La Cina nell’ordine unipolare. Obiettivi e strategie di una potenza revisionista

Dopo 40 anni di crescita economica, la Cina è, oggi, una grande potenza intenzionata a perseguire i propri interessi strategici. A livello globale, però, soffre i vincoli che l’ordine unipolare impone attraverso le proprie strutture, istituzioni, procedure e regole e, inoltre, a livello regionale è condizionata dalla presenza di numerosi attori cardine dell’architettura di sicurezza americano-centrica.

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⇒ Estratto da La Cina nell’ordine unipolare. Obiettivi e strategie di una potenza revisionista, Rivista Trimestrale di Scienza dell’Amministrazione, 3/2018

 

 

La teoria del mutamento sistemico di Robert Gilpin (1989) spiega il cambiamento all’interno dei sistemi internazionali in base a due possibili percorsi: incrementale e rivoluzionario. Sarebbe la «crescita differenziata o disuguale del potere tra gli stati di un sistema» (Gilpin, 1989, p. 148) a spingere la potenza in ascesa a modificare il sistema vigente e lo status quo: più aumentano i benefici attesi da un mutamento del sistema a fronte di costi stabili o decrescenti, più la potenza riterrà vantaggioso modificare l’ordine costituito (p. 15).

La strategia seguita dalla Cina per il mutamento sistemico internazionale non è, ad oggi, di tipo rivoluzionario (Buzan, 2010; Feigenbaum, 2017) ma implica, piuttosto, una progressiva spinta per la revisione dello status quo nei settori che la leadership cinese ritiene vitali per la sicurezza nazionale.

Nell’immediato, l’azione revisionista della Cina sembra sostanziarsi in due dimensioni fondamentali.

La prima è globale-economica e in ordine crescente per importanza ma decrescente per semplicità dell’azione revisionista, sono tre le misure della sfida economica cinese. La prima è la possibilità di assurgere a modello di sviluppo economico per gli altri Paesi in Via di Sviluppo, proponendo un una politica economica (Halper, 2010) distante dal Washington Consensus. La seconda la spiega di nuovo Robert Gilpin (1989): l’aumento del potere relativo di uno stato determina la facoltà di estendere il proprio «dominio sull’economia internazionale» (p. 163) articolandone le istituzioni, le procedure e le norme e aumentando esponenzialmente la propria presenza economica nel mondo, anche in aree dove la proiezione militare non arriva. L’ultima attiene alla possibilità per la potenza in ascesa di «convertire il prodotto economico in potere militare e capacità tecnologica» (Brooks e Wohlforth, 2016, p. 26) tanto da superare quelle dell’egemone.

La seconda dimensione dell’attuale sfida è regionale-militare. L’azione revisionista di Pechino nel contesto asiatico si svolge su due livelli principali: uno micro, di natura strettamente militare, e uno macro, di natura politico-militare. A livello micro, la Cina sta perseguendo l’obiettivo di creare aree A2/AD (anti-access/area denial, nei testi cinesi sono indicate come aree di «active defense») nei mari attigui, ossia aree in cui l’utilizzo coordinato di missili, sensori, radar, mine e altre tecnologie, convenzionali e non, possa impedire la libertà di movimento di eventuali nemici. A livello politico-militare, Pechino si è espressa più volte contro l’architettura di sicurezza «hub-and-spoke» di matrice americana (Liff, 2017), basata su un sistema di relazioni bilaterali di sicurezza e multilaterali di carattere economico (Ikenberry, 2004), suggerendo la possibilità di una nuova architettura asiatica indigena.

Rispetto ai predecessori, Donald Trump ha impresso alcuni cambiamenti alla politica estera statunitense verso la Repubblica Popolare. La National Defense Strategy (NDS, il cui Summary è stato pubblicato nel gennaio 2018) individua nella ri-emersione della «competizione strategica tra gli Stati» (DoD, 2018 p. 1), dopo un periodo di «atrofia strategica» (ibidem) in cui il predominio militare americano ha subito un’erosione, la principale minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Come sostenuto nella National Security Strategy (NSS), pubblicata il 18 dicembre 2017, la Cina starebbe, insieme alla Russia, «sfidando il potere, gli interessi e l’influenza americani per eroderne la prosperità e la sicurezza» (Trump 2017, p. 3). A livello economico, la Cina adotterebbe un modello di crescita economica illiberale e non equo, mentre a livello militare starebbe modernizzando e accrescendo le proprie capacità offensive. A livello regionale, la Cina starebbe «utilizzando metodi economici predatori per intimidire i propri vicini e militarizzando il Mar Cinese Meridionale» (DoD, 2018 p. 1), «perseguendo l’obiettivo di una propria egemonia nella regione Indo-Pacifica» (p.2) contro il quale l’amministrazione Trump promuove una free and open Indo-Pacific strategy. Date tali premesse, la NSS 17 conclude che Pechino stia tenendo una postura revisionista rispetto all’ordine internazionale unipolare sorto con la fine della Guerra Fredda, e promuovendo una visione del mondo completamente «antitetica rispetto ai valori e agli interessi degli USA» (Trump 2017, p. 25).

Descrivere la postura della Repubblica Popolare Cinese rispetto all’ordine internazionale a guida statunitense è un compito arduo. Un attore complesso come la Cina in un contesto dinamico e mutevole come quello asiatico difficilmente riesce ad essere inquadrato in una formula. Nella trattazione si è tenuto in considerazione il duplice binario del dibattito: quello accademico e quello politico-strategico. Da una parte, quindi, si è tentato di chiarire quali siano i principali orientamenti degli studiosi, evidenziandone gli elementi considerati più utili ai fini di una maggiore comprensione della materia e, dall’altra, quali siano stati gli approcci strategici delle amministrazioni statunitensi verso l’ascesa economica, politica e militare della Repubblica Popolare Cinese. Si è cercato, in particolare, di inquadrare la politica estera di Donald Trump all’interno di un quadro di riferimento più ampio, per quello che è deducibile dai documenti strategici dell’esecutivo americano. L’obiettivo, in tutta l’analisi, è stato di chiarire la natura e gli scopi della postura cinese nei confronti dell’ordine unipolare e saggiare lo stato della relazione tra Pechino e Washington durante l’amministrazione Trump.


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