La cartografia in Cina: strumento di controllo e potere

La Repubblica Popolare Cinese, maestra del soft power, è da anni in silenziosa lotta per il controllo dei territori confinanti. In gennaio le regole già stringenti e limitative sulla cartografia sono state ulteriormente modificate dal Ministero della Terra e delle risorse con un decreto intitolato “Gestione delle regole sulla revisione delle mappe”.

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Le norme sono state rielaborate sulla base della “Legge sulla sorveglianza e la mappatura della Repubblica Popolare Cinese” e del “Regolamento sulla gestione delle mappe”. Sono tre le principali novità introdotte quest’anno: 1) Le responsabilità sono state ulteriormente frazionate tra gli uffici dei diversi livelli: nazionale, provinciale e municipale; 2) I criteri di approvazione sono standardizzati, così come quelli di applicazione delle modifiche; 3) È stata potenziata la supervisione sulle modifiche apportate alle mappe.

In gennaio è nato, inoltre, un nuovo istituto, l’Ufficio statale di ricerca e cartografia, preposto al controllo di ogni singola mappa, anche storica, destinata alla stampa di tipo giornalistico, ma anche ai manuali scolastici e agli atlanti. Per ottenere l’approvazione dell’autorità sono necessari però mesi e in una società di massa in cui la tempestività è quasi un obbligo morale, per evitare di vedere la pubblicazione di un articolo o di un intero libro bloccata in attesa del lasciapassare, gli editori stanno sempre più rinunciando all’utilizzo delle carte geografiche, che stanno lentamente scomparendo dalla Cina.

Già da anni, nel vasto dominio cinese, mappare un territorio, ma anche solo documentare le forme, le dimensioni, la posizione nello spazio, le caratteristiche di una installazione artificiale, è considerata un’attività protetta per motivi di sicurezza nazionale e per il progresso della società. Nel 2009, per esempio, tre studenti di geologia britannici sono stati sanzionati con una multa pari a 3mila sterline perché l’attività di ricerca che stavano svolgendo nella zona desertica di Xinjiang è stata classificata come “illegale attività di mappatura”.

Per quanto riguarda la produzione di carte geografiche, insomma, la Cina ha regole molto rigide da rispettare, fattore legato indissolubilmente alla grande considerazione che il governo cinese ha della creazione di una forma mentis comune. Lo stesso Consiglio di Stato cinese ha infatti affermato che “le mappe geografiche hanno una grande importanza politica, scientifica e legale poiché delineano il territorio di un paese, descrivendone la sovranità nazionale e la visione politica”. Per questo motivo nel 2015 è stata pubblicata e diffusa in Cina una nuova carta, la “mappa verticale”, che ridisegna la Cina con una nuova prospettiva e ne ridefinisce i confini, per meglio includere il Mar Cinese Meridionale ed esprimere al massimo la grandezza fisica del territorio. Dalla carta è stato inoltre escluso il Giappone, come tagliato di netto a voler ribadire la presenza sul mare di un’unica potenza. Piccoli accorgimenti, apparentemente insignificanti, che concorrono però a creare una nuova percezione di sé.

Fig. 1 La mappa verticale cinese

E le operazioni di correzione delle carte non si limitano a quelle diffuse su suolo cinese. L’azienda statunitense di abbigliamento GAP, infatti, è stata costretta lo scorso mese a scusarsi per aver creato e venduto magliette, poi ritirate dal mercato, con una mappa della Cina “sbagliata”, non comprendente Tibet meridionale, Taiwan e il Mar Cinese Meridionale, territori che la Cina rivendica come propri. La catena di hotel Marriott International a gennaio è stata duramente ripresa da Pechino per aver diffuso un questionario online che presentava Tibet, Taiwan, Hong Kong e Macao come Paesi indipendenti. Il sito è stato oscurato per una settimana. Anche le società Delta Airlines e Zara sono state costrette a scusarsi immediatamente con il governo cinese e a modificare la dicitura che vedeva Taiwan Paese autonomo, legittimando dunque l’autorità cinese su di essa.

Fig. 2 Maglietta della Gap ritirata dal mercato

Come espressamente riconosciuto da Pechino, la raffigurazione di sé ha un peso decisivo, anche se spesso sottovalutato, nella creazione dell’identità e del senso comune. La rappresentazione, così come la narrazione, è una costruzione di significati, uno strumento per orientare l’opinione pubblica nell’interpretazione della realtà. Agisce dunque sulla cultura di massa, a livello nazionale e transnazionale, per creare un’immagine comune della Cina nel modo più dolce possibile, penetrando lentamente nella coscienza collettiva. Ha un impatto maggiore rispetto a un discorso o a un testo scritto perché, mentre il senso comune considera soggettive, e dunque confutabili, le parole o le opinioni di politici, giornalisti ed esperti, difficilmente verrà contestato allo stesso modo un grafico, una mappa o una carta geografica, di cui è meno chiara la parzialità. Anche la rappresentazione cartografica, dunque, è parte del soft power cinese che, soprattutto a causa della diffusione delle carte geografiche nelle scuole, non faticherà a proporre il dominio sui territori contesi come una questione naturale, un dato di fatto, maggiormente tra i più giovani, ma non solo. L’attuazione di un’opera di persuasione che non richiede, ovviamente, violenza, ma costanza e rigore.

La rappresentazione cartografica non può più essere considerata una innocente riproduzione in scala del territorio fisico, ma un vero e proprio strumento politico, un mezzo per affermare e rivendicare mire territoriali senza doverle esplicitamente dichiarare. La riproduzione su carta è un modo per “fissare” queste rivendicazioni, per formalizzarle e, al contempo, per creare un’immagine mentale spesso amplificata di sé, alimentare il proprio ego. E se, come sosteneva Goebbels, ministro della propaganda nazista, ripetere una menzogna più volte è fondamentale per far sì che il popolo ci creda, anche la costanza nel riprodurre un modello cartografico può rendere tale modello reale. Imporlo al di fuori dei confini della zona rappresentata, come sta succedendo, lo renderebbe internazionalmente riconosciuto. E se la realtà dovesse davvero diventare riproduzione della rappresentazione, e non il contrario, la conquista di un territorio e la cancellazione della relativa identità territoriale sarebbe effettuata per la prima volta senza l’utilizzo delle armi, ma in modo tutt’altro che pacifico.

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