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25/06/2024
Russia e Spazio Post-sovietico

La Chiesa di Kirill e la “guerra santa”

di Fausto Ragazzini

Dalla fine degli anni Ottanta il paradigma alla base delle relazioni tra il Cremlino e la Chiesa ortodossa russa (COR) è cominciato a mutare: da attore marginalizzato dal rigido secolarismo sovietico, la Chiesa ha gradualmente recuperato il proprio ruolo nella sfera pubblica del Paese. Questa tendenza si è affermata con maggior vigore a partire dall’ascesa alla presidenza di Vladimir Putin, dimostratosi abile nell’utilizzare la religione ortodossa, e dunque la Chiesa, in maniera strumentale agli interessi della politica dello Stato. La Chiesa si è dunque trasformata in uno dei principali alleati del Cremlino con cui ha instaurato un rapporto di reciproco interesse: essa, infatti, in cambio del proprio appoggio pressoché incondizionato alle politiche governative, gode di una posizione privilegiata nella sfera pubblica del Paese. Alla luce di ciò, l’appoggio ecclesiastico all’invasione dell’Ucraina appare inevitabile.

Dalla fine degli anni Ottanta il paradigma alla base delle relazioni tra il Cremlino e la Chiesa ortodossa russa (COR) è cominciato a mutare: da attore marginalizzato dal rigido secolarismo sovietico, la Chiesa ha gradualmente recuperato il proprio ruolo nella sfera pubblica del Paese. Questa tendenza si è affermata con maggior vigore a partire dall’ascesa alla presidenza di Vladimir Putin, dimostratosi abile nell’utilizzare la religione ortodossa, e dunque la Chiesa, in maniera strumentale agli interessi della politica dello Stato. La Chiesa si è dunque trasformata in uno dei principali alleati del Cremlino con cui ha instaurato un rapporto di reciproco interesse: essa, infatti, in cambio del proprio appoggio pressoché incondizionato alle politiche governative, gode di una posizione privilegiata nella sfera pubblica del Paese. Alla luce di ciò, l’appoggio ecclesiastico all’invasione dell’Ucraina appare inevitabile.

La penetrazione della Chiesa nelle Forze armate

La crescente integrazione tra il potere temporale e quello spirituale in Russia si manifesta in una molteplicità di ambiti quali l’istruzione, la politica estera, i rapporti economici e l’ideologia. Essa coinvolge anche i settori della difesa e dalla sicurezza della Federazione e ciò è dimostrato dalla mutata concezione della Chiesa nei confronti della guerra e dalla sua maggiore presenza tra le Forze armate. Il nuovo atteggiamento della Chiesa è riscontrabile sin dalla metà degli anni Novanta quando, sotto la guida del patriarca Aleksij II, la COR cominciò a fare pressioni e richieste per un maggiore coinvolgimento nelle Forze armate della Federazione. Se in una prima fase gli sforzi della Chiesa ottennero risultati piuttosto modesti, la penetrazione della fede ortodossa nelle istituzioni militari conoscerà un maggiore successo nella seconda metà degli anni Duemila grazie alla formalizzazione dei rapporti con il Ministero della Difesa e il Ministero degli Interni della Federazione. Il più importante successo di questa politica verrà conseguito nel 2009 con l’istituzione del cappellano militare, all’interno dei reparti delle Forze Armate. 

La COR e la guerra

Nel 1995 il Consiglio mondiale del popolo russo, presieduto dall’allora metropolita di Smolensk e Kaliningrad Kirill, adottò un documento intitolato Sulla santità del servizio militare in cui non solo giustificava il servizio militare ma addirittura lo sacralizzava. Il sacrificio è interpretato come la massima espressione dell’amore verso il prossimo e, per questo motivo, la Chiesa ortodossa benedice coloro che svolgono il lavoro “duro e mortale di difendere la Patria”, un compito presentato come un dovere sacro di tutti i russi. La concezione della Chiesa ortodossa nei confronti della guerra è espressa in un capitolo dedicato del documento “I fondamenti della concezione sociale” del 2000, intitolato “La guerra e la pace”. In questo documento è espressa l’idea di “guerra giusta”, ossia quella che prende le mosse dalla difesa del prossimo e dalla volontà di ristabilire la giustizia violata. La guerra giusta è quindi ritenuta un dovere, motivo per cui la Chiesa, pur ritenendo la guerra un mezzo odioso e riconoscendone la malignità, non proibisce ai fedeli di prendere parte ad azioni belliche e, da sempre, manifesta un profondo e sincero rispetto per i soldati. Esistono, tuttavia, nella concezione della Chiesa, dei limiti morali entro cui il belligerante deve esplicare la propria azione. Il criterio principale di distinzione tra la giustizia e l’ingiustizia dei combattenti riguarda lo ius in bello, ossia le modalità di conduzione della guerra. Altri elementi importanti riguardano l’atteggiamento nei confronti dei prigionieri e quello verso la popolazione civile, con particolare riferimento ai bambini, alle donne e agli anziani. I limiti morali della guerra sono ritenuti fondamentali, soprattutto in un contesto di relazioni internazionali come quello attuale, in cui, a detta del documento, la distinzione tra una guerra di aggressione e una di difesa spesso non è immediata. La violazione di questi limiti di giustizia morale può infatti rendere la condizione spirituale di chi si sta difendendo non migliore di quella di colui che sta perpetrando l’aggressione.

L’arsenale nucleare

Per quanto concerne l’arsenale nucleare l’atteggiamento della Chiesa è mutato notevolmente nel periodo postsovietico. La posizione della Chiesa era espressa in un’Epistola del Santo Sinodo del 1986 intitolata “Sulla guerra e la pace nell’era nucleare”, in cui si sosteneva l’incompatibilità della guerra nucleare con il concetto di guerra giusta in virtù dell’elevato numero di morti innocenti che essa comporterebbe. Tra le rimostranze della Chiesa nei confronti dell’arsenale nucleare, giocava un ruolo di rilievo la città di Sarov, luogo di origine di San Serafino, uno dei santi orientali più venerati. A partire dagli anni Quaranta la città di Sarov divenne il centro di ricerca e produttivo dell’arsenale nucleare, sovietico prima e russo poi. In tempi recenti, a testimonianza del mutato atteggiamento della Chiesa nei confronti dello Stato, delle Forze armate e delle armi nucleari, la città di Sarov è passata dall’essere oggetto di contesa a simbolo condiviso: San Serafino di Sarov è diventato, anche nella narrazione ecclesiastica, un simbolo e un protettore della Russia.

L’invasione dell’Ucraina

Alla luce di ciò appare inevitabile che la COR sia uno dei più importanti sostenitori del Cremlino nell’invasione dell’Ucraina. La COR, infatti, oltre a non condannare la guerra né avalla le giustificazioni storico-ideologiche avanzate dal governo. Poche settimane dopo l’avvio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina il patriarca Kirill ha sostenuto il diritto di uno Stato ad aggredirne un altro in nome della propria sicurezza, qualora questo rappresenti una concreta minaccia, come l’Ucraina per la Russia secondo la retorica governativa. Ha poi naturalmente fatto leva sulla necessità di proteggere i “valori tradizionali”, ritenuti minacciati dal nichilismo, dal liberalismo e dal consumismo di derivazione occidentale. Inoltre, il 27 marzo scorso, il Consiglio mondiale del popolo russo, presieduto dal patriarca Kirill, ha adottato un documento che definisce “guerra santa” l’invasione dell’Ucraina. Il documento sostiene l’inevitabilità del conflitto in corso per preservare la sicurezza della Russia e interpreta la cosiddetta “operazione speciale” come un’azione fondamentale per combattere il governo criminale di Kiev e l’Occidente che lo sostiene. Il popolo russo, nelle parole del documento, starebbe combattendo per difendere la propria libertà, la propria identità civile, religiosa, nazionale e culturale, nonché il diritto di vivere sulla propria terra entro i confini di un unico Stato russo, qui non inteso come Federazione Russa ma come Santa Rus, entità di natura teologica che trascende i confini nazionali includendo anche i territori di Ucraina e Bielorussia e che costituisce il centro del Russkiy Mir. Il Russkiy Mir (“mondo russo”) è un’ideologia che si fonda sulla convinzione che quella russa sia una civiltà separata dal resto del mondo e che da una prima concettualizzazione di natura linguistico-culturale ha progressivamente assunto connotati di natura biopolitica e geopolitica, ottenendo recentemente un riconoscimento formale. Esso rappresenta uno degli elementi centrali della politica estera del Cremlino e uno dei terreni in cui è possibile osservare la cooperazione tra l’imperium e il sacerdotium.

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