Egitto ed il Sudan permetterebbe un allentamento della pressione internazionale ma allo stesso tempo rischierebbe di essere visto internamente come un segno debolezza di Abiy, soprattutto se si considera che la diga è uno dei pochi elementi su cui le divisioni etniche tendono ad attenuarsi. A questo quadro va aggiunto un nuovo elemento: la guerra nel Tigray. La grave crisi umanitaria, la debolezza del governo centrale, l’esacerbazione delle divisioni etniche interne e l’isolamento internazionale rischiano di sgretolare le ambizioni regionali di Addis Abeba. In questo rinnovato contesto regionale, le negoziazioni in merito alla diga GERD potrebbero legarsi indissolubilmente agli sviluppi nella questione del Tigray: infatti, qualora il conflitto nella regione settentrionale continuasse senza alcuna prospettiva di soluzione nel breve periodo, l’Egitto potrebbe sfruttare le difficoltà dell’Etiopia per rilanciare le proprie istanze sulla gestione delle acque del Nilo, alzare la posta in gioco e mettere in discussione le ambizioni di potenza regionale di Addis Abeba.


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Conclusioni

Al di là della dinamica economica e securitaria, la questione della GERD offre un utile spunto di riflessione in merito ad una questione geopolitica di più ampio respiro. La dinamica conflittuale descritta in precedenza apre un interrogativo più generale sull’opportunità di continuare nella tradizionale divisione tra Africa subsahariana e Nord Africa, quest’ultimo solitamente associato al Medio Oriente nella più ampia categoria di “Middle East and North Africa” (MENA).  Questo schema geopolitico riflette delle tendenze ormai poco attinenti alla progressiva integrazione del Nord Africa nelle questioni dell’Africa subsahariana. La disputa tra Egitto ed Etiopia dimostra proprio come gli interessi geostrategici, economici e securitari travalichino la tradizionale divisione geopolitica. Ma la questione della GERD è solo uno dei tanti esempi che puntano in questa direzione. Solamente per citarne alcuni: il Marocco guarda verso sud in cerca di sostegno sulla questione del Sahara Occidentale e nel tentativo di rilanciare le sue aspirazioni regionali; l’Algeria e la Tunisia sono interessate a ciò che accade al sud per questioni di sicurezza e di gestione dei flussi migratori; i paesi del Nord Africa vedono nei paesi subsahariani nuovi mercati da conquistare, soprattutto alla luce della nuova area di libero scambio che favorirà i commerci a livello continentale.

In conclusione, la questione della diga GERD, inserendosi in un più ampio confronto tra l’Egitto e l’Etiopia per la conquista della leadership regionale, rischia di compromettere la pace e la sicurezza nel Corno d’Africa. L’atteggiamento non collaborativo dell’Etiopia, spiegabile anche alla luce delle dinamiche interne, rischia di inasprire lo scontro. Tuttavia, la guerra nel Tigray, che ha mostrato le debolezze strutturali dell’Etiopia, potrebbe cambiare le sorti della partita. Alla luce di queste considerazioni, la mediazione internazionale dell’Unione Europea, dell’IGAD, dell’Unione Africana o della Casa Bianca, che fino ad adesso è risultata poco fruttuosa, potrebbe invece ora rivelarsi più efficace, nel duplice tentativo di porre fine alla crisi umanitaria nel Tigray e cogliere il momento per rilanciare la necessità di una soluzione sulla diga condivisa da Egitto, Etiopia e Sudan.

Raffaele Ventura e Carlo Palleschi,
Geopolitica.info