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NotizieL'export control reform e le sue implicazioni geopolitiche

L’export control reform e le sue implicazioni geopolitiche

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La riforma della regolamentazione statunitense sul controllo delle esportazioni di materiale strategico affonda le sue radici nel luglio 2011, ed ottiene i suoi primi risultati l’8 marzo 2013, con la firma dell’Ordine Esecutivo 13637 da parte del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

Senza scendere troppo nei dettagli tecnici della riforma e della regolamentazione in oggetto, lo scopo dell’emendamento è quello di abbassare la soglia di controllo rispetto a determinati prodotti sui quali gli Stati Uniti vantano uno storico vantaggio competitivo di innovazione tecnologica a livello internazionale, e che quindi permettono di esportare solo se accompagnati da una specifica licenza. Questo sistema di controlli prevede due categorie di riferimento: l’USML (U.S. Munition List), custode di quella tipologia di prodotti che possono essere definiti materiale d’armamento vero e proprio, e la CCL (Commerce Control List), detentrice dei prodotti a duplice uso (c.d. dual-use).

La prima, sotto la direzione del DDTC (Directorate of Defense Trade Controls), è governata dalle regole del c.d. ITAR (International Traffic in Arms Regulations); mentre la seconda, gestita invece dal BIS (Bureau of Industry and Security), si affida ai dettami imposti dall’EAR (Export Administration Regulations). L’Ordine Esecutivo dell’8 marzo prevede, come conseguenza principale, lo spostamento di alcune categorie di prodotti dalla USML alla CCL. Considerato il livello delle restrizioni all’esportazione previsto dai due regolamenti, tale cambiamento porterà a ridurre notevolmente la quantità di prodotti sottoposti a licenza. Ogni prodotto soggetto alla normativa ITAR, infatti, ha bisogno di una licenza per essere esportato. I prodotti regolati dall’EAR, invece, al ricorrere di determinate condizioni (soglia de minimis, uso finale, utilizzatore finale, etc…), possono essere esportati senza alcuna licenza.

La riforma è foriera di molteplici riflessioni in ambito geopolitico, economico e strategico. Soprattutto, è il risultato di un attento bilanciamento, tra pro e contro, che un abbassamento del livello dei controlli può generare sul primato tecnologico statunitense. Il rischio che la facilità di esportare tecnologia sensibile possa farla arrivare nelle mani “sbagliate”, o possa comunque comportare trasferimento di know how verso Paesi che non dovrebbero accedervi, è ben chiaro nella mente del Legislatore. Ne sono la conferma diverse misure pensate proprio ad identificare e controllare le categorie di prodotti interessati. Oltre ad appartenere ad una nuova categoria detta “serie 600” all’interno della CCL, essi non potranno giovare di tutta una serie di facilitazioni concesse in genere dalla regolamentazione EAR.

La diminuzione delle voci sottoposte al controllo ITAR, inoltre, libererà risorse utili per aumentare i controlli previsti sui prodotti classificati nell’USML, concentrando così le energie sui beni più specificatamente considerati militari. Ad una lettura prospettica più attenta, dunque, le conclusioni ci rivelano, ancora una volta, quanto sia sofisticata la macchina strategica del Pentagono. Non solo in questo modo, invece di abbassarsi, si alzano i livelli di controllo sulla tecnologia militare statunitense, ma si perseguono altri due obbiettivi indispensabili in un’era post-americana: un volano per la risalita economica che miri allo sviluppo della filiera industriale di medie dimensioni, a scapito della tradizionale grande industria pesante; e il recupero, o la tenuta, di soft-power attraverso il rafforzamento delle alleanze storiche e di quelle più recenti.

Partiamo dagli aspetti economici. La diminuzione, o addirittura l’eliminazione, dei costi burocratici per la richiesta di licenze su materiali utilizzati specialmente da imprese di medie dimensioni, libererà una certa quantità di capitali che le stesse potranno utilizzare per nuovi investimenti o nuove assunzioni.

Alcune spie del suddetto orientamento microeconomico si possono intravedere nelle pieghe che sta prendendo l’industria aeronautica e della difesa. Il crollo di American Airlines, impegnata nella fase finale del processo di fusione con la cugina US Airways, dimostra quanto siano ridotti gli spazi per i colossi del settore. Mentre alla partenza dell’ Assemby Line A320 di Airbus, il CEO di EADS Tom Enders, afferma che le fasi di assemblaggio avranno un sostanziale impatto positivo nella vita di migliaia di persone, in quanto la maggior parte delle subforniture saranno affidate a piccole e medie imprese industriali.

Le società non statunitensi del settore, inoltre, saranno incentivate ad acquistare prodotti a stelle strisce perché, non solo i costi ed i tempi per l’approvvigionamento US-origin si abbasseranno, ma soprattutto si abbasserà esponenzialmente il numero delle licenze e delle limitazioni alle riesportazioni. Decisamente inferiori, infatti, sono le restrizioni alle quali deve sottostare un componente EAR-controlled, rispetto ad uno ITAR-controlled, in fase di assemblaggio in un prodotto estero rivenduto ad un’azienda o Paese terzo.

Esplicitamente dichiarato, infine, l’obiettivo strategico. I principali interessati, infatti, non saranno solamente i Paesi alleati NATO, attraverso i quali gli USA cercano storicamente di espandere le proprie propaggini e mantenere sempre elevato il livello d’influenza, ma le principali realtà leader nelle altre organizzazioni o sub-organizzazioni regionali.La condivisione di sistemi per la difesa ad alto valore tecnologico è stata da sempre la carta giocata per mantenere o costruire i legami strategici sullo scacchiere internazionale. A tale scopo, i prodotti destinati agli alleati più fidati, beneficiano di una maggiore libertà di circolazione e d’interscambio tra le compagini.

La sfida più grande, attualmente, sembra essere quella per il mantenimento degli avamposti per controllare “the rise of the rest”, la crescita degli Altri. Paradigma geopolitico al quale, almeno per quanto riguarda la zona del Pacifico, la Casa Bianca sta cercando di arginare attraverso la strategia del “pivot to Asia”. Il riferimento agli “other multiple-regime-member countries”, nella proposta di riforma, non lascia spazio a troppe interpretazioni. Considerando il peso che gli Stati Uniti cercano di ritagliarsi all’interno dell’ASEAN per rafforzare le alleanze che gli permettono di tenere d’occhio il potenziale sviluppo militare cinese, i diretti interessati non possono che essere le Potenze cardine del Far-East.
 

 

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