Non solo Farc e ELN: la Colombia oggi, fra post-conflitto, presidenza Trump e scenari internazionali

Unico grande Paese sudamericano fortemente spostato “a destra”, la Colombia sta affrontando un importante e difficile cammino verso la pace. L’accordo raggiunto con le FARC, il discusso premio Nobel al presidente Juan Manuel Santos e le trattative appena iniziate con l’ELN, sono solo il punto di partenza di un percorso fondamentale per gli equilibri dell’intero continente, a cominciare dai rapporti con il confinante Venezuela fino al ruolo centrale che Bogotà potrebbe assumere in riferimento alla presidenza Trump.

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Le ultime notizie giunte dalla Colombia risalgono allo scorso autunno, quando nel giro di poche settimane Bogotà assurse agli onori delle cronache internazionali. Dopo anni di trattative fra lo Stato e le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia), il 2 ottobre 2016 il popolo colombiano disse “no, grazie” all’accordo di pace firmato pochi giorni prima a L’Avana dal Presidente della Repubblica Juan Manuel Santos e dal leader delle FARC TimoleónJiménez (meglio conosciuto come Timochenko). Si trattò indubbiamente di un colpo di scena, un risultato parzialmente “inatteso” per lo meno quanto la vittoria di Brexit o il trionfo di Trump alle presidenziali USA. Oltre a rivelare una massiccia presenza di cittadini contrari alla risoluzione concordata del conflitto armato e alla conseguente concessione di terreno politico alle FARC, la mancata ratifica referendaria comportò anche un certo imbarazzo istituzionale, andando sostanzialmente a inficiare l’accordo raggiunto in sede diplomatica e portando alla necessità di una rapida soluzione dell’impasse. Era, infatti, già nell’aria la possibilità che il Premio Nobel per la Pace 2016 fosse assegnato aSantos, come puntualmente avvenuto il 7 ottobre 2016. L’accordo, dunque, venne definitivamente siglato con alcune modifiche il 13 novembre scorsosenza un ulteriore e possibilmente imbarazzante passaggio per l’approvazione popolare, ma soltanto sottoposto alla ratifica del parlamento, portando ufficialmente alla conclusione di uno dei conflitti armati più sanguinosi del secolo scorso, che ha lasciato sul campo più di 220.000 morti.

Quello delle FARC, tuttavia, non è l’unico fronte caldo nell’estremamente complessa situazione colombiana. Diversi sono i gruppi guerriglieri del Paese, oltre alla presenza tuttora influente del narcotraffico e a quella altrettanto scomoda di diversi gruppi para-militari, più o meno vicini all’ex presidente ÁlvaroUribe, che rappresentano un ostacolo per l’effettiva realizzazione del processo di pace. Tuttavia, la partita si sta ora spostando versol’Ejército deLiberaciónNacional (ELN) gruppo armato di insurrezione marxista attivo in Colombia a partire dal 1964, stesso anno di fondazione ufficiale delle FARC. I due gruppi hanno, d’altra parte, numerose somiglianze: l’utilizzo di forme di guerriglia e della pratica dei sequestri di persona, la diffusa presenza nelle zone rurali e meno sviluppate del Paese, il riferimento a istanze marxiste e bolivariane.

Anche in vista delle prossime elezioni nazionali che si terranno nel 2018, il governo Santos (dopo aver raggiunto lo storico, per quanto tormentato e singolare, risultato dell’accordo con le FARC) punta a proseguire sulla stessa strada. Le trattative ufficiali sono iniziate a Quito il 7 febbraio ed erano state anticipate in forma simbolica il 2 febbraio, in corrispondenza della conferenza internazionale dei Premi Nobel per la Pace riunita lo stesso giorno a Bogotà, dalla liberazione del congressista Odín Sanchez che si trovava nelle mani dell’ELN dallo scorso aprile. La fine del sequestro Sanchez è coincisa con la concessione dell’indulto a due guerriglieri dell’ELN, Nixon Arsenio CobosVargas eLeivis Enrique Valero Castillo.

Certamente l’ELN può contare su numeri inferiori rispetto alle FARC e anche il suo peso simbolico nell’immaginario collettivo, colombiano e non solo, èminore: attualmente si tratterebbe di circa 2000 uomini e donne in armi e circa 7500 miliziani/e. Ciò che tuttavia risulta non scontato, specie ad occhi europei (e italiani in particolare), è il potere che una tale compagine conserva anche in termini ufficiali. È evidente come, ad esempio, non sarebbe possibile ipotizzare uno scambio di questo tipo “alla luce del sole” fra Stato e mafia. Se per certi versi la trasparenza di tali operazioni è un elemento parzialmente rassicurante, specie in un Paese fortemente caratterizzato dal fenomeno della corruzione e dalla presenza di “poteri forti” e élites di comando ai limiti dell’intoccabilità, è altrettanto evidente come ciò testimoni il forte peso che le organizzazioni anti-statali tuttora mantengono. D’altra parte, un po’ per realpolitik un po’ per unbackground culturale effettivamente diverso rispetto a quello europeo/statunitense, in Colombia verrebbe probabilmente accolto con stupore il fatto di non sedersi al tavolo (e in favore di telecamere) con organizzazioni quali FARC e ELN. Si pensi alle negoziazioni intrattenute per anni con i cartelli del narcotraffico, a partire da quello di Medellín di Pablo Escobar, allorquando, fra le numerose concessioni, lo Stato dovette piegarsi alla costruzione di un carcere, La Catedral, disegnato e costruito dai narcos secondo le loro esigenze e volontà (addirittura con piscina, sale da biliardo e campo da calcio, sul quale “elpatrón del mal” e i suoi affiliati hanno ospitato importanti giocatori della selezione nazionale, da Higuita a Valderrama, e addirittura, come da lui stesso recentemente rivelato, Diego Armando Maradona!).

Le questioni colombiane possono forse apparire lontane, poco interessanti o quantomeno non rilevanti sullo scacchiere internazionale; tuttavia, il ruolo di Bogotà promette di acquistare centralità nel prossimo futuro. Due paiono le principali questioni di interesse. Da una parte, il rapporto con il confinante Venezuela, che versa ormai in una situazione di drammatica crisi umanitaria: nonostante le frequenti chiusure della frontiera volute da NicolàsMaduro, da alcuni mesi migliaia di cittadini venezuelani varcano il confine semplicemente per fare la spesa, in un vero e proprio esodo quotidiano alla ricerca di generi di prima necessità. Dall’altra, il ruolo strategico nei confronti del neo-eletto presidente degli USA: la Colombia, infatti, è un attore singolare all’interno dei rapporti di forza latino-americani, essendo l’unico grande Paese del sub-continente decisamente spostato a destra sullo spettro politico. I tre partiti che probabilmente raccoglierebbero il maggior numero di voti se si andasse alle urne a breve sono tutti quanti di destra o centro-destra, a partire dal partito della U dell’attuale presidente fino al Centro Democrático di Uribe passando per il Cambio Radical di GermánVargasLleras. Se è vero che l’imprevedibilità di Trump non risponde a classici schemi destra/sinistra e se anche nella stessa Colombia si paventano i rischi della nuova presidenza statunitense, è indubbio il ruolo strategico che Bogotà potrebbe assumere nel contesto bolivariano o post-bolivariano dell’attuale Sud America. In questo senso, per un Paese che promette di essere ago della bilancia per gli equilibri dell’intera regione, l’attuale stagione caratterizzata da diversi processi di pace e gli indubbi risultati, sia simbolici sia effettivi, raggiunti in anni recenti rappresentano soltanto un punto di partenza e non certo un traguardo definitivo.