In Kosovo si decidono gli equilibri balcanici

Il 26 marzo Marko Djuric, capo dell’ufficio per il Kosovo del governo serbo, è stato arrestato durante un incontro pubblico a Kosovska Mitrovica. Poliziotti incappucciati lo hanno portato in prigione a Pristina, per espellerlo poi dal territorio kosovaro. In gennaio, sempre a Kosovska Mitrovica, era stato ucciso Oliver Ivanovic, esponente di spicco della locale comunità serba, omicidio che probabilmente rimarrà impunito. Il Kosovo torna di attualità e le tensioni rientrano nelle manovre per condizionare le trattative sullo status del territorio.

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Tra le righe, Belgrado si è detta disponibile a riconoscere la perdita del Kosovo, a condizione che la parte settentrionale, dove vive una popolazione prevalentemente serba, resti sotto il controllo serbo. Questo era il messaggio che Djuric aveva veicolato prima di essere arrestato. Contravvenendo alla sua abituale moderazione, il presidente serbo Vucic ha usato toni duri: “terroristi vestiti con uniformi delle forze speciali sono entrati a Kosovska Mitrovica per far intendere che possono prendersi tutto il Kosovo settentrionale”. Vucic ha sottolineato che Pristina non agisce senza il consenso di Washington e Bruxelles, indicando che le forze speciali erano accompagnate da veicoli della missione dell’UE (EULEX). Il giorno dopo i rappresentanti serbi hanno abbandonato le istituzioni kosovare, annunciando la formazione di un’associazione dei municipi serbi del Kosovo, possibile anticamera della separazione da Pristina delle aree a maggioranza serba.

Alla questione del Kosovo rimane appesa la collocazione internazionale della Serbia, paese che, nonostante le amputazioni subite, continua ad essere la chiave dell’equilibrio balcanico. Nel 1999, rovesciando sulla Serbia 6 tonnellate di uranio impoverito, la NATO sotto comando USA ha staccato da Belgrado il Kosovo, installandovi la più grande base americana sul continente europeo. Come ha spiegato un generale italiano, colpendo la Serbia gli USA veicolavano un minaccioso messaggio anche a Russia e Cina: un po’ come con le bombe atomiche, nel 1945, miravano a intimorire l’Unione Sovietica,  più che a spingere alla resa un Giappone già in ginocchio (https://goo.gl/sU3KP1).

Dopo aver gestito l’incubazione delle sue strutture statali per un decennio, USA e UE nel 2008 hanno riconosciuto l’indipendenza di Pristina. In reazione Belgrado ha intensificato i rapporti con i paesi che si opponevano alla secessione kosovara, a cominciare da Russia e Cina. A testimonianza dello sviluppo dei rapporti con Mosca e Pechino, la Serbia è attualmente tra i pochi stati europei i cui cittadini non hanno bisogno di visto né per la Russia, né per la Cina. Con una politica estera dinamica la Serbia è riuscita a resistere alle pressioni occidentali e, sebbene sia in trattativa per divenire membro dell’Unione Europea, ha rifiutato di imporre sanzioni alla Russia. Belgrado ha compiuto anzi vari gesti che sono sembrati una scelta di campo in favore di Mosca: l’accoglienza trionfale riservata al presidente russo Putin, le manovre militari congiunte con Russia e Bielorussia, l’acquisto di MIG e sistemi anti-aerei di fabbricazione russa. Se il governo serbo riuscisse a barattare il riconoscimento del Kosovo con il mantenimento della sua parte settentrionale, la Serbia potrebbe però riavvicinarsi agli USA.

Così come ha dato impulso alla creazione dello stato kosovaro, Washington potrebbe decidere di concedere la zona settentrionale a Belgrado, attenuando ipso facto i legami serbo-russi. È probabile che, trattando Djuric come un criminale comune, il governo kosovaro abbia voluto ribadire il suo ruolo di attore nelle trattative sul futuro del paese. Per far intendere chi comanda, infatti, nell’ultimo periodo USA e UE non hanno risparmiato avvertimenti a Pristina, facendo pesare la concessione dei visti e, soprattutto, premendo per l’istituzione di un tribunale sui crimini di guerra che potrebbe avere effetti devastanti sulla locale classe dirigente.

Washington ha finora respinto l’ipotesi di rinegoziare lo status del Kosovo, ma nulla esclude che la locale dirigenza albanese possa aggiungersi alla lunga lista di “alleati” traditi da Washington. Un po’ come i curdi di Siria, prima usati come truppe di fanteria dagli USA, poi sacrificati nelle loro ambizioni territoriali, per non compromettere i rapporti con la Turchia. Se invece Washington continuerà a ribadire che la questione del Kosovo è chiusa, che non è possibile cambiare i confini, come se la separazione del Kosovo non fosse già un’alterazione delle frontiere statali esistenti, la Serbia ne trarrà stimolo per ricercare altrove partner e alleati.