La Battaglia di Mu‘ta

Durante il periodo della predicazione di Maometto (610-632) e l’epoca dei Califfi ben guidati (632-661), la guerra ha svolto un ruolo di primaria importanza come strumento identitario per il neonato califfato. Il continuo contrapporsi ad un “altro”, inteso come nemico ed avversario, ha generato una spinta conquistatrice universalizzante. Inoltre, Patricia Crone riprendendo gli studi sul jihād del grande storico al-Tabarī, ritiene che si possa rintracciare nella stessa religione musulmana l’idea che Maometto fosse il tramite umano di un messaggio divino che prevedeva la conquista del mondo allora conosciuto. In merito possiamo ricordare la Sura 21:105-106: 105E già abbiam scritto nei Salmi, dopo che venne il Mònito, che i miei servi giusti erediteranno la Terra. 106E certo v’è in questo annuncio per un popolo devoto. E la Sura 34:28: 28E non ti inviammo altro che come nunzio e mònito agli uomini tutti: ma più degli uomini non lo sanno. La battaglia di Badr, nel 624, quella di Uhud nel 625 e la meno conosciuta battaglia di Mu‘ta del 629 segnarono in maniera indelebile la storia del mondo musulmano e ancora adesso sono di fondamentale importanza per chiunque desideri comprendere la posizione che la guerra occupò nella mente e nei cuori dei primi fedeli musulmani.

La Battaglia di Mu‘ta - Geopolitica.info

La battaglia di Mu‘ta, combattuta nei pressi del villaggio omonimo vicino alle sponde del Mar Morto, non è una tra le battaglie più famose e maggiormente rammentate negli annali di storia, ma il suo studio e le ripercussioni da essa derivate sono indispensabili per analizzare e comprendere il ruolo che la guerra occupava nella prima umma islamica.

Le fonti storiche che descrivono e raccontano l’avvenimento sono molto poche. Si è a conoscenza che questa battaglia si inserisce all’interno di una serie di raid voluti da Maometto e dai suoi più fedeli collaboratori per porre le basi per la conquista dell’odierna Siria e Giordania, ma purtroppo non abbiamo documenti storici attendibili che ci permettano di quantificare il numero esatto di guerrieri che prese parte allo scontro, né se affettivamente gli arabi combatterono contro l’Impero Bizantino o solo contro alcune tribù sue alleate.

Lo scontro si risolse in una clamorosa sconfitta per i musulmani, a causa soprattutto della poca preparazione militare di alcuni suoi comandanti e di scelte strategico-tattiche rivelatesi fallimentari.

Tra i comandanti dell’esercito musulmano era stato nominato Ja‘far al Tayyar, fratello più giovane di ‘Ali b. Abi Talib (califfo dal 656 al 661). Il giovane condottiero morì durante gli scontri e fin da subito la giurisprudenza e la letteratura musulmana gli riconobbero lo status di martire. Il primo arabo ucciso da un non-arabo, in uno scontro armato, nella storia del mondo islamico.

David Cook, nel suo libro Martyrdom in Islam, soffermandosi ad analizzare questo avvenimento, evidenzia come la figura di Ja‘far sia centrale per comprendere come l’islam abbia introdotto una nuova figura di martire, in evoluzione con quanto già espressamente indicato dopo le battaglie di Badr e Uhud, la quale è stata fonte di ispirazione per i secoli a venire. A prova di ciò si è tramandato nei secoli il martirio che Ja‘far avrebbe subito durante la battaglia e il fatto che Maometto avrebbe “visto” il caduto in Paradiso con due ali al posto delle braccia perse durante il combattimento.

Il Corano non tratta approfonditamente il tema del martirio, come invece accade nella Bibbia, ed è significativo come neghi categoricamente la morte di Gesù Cristo in croce. A riguardo si prenda in considerazione la Sura 4:157-158: 157E per aver detto: “Abbiamo ucciso il Cristo, Gesù figlio di Maria, Messaggero di Dio”, mentre né lo uccisero né lo crocifissero, bensì qualcuno ai loro occhi simile a Lui (e in verità coloro la cui opinione è divergente a questo proposito sono certo in dubbio né hanno di questa scienza alcuna, bensì seguono una congettura, ché, per certo essi non lo uccisero – 158 ma Iddio  lo innalzò a sé, e Dio è potente e saggio).

La tradizione martirologica musulmana è molto complicata e vasta. Essa dovrebbe essere studiata ed analizzata avendo la pazienza non solo di prendere in considerazione le Sure coraniche concernenti l’argomento, ma di avere anche l’acume di integrarle con il contesto storico, politico e culturale in cui esse sono state rivelate.

La guerra quindi diventa fonte giurisprudenziale, sorgente di dibattito teologico-normativo; strumento per comprendere l’evoluzione del rapporto fra la rivelazione divina e il contesto sociale in Maometto ha operato e vissuto.

La battaglia di Mu‘ta è importante anche per un secondo filone storico-letterario-religioso riguardo la famosa ascensione che Maometto compì per visitare l’oltretomba. La Sura 17:1 recita così: 1Gloria a Colui che rapì di notte il Suo servo dal Tempio Santo al Tempio Ultimo, dai benedetti precinti, per mostrargli dei Nostri Segni. In verità Egli è l’Ascoltatore, il Veggente. Da questo breve versetto è nata una bibliografia secondaria, che trova fondamento in alcuni hadīth del Profeta, che narra in maniera più dettagliata questo viaggio. Uno dei più antichi cicli di redazioni, individuati grazie al lavoro di Miguel Asìn Palacios, narra che Maometto, dopo aver visitato l’inferno e il Purgatorio, giunge in Paradiso e lì incontra i comandanti musulmani che parteciparono alla suddetta battaglia: Zaīd, figlio di Harita, ‘Abd Allah, figlio di Rawāha e Ja‘far figlio di Abū Tālib. Nel testo originale Ja‘far viene definito come un martire musulmano e accoglie Maometto con affetto e devozione.


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A fronte di quanto evidenziato la guerra diventa anche fonte di legittimazione e di autorevolezza per una letteratura epico-leggendaria che ha segnato indelebilmente la storia della religione musulmana.

Naturalmente esistono migliaia di studi sul tema qui trattato e non si ha la pretesa di avere la certezza delle tesi qui esposte. Esisterà sempre la possibilità che il lavoro esegetico e teologico possa scoprire ed individuare nuove chiavi di lettura dei testi coranici. Con questo, però, non si esclude l’importanza del lavoro fin qui svolto e la necessità di studiarlo approfonditamente per poter comprendere un po’ di più le radici profonde della religione musulmana.