La chiusura della Scuola italiana di Asmara rappresenta il fallimento della Cultural Diplomacy Italiana in Eritrea

È del 31 agosto la notizia che l’Istituto Italiano Statale Omnicomprensivo di Asmara ha chiuso i battenti, per adesso in maniera temporanea. La decisione di sospendere l’attività dell’Istituto è giunta a seguito dei progressivi deterioramenti nei rapporti diplomatici tra i due paesi, aventi come oggetto della contesa l’amministrazione dell’Istituto stesso.

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La vicenda

Possiamo ricercare la radice di tali attriti già nel 2017, quando il governo italiano varò due decreti riformativi, il DL 64/2017 e il DM 2051/2018. I decreti, volti a razionalizzare le attività delle scuole italiane all’estero, hanno avuto l’effetto di svelare antiche contraddizioni presenti nella cooperazione tra i due paesi. L’Italia, dal canto suo, ha palesato la decisione di ridurre il contributo finanziario agli istituti di lingua e formazione all’estero, mentre l’Eritrea ha dichiarato di voler ridurre la durata del mandato degli insegnanti di italiano, da 9 a 5 anni – scelta che, stando alla controparte italiana, renderebbe problematica la gestione della didattica, e di voler riservare l’insegnamento di determinate materie a soli docenti di nazionalità eritrea. La riduzione dell’impegno finanziario italiano è stata interpretata da Asmara come sintomo di scarso interesse nei confronti del Paese, facendo intuire di non essere una priorità nel quadro degli affari esteri italiani. Di contro, l’Italia ha lamentato il fatto che le istanze eritree porterebbero l’Istituto ad essere un mero erogatore di lezioni in lingua italiana, più che un centro di aggregazione culturale, facente riferimento ai principi ispiratori dei due Paesi.

La mancanza di attenzione da entrambi i paesi si è manifestata anche nella mancata ridefinizione dell’ Accordo Tecnico del 2012, il quale regola le attività dell’Istituto, stabilendo la nomina congiunta dei membri del comitato tecnico. L’Accordo era scaduto nel 2017 e tacitamente rinnovato, seppur non ridefinito in maniera ufficiale. Lo scorso 25 Maggio, l’Eritrea ha deciso unilateralmente di recedere dall’Accordo, accompagnando alla decisione la revoca della licenza di operare alla scuola italiana. La decisione è stata comunicata dal Direttore dell’Ufficio di Presidenza dello Stato alla Dirigente Scolastica della Scuola di Asmara. I motivi del gesto, stando al governo eritreo, sono da ricondurre alla decisione, da parte del governo italiano, di sospendere l’attività didattica della scuola a causa della pandemia di Covid-19. Decisione, secondo le autorità eritree, presa “in modo alquanto arbitrario”, senza consultare preventivamente le controparti locali e lasciando studenti e professori in una situazione di incertezza. Come ulteriore presa di posizione, il Ministero dell’Educazione eritreo, a giugno 2020, ha proibito agli studenti di nazionalità eritrea che avrebbero dovuto sostenere gli Esami di Stato di  presentarsi in sede di esame – divieto poi revocato.

La Viceministra degli Esteri, Marina Sereni, ha rilasciato un’intervista in cui ha sottolineato come la revoca della licenza sia avvenuta “attraverso una comunicazione della presidenza dell’Eritrea e non del ministero degli Esteri”, come invece avrebbe previsto l’Accordo Bilaterale, e come tale decisione sia stata presa senza “alcuna contestazione di merito, se non la rimostranza sulla sospensione delle attività in presenza”.

Da giugno è quindi partita un’azione diplomatica che ha coinvolto la Farnesina e Palazzo Chigi nel tentativo di sanare i rapporti tra i due paesi. Il 26 giugno la Viceministra Sereni ha ricevuto l’ambasciatore eritreo Fessahazion Pietros Menghitsu, sollecitando chiarimenti utili per riprendere le attività in vista del nuovo anno scolastico. Sollecitazioni sono arrivate anche dal Premier Giuseppe Conte, il quale ha scritto una lettera al Presidente Eritreo Isaias Afewerki, invitandolo ad un dialogo conciliatore, e dal Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, Luigi Di Maio. Nonostante le iniziative italiane, dal governo eritreo non è pervenuta risposta.

Il silenzio eritreo ha fatto temere al governo italiano che dietro ci fosse una precisa volontà di interrompere la collaborazione tra i due paesi, escludendo sempre più la controparte italiana dalle vicende amministrative della scuola, in vista di una nazionalizzazione dell’Istituto. Da qui la decisione, sopraggiunta il 31 agosto, di procedere con un “decreto cautelare di chiusura temporanea dell’attività”, come ha spiegato la Viceministra  Sereni.

I numeri all’estero

L’Istituto di Asmara, fondato nel 1907, conta ad oggi più di 1.200 studenti, il 95% di nazionalità eritrea, e più di 70 dipendenti. Con una scuola dell’infanzia, una scuola primaria, una scuola secondaria di primo e secondo grado, l’Istituto nasce come la più grande scuola italiana all’estero. Grazie alla collaborazione con l’Ambasciata Italiana ad Asmara inoltre, offre ai suoi studenti l’opportunità di proseguire gli studi sia in Italia sia negli altri paesi dell’Unione Europea.

Secondo il censimento ufficiale del Ministero degli Esteri, datato 2018, le scuole italiane presenti sul territorio sub-sahariano – se si esclude la scuola di Asmara – sono quattro per un totale di più di 900 alunni: a Pointe-Noire, Congo, dove sono compresi una scuola per l’infanzia, una scuola primaria, una scuola secondaria di primo e secondo grado; ad Addis Abeba, Etiopia, con una scuola per l’infanzia, primaria e secondaria di primo e secondo grato; a Lagos, Nigeria, con una scuola per l’infanzia, primaria e secondaria di primo e secondo grado.

Numeri che però non hanno a che vedere con le scuole presenti ad esempio in America Latina – sedici, in Argentina, Brasile, Cile, Clombia, Uruguay, Perù, Venezuela – ed in Medio Oriente – otto, in Algeria, Arabia Saudita, Egitto, Iran, Marocco, Tunisia. Paesi in cui il governo italiano sembra più improntato ad esercitare il suo soft power.

La crisi

Le crescenti tensioni sembrano essere frutto di scelte poco lungimiranti da parte di entrambi i governi. L’atteggiamento di chiusura mostrato dal governo eritreo di certo non permette di addossare tutte le colpe ai dirigenti italiani. La lamentata gestione della pandemia in questo contesto è stata semplicemente la scintilla che ha fatto risalire a galla malumori pregressi e mal celati. La vicenda, tuttavia, potrebbe significare anche un punto di svolta per un maggiore riavvicinamento, se da entrambi i governi provenisse la volontà di capire cosa non ha funzionato e cosa potrebbe essere migliorato.

Inoltre, questa potrebbe essere l’occasione per l’Italia di ridisegnare in maniera più definita le proprie priorità ed obiettivi in fatto di politica estera e di comprendere che la proiezione del proprio soft power nel continente africano non può prescindere da investimenti in attività di diplomazia culturale. Se la scuola di Asmara dovesse definitivamente chiudere, come le recenti vicende fanno temere, significherebbe l’implicita rinuncia del governo italiano all’espansione della sua influenza oltre i suoi confini nazionali e lo smantellamento dello strumento cardine di questo processo: la cultura.

L’importanza dell’Eritrea

Colonia italiana dal 1890 al 1947 – fu il primo paese a far parte del Regno d’Italia in Africa – passò subito dopo nelle mani dell’Etiopia, dalla quale ottenne l’indipendenza nel 1993, dopo una sanguinosa guerra civile durata trent’anni.

Dopo soli cinque anni dalla pace, nel 1998 scoppiò una nuova “guerra di confine” tra i due paesi. L’oggetto della contesa era la ridefinizione dei confini nazionali e il possesso della città di Badme. Il conflitto si è concluso nel 2000 grazie all’Accordo di Algeri, che affidava alla Commissione ONU “EEBC” (Eritrea-Ethiopia Boundary Commission) il compito di ridefinire i confini tra le due nazioni. L’Accordo ebbe il merito di porre fine al conflitto militare, ma non allentò la tensione tra i due paesi, dato che il governo etiope rifiutò di ritirare le sue truppe dai territori eritrei, lasciando i due paesi in una situazione di “no peace no war” – assenza di guerra, ma anche assenza di relazioni diplomatiche. La distensione ufficiale delle relazioni si ebbe nel 2018, quando il neo-Presidente etiope Abiy Ahmed decise di risolvere lo stallo ritirando definitivamente le truppe dai territori occupati, portando alla ripresa delle relazioni diplomatiche.

I rapporti tra Eritrea ed Italia sono stati fino ad ora cordiali, anche se frenati dalla condizione di mancata tutela dei diritti umani all’interno del paese denunciata dalle numerose comunità eritree rifugiate in Europa. Situazione inasprita dalle sanzioni varate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite verso l’Eritrea nel 2010 – poi revocate nel 2018. Il pacchetto delle sanzioni contenute nella Risoluzione 1907/2010 prevedeva l’embargo sulla vendita di armi ed altro equipaggiamento militare all’Eritrea, nonché il congelamento dei fondi destinati al paese e delle azioni finanziare eritree all’estero. La doppia accusa pendente sul capo dell’Eritrea era quella di aver fornito sostegno economico-militare alle milizie ribelli somale e di aver occupato una zona di confine contesa con la Repubblica di Gibuti.

La normalizzazione dei rapporti con l’Etiopia ha permesso all’Eritrea di uscire dalla situazione di isolamento internazionale nel quale si trovava, permettendo al Paese di intrattenere relazioni con i Paesi del Golfo, Cina, Egitto.

Nel 2014 difatti, l’allora Viceministro degli Esteri italiano Lapo Pistelli ha incluso l’Eritrea tra le tappe della sua visita sul continente africano. La visita è stata particolarmente delicata, dal momento che dal 1997  non veniva organizzata una missione ufficiale italiana nel Paese.  Per l’occasione il Viceministro Pistelli ha ribadito “la volontà di rilanciare le relazioni bilaterali e provare a fornire un pieno reinserimento dell’Eritrea quale attore responsabile e fondamentale della comunità internazionale nelle dinamiche di stabilizzazione regionale”. Inoltre, facendo riferimento al passato coloniale dei due paesi, ha invitato a lasciare da parte “le rispettive recriminazioni che ormai attengono alla sfera storica del nostro rapporto e devono smettere di condizionare l’attualità”.


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Un ulteriore passo avanti è stato fatto lo scorso anno quando il Primo Ministro Giuseppe Conte ha dichiarato di voler finanziare lo studio di fattibilità per la costruzione della ferrovia che collegherà Addis Abeba con il porto eritreo di Massaua. Tale intervento creerebbe una sinergia davvero interessante tra i tre Paesi coinvolti e permetterebbe all’Italia di espandere la propria area di influenza nella regione del Corno d’Africa. Proprio in questa regione l’Italia potrebbe porsi come first competitor con un gigante attore internazionale come è la Cina, da anni impegnato nella regione con interventi finalizzati alla costruzione di infrastrutture, servizi e forniture di know-how. L’Italia ha il vantaggio di poter esercitare una maggiore forza attrattiva, data da decenni di relazioni internazionali che hanno reso i due paesi più coesi, non solo per la presenza in Eritrea –  dove vivono circa 700 italiani – ma anche per la cultura italiana che, volente o nolente, è entrata a far parte del variegato background culturale del Paese.

Anche le relazioni economiche costituiscono un tassello importante del quadro geopolitico. Nel periodo gennaio – maggio 2019 l’Italia ha esportato in Eritrea merci e prodotti finiti – per lo più elettronica e macchinari – per un valore di 15,47 milioni di €, mentre ha importato dal Paese merci – per lo più articoli di abbigliamento – per un valore di 0,75 milioni di €, totalizzando una bilancia dei pagamenti decisamente favorevole. La presenza economica italiana nel Paese si declina essenzialmente sottoforma di PMI risalenti al periodo coloniale ed imprese di recente stabilimento – operanti soprattutto nel settore tessile e delle costruzioni.

Investire nelle risorse locali e soprattutto nei giovani che vengono formati negli istituti di cultura italiani, aiutando l’Eritrea a tracciare il proprio percorso economico e geopolitico dopo anni di lotte per l’indipendenza, avrebbe per l’Italia esternalità positive non solo a livello commerciale, ma anche politico.

Sabina De Silva,

Geopolitica.info