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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaL’inatteso vincitore della guerra ucraina: la Turchia di Erdoğan

L’inatteso vincitore della guerra ucraina: la Turchia di Erdoğan

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Nel bilanciamento degli interessi contrapposti di una guerra geograficamente limitrofa e strategicamente sconveniente, la Turchia di Erdoğan si è profilata come un’inattesa vincitrice del conflitto, abile nel gestire gli attori in campo in base alle proprie esigenze puntuali e nell’imporsi negli spazi rimasti vuoti. L’attività turca nel corso del conflitto ucraino dimostra pienamente la consapevolezza di Ankara del suo status e rivela una Turchia che, sotto Erdoğan, agisce a pieno diritto come potenza regionale. 

Allo scoppio della guerra in Ucraina, Ankara si è trovata in una scomoda posizione, schiacciata tra interessi antitetici a seguito delle fitte relazioni costruite negli anni tra i due antagonisti. Se la Turchia vede, infatti, nella Federazione Russa il suo principale fornitore di gas naturale e un socio commerciale necessario, negli anni l’Ucraina si è prefigurata come l’indispensabile argine alle pressioni russe nel Mar Nero, oltre che un inatteso partner economico e difensivo. Al contempo, l’appartenenza alla NATO e le pressioni occidentali sul governo di Ankara hanno caratterizzato notevolmente le difficoltà turche nella gestione del conflitto.

L’ambiguità turca, dettata dagli interessi contrapposti verso le due fazioni rivali, è proseguita con lo scoppio della guerra. A differenza degli altri Stati nell’Alleanza Atlantica, Ankara si è rifiutata di adottare sanzioni contro Mosca e ha continuato a ospitare gli yacht di lusso degli oligarchi russi nei propri porti “finché rispetteranno il diritto internazionale”, mantenendo inoltre i voli diretti da e per la Russia in previsione della stagione estiva con l’arrivo dei numerosi turisti. Se nella gestione delle sanzioni la Turchia si è permessa di uscire dai ranghi occidentali, i benefici che derivano dall’adesione alla NATO hanno imposto ad Ankara un sostegno allo sforzo bellico ucraino. In definitiva, il comportamento turco può essere decifrato se letto alla luce dei suoi interessi nazionali. Con questa chiave di lettura, risulta chiara la motivazione che ha spinto la Turchia ad appellarsi alla Convenzione di Montreux del 1936 che regola il passaggio dagli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli, e a chiudere gli Stretti alle navi da guerra, sia russe che ucraine, il 28 febbraio 2022. 

Con il proseguimento della guerra, Ankara si sta profilando in maniera sempre più netta come il “vincitore inaspettato” del conflitto in Est Europa: la Turchia ha utilizzato la sua equidistanza tra Mosca e Kyiv per guadagnare influenza sia a livello regionale che internazionale tramite il ruolo di mediatrice. Mentre gli sforzi occidentali di conciliazione tra le parti hanno fallito, Ankara è stata in grado di mediare e di ottenere alcuni importanti successi, tra cui scambi di prigionieri di alto livello tra Ucraina e Russia e, da ultimo, la riapertura al dialogo per l’esportazione del grano ucraino sul mercato internazionale. Il presidente turco Erdoğan ha infatti in programma la prima visita di Stato del dittatore russo, prevista per la primavera, in cui un tema di discussione sarà la gestione dell’approvvigionamento di cereali coltivati in Ucraina, a seguito del fallimento della Black Sea Grain Initiative – conclusa tra l’altro sempre grazie all’intervento turco. Incastrata tra i due partner commerciali e vincolata dall’Alleanza Atlantica, la via diplomatica non solo limita i danni, ma rappresenta anche una vittoria di prestigio da poter spendere nella lotta per l’egemonia regionale. 

La Turchia è infatti riuscita a capitalizzare dal conflitto ucraino anche tramite una maggiore influenza sulle aree del Caucaso meridionale e dell’Asia Centrale, precedentemente vincolate all’ascendente russo: una Russia più isolata e impegnata nello scenario ucraino ha dato modo ad Ankara ampliare le sue relazioni diplomatiche con Paesi come l’Azerbaigian, la Georgia, e il Turkmenistan. È proprio con gli Stati dell’Asia Centrale che la Turchia ha rinnovato una partnership basata sull’appartenenza all’etnia turanica, un punto cardine delle politiche di Erdoğan, tramite l’Organizzazione degli Stati turchi, fondata nel 2009 e composta da Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan, Turchia e Uzbekistan. Nel corso del decimo vertice dell’Organizzazione, tenutosi il 3 novembre ad Astana, sono stati fissati obiettivi come la Visione a lungo termine del Mondo Turco 2040 e la Roadmap strategica a breve termine 2022-2026, che dimostrano il rinnovato interesse per l’Organizzazione degli Stati Turchi da parte dei suoi membri. 

Contemporaneamente, la Turchia si è presentata come un attore protagonista nel Caucaso meridionale a sostegno dell’alleato azero. Capitalizzando sul vuoto lasciato dalla presenza russa a seguito dell’inizio della guerra in Ucraina, Ankara ha accelerato l’allineamento con l’alleato azero e ha sviluppato diversi progetti per il potenziamento dei corridoi commerciali tra i due Paesi. I progetti sia del corridoio di Zangezur attraverso un’exclave azera a sud-ovest dell’Armenia, sia della ferrovia che collegherebbe Horadiz, in Azerbaigian, con Kars, in Turchia, attraverso chilometri di territorio armeno, rispondono al desiderio di imporsi commercialmente nel Caucaso meridionale. La capacità di valorizzare l’assenza russa dai contesti determinanti nelle regioni a lei più prossime dimostra l’abilità di Ankara di costruire una strategia di successo in circostanze sfavorevoli.  

Emerge quindi come all’interno del contesto del conflitto russo-ucraino, la Turchia ha bilanciato i suoi interessi mantenendo una posizione neutrale ed indipendente. Funambola in equilibrio tra complessi rapporti con Mosca dettati dalle necessità energetiche, le aspirazioni egemoniche mediorientali e il vincolo atlantico, la Turchia ha dimostrato una notevole abilità nel bilanciare interessi contrastanti. Per comprendere le scelte di politica estera operate dal governo turco, è bene porre al centro le logiche securitarie nazionali: la collocazione del Paese al centro di innumerevoli linee di faglia geopolitiche ha imposto ad Ankara l’adozione di politiche di bilanciamento tra potenze ed il perseguimento di politiche regionali votate al mantenimento dei propri interessi nazionali, anche a discapito dei tradizionali schemi di alleanza (NATO).

Martina Canesi

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