La Casa Bianca sceglie la diplomazia per affrontare Teheran

La portavoce della Casa Bianca ha annunciato che il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha confermato la nomina di Robert Malley come inviato speciale per l’Iran, nonostante questa sembra aver gravato sul precario consenso bipartisan raggiunto. La scelta di Malley per l’incarico ha non solo suscitato molto scalpore ma ha anche mobilitato individui e organizzazioni sia in favore che contrari.

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I trascorsi di Malley

Avvocato specializzato nella risoluzione di conflitti e politica internazionale, Robert Malley si è distinto negli anni per essersi opposto alla scelta di vedere l’Islam come il problema fondante del Medio Oriente la cui soluzione prevedeva un uso crescente dello strumento militare. Tuttavia, nel 2008 era stato lo stesso presidente Obama a posticipare il suo ingresso nell’Amministrazione perché Malley, in qualità di ricercatore per I’International Crisis Group, organizzazione non-profit specializzata in conflitti globali, aveva incontrato i membri di Hamas sostenendo che per neutralizzare l’organizzazione sarebbe stato necessario ingaggiarla a qualche livello.

Solo nel 2014 era entrato a far parte dell’Amministrazione Obama servendo come consigliere per il Medio Oriente, il Nord Africa e l’area del Golfo. Robert Malley, nel 2015 era stato tra i membri di spicco del team che aveva negoziato l’Accordo sul Nucleare Iraniano, anche noto come Joint Comprehensive Plan of Action, stipulato dall’Iran con i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania. L’accordo impegnava l’Iran a limitare il suo programma nucleare in cambio di una riduzione delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dagli altri stati. Israele e i Paesi del Golfo si erano opposti all’Accordo perché non abbastanza stringente nei confronti dell’Iran.


Dopo aver lasciato la Casa Bianca, Robert Malley è divenuto presidente dell’International Crisis Group. In questo ruolo, si è detto critico dell’uccisione dello scienziato iraniano Mohsen Fakhrizadeh avvenuta nel novembre scorso, sostenendo che l’attacco avrebbe reso particolarmente difficile per l’Amministrazione Biden riesumare relazioni diplomatiche con l’Iran. Queste erano state senza dubbio complicate dal ritiro del presidente Trump dal Joint Comprehensive Plan of Action sviluppatosi nel 2018.


L’Amministrazione Biden e l’Iran

Nonostante Biden si fosse detto disposto a rientrare a certe condizioni nell’accordo sul nucleare, il Segretario di Stato Antony Blinken, alla vigilia dell’inauguration day, ha dichiarato che gli Stati Uniti sono ancora molto lontani dall’intraprendere tale corso di azione. Infatti, l’Iran dovrebbe prima adeguarsi sotto molteplici punti di vista e gli Stati Uniti dovrebbero successivamente rilevare l’effettività dei cambiamenti nella postura dell’Iran. Su questa posizione concordano il Capo del Pentagono Lloyd Austin e il Direttore dell’Intelligence Nazionale Avril Haines.


Tuttavia, potrebbe esservi dello spazio di manovra tra gli Stati Uniti e l’Iran, se Teheran tornasse ad agire nel rispetto dell’Accordo, prima che lo faccia Washington. Secondo Blinken se l’Iran ripercorresse i suoi passi, lo stesso farebbero gli Stati Uniti perché l’Accordo diverrebbe il fondamento per un dialogo più comprensivo. Tale posizione è condivisa anche dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan. Di contro, il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha dichiarato che il suo Paese attende un primo passo da Washington dopo tutto quello che è stato fatto dall’amministrazione Trump. Il Ministro ha infatti offerto un “reality check” al Segretario Blinken notando che non solo gli Stati Uniti hanno violato il JCPOA ma hanno bloccato anche la consegna di cibo e medicine per i civili e punito il rispetto dell’UNSCR 2231, la risoluzione sul nucleare iraniano. Alla luce di ciò, il Paese potrebbe limitare ulteriormente l’accelerazione del suo programma nucleare se Washington riducesse le sanzioni. Tuttavia, giovedì 28 gennaio, il Segretario di Stato ha rigettato le pressioni per un primo passo statunitense perché l’Iran non agisce in conformità su diversi fronti, suggerendo che nulla di concreto avverrà fino alle elezioni presidenziali iraniane che si terranno nel giugno 2021.


Di recente, Teheran ha ricominciato ad arricchire l’uranio ad una percentuale superiore rispetto a quanto pattuito nell’Accordo e il parlamento iraniano ha stabilito che il paese rinsalderà la sua postura nucleare se gli Stati Uniti non ridurranno le sanzioni entro due mesi. D’altronde, anche gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, parti contraenti degli Accordi di Abramo, si sono profusi in tentativi per dissuadere l’Amministrazione Biden dal rientrare nell’Accordo sul Nucleare Iraniano nella sua formulazione originaria. Anche gli ufficiali delle forze armate israelite hanno bypassato il protocollo prima delle elezioni mettendo in guardia contro un ritorno degli Stati Uniti all’Accordo sul Nucleare.


La carota: la nomina di Malley

In questa atmosfera la nomina di Malley come inviato speciale in Iran, anticipata dal Jewish Insider, potrebbe tradire, secondo alcuni, un certo appeasement nei confronti del Paese. Molti politici statunitensi si sono opposti veementemente alla decisione. Tra questi, il senatore dell’Arkansas Tom Cotton, secondo cui una guerra con l’Iran durerebbe solo alcuni giorni, ha accusato Malley di “avere un lungo trascorso di solidarietà per il regime iraniano […]”. Se la scelta di soluzioni diplomatiche con l’Iran è stata contrastata o ha quantomeno sollevato perplessità, la reazione dei politici statunitensi non fa altro che rafforzare il bisogno di negoziati tra Washington e Teheran. Inoltre, il gran clamore suscitato dalla nomina testimonia la rilevanza dell’Iran nella politica estera dell’Amministrazione Biden.


La controversia in merito a Malley ha assunto caratteri definitivi quando il gruppo “National Union for Democracy in Iran” ha rilasciato una lettera aperta indirizzata al Segretario di Stato Blinken. In questa veniva richiesto di riconsiderare la nomina di Malley in base alla riserva che avrebbe adottato un approccio soft in materia di abusi dei diritti umani perpetrati in Iran. Inoltre, veniva espresso il timore che l’approccio soft con l’Iran potesse essere bilanciato da uno duro con Israele per cui i repubblicani e gruppi pro-Israele si sono opposti. Questo ha richiamato la risposta di 200, tra individui e organizzazioni, che giovedì 28 gennaio hanno dimostrato il loro supporto per la nomina. La dichiarazione in supporto di Robert Malley ha sottolineato come l’Amministrazione Trump avesse ripetutamente condotto, attraverso un approccio belligerante, le due nazioni ad un passo dal confronto armato, mentre l’Amministrazione Biden si sarebbe dimostrata ben disposta riguardo un coinvolgimento piuttosto che uno scontro aperto con il Paese. Prosegue argomentando come il mandato di Malley prevederebbe il dialogo con tutte le parti del conflitto per comprendere appieno le prospettive e gli interessi al fine di identificare possibili aree di dialogo.


È difficile negare che la scelta di mettere sotto estrema pressione l’Iran, tra le altre iniziative, non ha giovato alla popolazione civile e ha anzi aumentato significativamente le preoccupazioni sul programma nucleare iraniano. La qualità dei diritti umani è incontrovertibilmente deteriorata, soprattutto rispetto al 2015, quando l’accordo era stato negoziato. Rimane altrettanto vero che la nomina di Malley sembra essere divenuta l’ultimo pomo della discordia tra i repubblicani e il presidente Biden, forzando il più che precario equilibrio bipartisan.

Il bastone: sanzioni e missione B-52

Oltre a continuare a imporre sanzioni all’Iran, il 26 gennaio, gli Stati Uniti hanno anche fatto volare dei B-52H sul Golfo Persico in una dimostrazione di forza per la terza volta quest’anno. L’8 gennaio, secondo un comunicato del Central Command statunitense, i bombardieri avevano fatto dei voli di ricognizione per dare prova dell’impegno continuo alla sicurezza regionale e della capacità statunitense di rispondere ad aggressioni anche con breve preavviso. Una seconda dimostrazione di deterrenza è avvenuta il 18 gennaio nel quadro della postura difensiva adottata dal Pentagono. Inoltre, come rilevato da un elicottero militare iraniano, nell’area è presente il sottomarino, lanciamissili da crociera, USS Georgia. I tentativi di dissuadere da potenziali aggressioni non fa che aumentare il livello di tensione tra Washington e Teheran e dimostrano un altro tratto di continuità con il presidente Trump che aveva incrementato il ricorso a tale pratica negli ultimi mesi della sua presidenza.

Conclusioni

Non resta dunque che interrogarsi sull’attualità dell’approccio statunitense e sui risultati che porterà nel lungo periodo. Sebbene il metodo della carota e del bastone possa essersi dimostrato foriero di risultati discreti in altri contesti, non è ben chiaro quanto possa rivelarsi efficace nel regolare le relazioni tra Stati Uniti e Iran, dove l’elemento dell’incertezza è più che predominante. Non è neanche ben chiaro quanto l’approccio di Biden possa cambiare rispetto a quello del predecessore. Tuttavia, la nomina di Robert Malley come inviato speciale in Iran all’interno di un’Amministrazione che si professa votata alla diplomazia e al multilateralismo non è certamente un elemento distonico. Al contrario, Malley potrebbe dimostrarsi un buon rappresentante della strategia di Biden in Iran dove l’equilibrio tra uso della forza e diplomazia è fragile.

Elisa Maria Brusca, 
Geopolitica.info