La battaglia di Mosul: intervista a Ebe Pierini

Per fare il punto sull’offensiva di Mosul, sulle eventuali conseguenze della liberazione della città e sul ruolo dei militari italiani impegnati in Iraq, abbiamo intervistato Ebe Pierini, collaboratrice de “Il Messaggero” e de “Il Mattino”. Grande esperta di zone di conflitto, come giornalista embedded ha seguito i militari italiani in Bosnia, in Libano, in Kosovo e in Afghanistan. Dopo essere stata ben 9 volte in Afghanistan, nel 2014 ha pubblicato un libro dal titolo “Centottanta giorni: storie di soldati italiani in Afghanistan” (Herald editore).

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Quali sono gli ultimi aggiornamenti dal fronte di Mosul?

Secondo quanto riportano le ultime agenzie, si nota un avanzamento della 9° brigata del’esercito iracheno, che sta stringendo sempre più i miliziani dell’Isis, anche grazie alle 3000 bombe sganciate dai caccia della coalizione nelle ultime due settimane che hanno aperto la strada all’esercito. Ieri sono uscite delle indiscrezioni secondo le quali Al Baghdadi sarebbe all’interno di Mosul, e il capo di gabinetto del presidente del consiglio curdo Barzani ha ribadito l’importanza di una sua eventuale uccisione, che comporterebbe a cascata una capitolazione dell’Isis.
Tornando alla situazione sul campo: l’esercito iracheno è entrato in città, e alcuni esponenti hanno dichiarato di voler lasciare aperto un “corridoio della morte” verso ovest. Così quando i jihadisti fuggiranno in questo spazio lasciato libero, l’aviazione li bombarderà.
Due giorni fa, le Golden Eagles, un reparto speciale di Baghdad, hanno percorso circa 5 chilometri sul fronte orientale. Inoltre ieri l’esercito ha riconquistato l’aerea dove c’era la vecchia Tv, un evento che può essere strategicamente molto importante.

Quali sono le difficoltà che incontrerà l’esercito nella liberazione della città?

I grandi esperti in materia militare con i quali ho parlato sostengono una tesi ben precisa: una cosa è entrare a Mosul, un’altra è conquistarla. Ci vorranno, secondo queste persone che mi è capitato di intervistare, settimane, se non mesi, per liberare la città. Considera anche che sul campo ci sono diverse forze che stanno operando: l’esercito ufficiale iracheno, i peshmerga curdi che sono addestrati dai nostri militari, alcune milizie sciite controllate dall’Iran, combattenti iracheni sostenuti dalla Turchia e forze antiterrorismo irachene che sono addestrate dagli Stati Uniti. Inoltre ci sono anche forze speciali e cacciabombardieri americani, per cui il quadro è abbastanza complesso.
Tra l’altro negli ultimi giorni le condizioni meteo non hanno facilitato le operazioni, in quanto ci sono venti forti e tempeste di sabbia che rallentano l’offensiva, rendendo difficile l’utilizzo di droni e aviazione. Inoltre c’è la difficoltà di combattere in città, con l’incognita civili che non facilita di certo il lavoro dei militari. Civili che però potrebbero risultare come un’arma a favore dell’esercito iracheno: infatti la popolazione, intuendo la probabile vittoria delle forze di Baghdad, potrebbe rivoltarsi contro i miliziani dell’Isis.

Ci sono stati degli errori commessi dalle forze irachene in questa offensiva?

Sempre secondo esperti militari, un grave errore sarebbe stato quello di annunciare con grande anticipo questa offensiva. Già nei mesi precedenti c’erano state dichiarazioni che annunciavano l’avvento dell’operazione, ma soprattutto nelle ultime settimane abbiamo assistito a un incremento di comunicazioni alla stampa sulla presa di Mosul. Questo ha dato modo ai miliziani dell’Isis di preparare il terreno alla controffensiva. Abbiamo visto tramite alcuni video che i jihadisti hanno costruito molti tunnel per nascondersi e attaccare l’esercito iracheno all’interno della città. Hanno inoltre riempito delle trincee con il petrolio, e si dice che siano pronti ad incendiarle. Non è escluso tra l’altro che possano utilizzare delle armi chimiche, come bombe al cloro e gas mostarda (iprite).

Qual è il ruolo dei militari italiani in Iraq? Ci sono rischi per le forze italiane?

Parliamo di numeri: tra l’Iraq e il Kuwait ci sono circa 1400 soldati. E’ un numero importante, perché in questo momento è il più alto tra tutte le missioni nelle quali sono impegnati i nostri militari. Di questi 1400, circa 500 sono dislocati nei pressi della diga di Mosul, e fanno parte della task force “Praesidium”. Questa task force è formata dal 6° reggimento bersaglieri di Trapani, e penserà alla sicurezza dei civili che stanno operando nella ricostruzione della diga. L’appalto per la costruzione è stato vinto dalla ditta italiana Trevi, e il ministero della Difesa ha quindi deciso di mandare questa aliquota di soldati per garantire la sicurezza dei lavori. Gli italiani sono dislocati a 30 chilometri dal centro di Mosul, quindi in sostanza non dovrebbero essere in pericolo. Inoltre a cordonamento c’è un’ulteriore aliquota di soldati iracheni che proteggono l’aerea.
E’ chiaro che l’aerea è comunque delicata, e negli ultimi giorni vanno registrati 4 attacchi con colpi di mortaio nella zona dove si trovano i soldati italiani.
In generale il ruolo degli italiani è stato quello di  addestrare dei Peshmerga curdi. Va detto che operativamente gli italiani potrebbero essere chiamati ad intervenire: chiaramente non sul terreno in missione combat, ma con gli elicotteri, in quanto il nostro ruolo è quello di evacuazione medica nel caso ci fossero feriti della coalizione. L’Italia ha messo a disposizione 4 elicotteri NH90, che vengono scortati dagli A129 Mangusta, che sono armati di cannoncino, per cui in caso di attacco sono in grado di difendere gli elicotteri.

Quale può essere il futuro di Mosul, facendo riferimento anche alla grande quota di popolazione cristiana che è fuggita dalla città?

Il discorso è complesso, considerando che Mosul è la seconda città dell’Iraq. E’ una città molto importante, tanto che è stata scelta dall’Isis come capitale del proprio Stato. Al Baghdadi, nel 2014, ha annunciato la nascita dello Stato Islamico proprio dalla moschea di Mosul. Questo di dimostra quanto, dal punto di vista dell’immagine, questa città pesi per l’Isis. E’ vero che Mosul è importante anche per i Peshmerga perché, essendo ricca di petrolio, consentirebbe un prolungamento vitale per il Kurdistan iracheno. Quest’ultimo fatto, naturalmente, non piace per niente alla Turchia ed ad Erdogan. Intorno a Mosul quindi, ruotano una serie di interessi che dovranno evolversi a seconda di quanto tempo ci vorrà per entrare in città.
Per quanto riguarda i cristiani, dobbiamo ricordare che in quest’area ne vivevano 150.000, cacciati dall’Isis due anni fa. Questa parte di popolazione spera di tornare dopo la liberazione di Mosul. I miliziani dell’Isis hanno preso di mira i cristiani e tutti i luoghi religiosi quando ha iniziato a conquistare quelle zone: hanno distrutto croci, hanno dato fiamme ai paramenti sacri, hanno violato i cimiteri, hanno convertito chiese in moschee. Naturalmente una liberazione di Mosul dall’Isis potrebbe favorire il ritorno dei cristiani, perché c’è sicuramente la voglia di questi di tornare nella loro città e nei loro quartieri. L’auspicio è che l’area possa essere completamente ripulita dall’Isis, in modo tale che l’islam e il cristianesimo possano tornare a convivere in pace.