Kosovo: dalla guerra alla pace. E poi?

Il Kosovo aveva da sempre rappresentato motivo di contesa tra serbi e kosovari albanesi, ma ciò non giustificava le richieste di diritti esclusivisti sul Paese. Le rivendicazioni kosovare di emancipazione nazionale e auto-determinazione si scontravano con i tentativi dell’élite serba di assicurarsi il controllo della provincia. Nonostante le svariate e ricorrenti campagne volte a svuotare il Kosovo degli albanesi kosovari, questi rimasero la maggioranza della popolazione nel ventesimo secolo, laddove serbi e montenegrini ne rappresentavano meno del 30%. L’evoluzione liberale sperimentata dalla Jugoslavia aveva reso insostenibile per i kosovari sopportare l’ineguaglianza dei diritti e tuttavia l’eguaglianza non poteva essere concessa perché minacciava l’essenza della Jugoslavia.

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Il problema etnico in Kosovo

Il Kosovo godeva di parziale indipendenza in quanto provincia autonoma della Serbia, così come stabilito nel 1963 e riaffermato dalla costituzione adottata nel 1974. Nonostante la Provincia Autonoma fosse rappresentata nelle istituzioni federali della Jugoslavia, le maggiori cariche del Partito Comunista erano riservate a serbi e montenegrini per contenere il nazionalismo kosovaro, ritenuto dal Presidente Tito pericoloso per l’autorità del Partito. Alla morte del dittatore, fu il nazionalismo serbo ad assumere caratteri sempre più intensi e già nel 1981 le prime rivolte posero definitivamente fine all’età della “Fratellanza e Unità”.
L’incremento delle misure restrittive nei confronti dei kosovari si concluse con la decisione, presa il 28 marzo 1989, di privare il Kosovo del suo status. La reazione popolare condusse alla creazione di istituzioni parallele per supplire a quelle il cui accesso era stato negato. Allo stesso titolo, il 7 settembre 1990, la popolazione si dotò di una propria costituzione e dichiarò l’indipendenza dalla Serbia ma non dalla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. L’anno seguente, il Paese si riservò la piena sovranità e indipendenza, mentre la Jugoslavia si disintegrava. La creazione di un esercito di liberazione nazionale nel 1993 costituì un ulteriore pretesto affinché la Serbia intervenisse militarmente. Nel 1998, la violenza non accennava a diminuire così come il flusso di persone che abbandonavano il Paese.

La comunità internazionale tornò a guardare ai Balcani. Con la UNSCR 1199, il Presidente serbo fu identificato e condannato come unico responsabile della catastrofe umanitaria. Con la successiva UNSCR 1203, la NATO intimò l’attivazione di azioni militari contro la Serbia, poiché era stata riconosciuta la connessione tra Nazioni Unite e NATO. Tuttavia, la situazione rimase sostanzialmente invariata spingendo la NATO a intraprendere, con risultati fallimentari, tentativi di negoziazione tra le parti. Si ricordino le negoziazioni condotte a Rambouillet dal 6 al 23 febbraio 1999 e a Parigi tra il 15 e il 18 marzo. Così come era stato nel 1941, il Kosovo tornò a essere un problema politico e, per ovvie ragioni, securitario.

L’intervento
L’Operazione Allied Force fu lanciata il 24 marzo 1999, senza l’avallo dell’ONU, per imporre l’adozione degli Accordi di Rambouillet. Come si evince dai documenti NATO, questa era stata preparata nei sei mesi antecedenti, nonostante permanessero delle criticità.
Gli Stati Uniti, tramite la National Security Strategy 1998, avevano riconosciuto il continuato spargimento di sangue in Kosovo come minaccia alla sicurezza e alla stabilità della regione ma, al contempo, sostenevano che i problemi che affliggevano il Kosovo sarebbero stati meglio risolti con il dialogo aperto e incondizionato tra le autorità di Belgrado e la leadership del Kosovo. Gli USA miravano, infatti, a conseguire una risoluzione pacifica della crisi volta alla ristorazione della tutela dei diritti umani e politici, sistematicamente negati dal 1989. L’intervento statunitense nel conflitto, di concerto con la NATO, fu teso a stabilizzare i Balcani e a fare del Kosovo una democrazia multietnica. Gli obiettivi USA e NATO non erano tuttavia allineati. Così l’Alleanza intervenne per ottenere la rimozione delle forze armate e di polizia serbe dal territorio e la protezione internazionale del Kosovo finché il suo status potesse essere definito. Anche in questa occasione, l’operazione militare si tradusse in una massiccia campagna aerea durata solo 11 settimane al termine delle quali, ulteriormente posto sotto pressione da una millantata campagna terrestre, il Presidente serbo Milosevic si piegò alle condizioni perentorie della NATO.
Il Pentagono dichiarò, inoltre, di aver distrutto metà degli armamenti ma, anche se questa stima pare ex post eccessiva, la distruzione anche solo di un quarto delle armi rappresentò un chiaro messaggio di forza. In merito al dispiegamento di forze terrestri, l’allora Presidente Clinton chiarì che questo non era mai stato un’opzione valida quanto una minaccia volta a cambiare il corso del conflitto.

Il Kosovo disegnato a Kumanovo
Il 9 giugno 1999, la Kosovo Force, la Repubblica Federale di Jugoslavia e la Repubblica di Serbia si incontrarono a Kumanovo per firmare l’accordo tecnico militare, sigillando la fine delle ostilità.
Dopo una fase di transizione guidata dalle Nazioni Unite e dalla NATO di cui la sicurezza fu un focus prioritario – si ricordi l’impegno della Kosovo Force stabilita a seguito della UNSCR 1244 – il 15 maggio 2001, il Capo della Missione di Amministrazione ad interim delle Nazioni Unite approvò il regolamento 2001/9 con il quale fu istituito il quadro costituzionale per l’autogoverno provvisorio in Kosovo. Gli USA riuscirono a ridurre considerevolmente il loro impegno, militare ed economico, affidando il processo di transizione all’Unione Europea. Tuttavia, la loro influenza continuò ad essere esercitata tramite la NATO e le Nazioni Unite e, di fatto, gli Stati Uniti fornirono solamente il 16% dei fondi per la ricostruzione e le forze di peacekeeping.
Il Kosovo sarebbe rimasto unito, abitato da un popolo e governato democraticamente a livello locale e centrale. Il Paese smise di essere un protettorato, acquisì lo status di entità politicamente indipendente nella forma di democrazia parlamentare e, dunque, l’autorità di intrattenere relazioni estere con altri stati. Le istituzioni prevedevano un Presidente eletto da un’Assemblea, un Primo Ministro e un Governo, un Procuratore Capo e un sistema giudiziario. In base a quanto stabilito nel quadro costituzionale, queste dovevano garantire attivamente che le comunità etniche, linguistiche e religiose beneficiassero di diritti e equa rappresentanza. Nella stessa sede, si promuoveva la coesistenza e la riconciliazione tra le comunità così come la creazione di condizioni appropriate affinché le comunità preservassero, proteggessero e sviluppassero le proprie identità. Democrazia, rispetto dei diritti umani e regolare svolgimento delle elezioni dovevano essere altresì garantiti.

Lo status del Kosovo è stato a lungo controverso. Nel febbraio 2008, in seguito a diversi sforzi negativi delle Nazioni Unite, il Paese ha dichiarato l’indipendenza dalla Serbia e ha adottato, il 7 aprile 2008, una costituzione garante della supremazia del diritto e dei principi di libertà, pace, democrazia, eguaglianza, giustizia sociale, economia di mercato, laicità e separazione dei poteri. Il Preambolo della Costituzione testimonia anche l’impegno del Paese a promuovere i processi di integrazione Euro-Atlantici.

L’integrazione Euro-Atlantica
L’introduzione di un sistema giudiziario adeguato e di un nuovo codice penale ha rappresentato un passo verso l’integrazione europea. L’Unione Europea ha promosso il processo di ricostruzione del Kosovo in quanto parte dello sforzo per promuovere la pace e la prosperità nel Paese. Ad oggi, il Kosovo è considerato un regime ibrido, la cui qualità della democrazia è in miglioramento.
Lo sviluppo di forze di sicurezza indipendenti ed endogene è stato fondamentale e, in tal senso, si nota un trend positivo che ha permesso il ritiro delle forze internazionali e la creazione di un Ministero della Difesa.

Nel maggio 2012, la Commissione ha avviato un dialogo strutturato. Due anni più tardi, il processo di integrazione è proseguito con l’inizio dell’Accordo di Stabilizzazione e Associazione, operativo dall’aprile 2016. Nel luglio 2018, la Commissione ha confermato che il Kosovo ha risposto positivamente agli standard di liberalizzazione richiesti.

Il futuro del Kosovo passa (ancora) da Washington
Ad oggi, molti Paesi membri dell’Unione Europea, delle Nazioni Unite e gli stessi Stati Uniti hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo che, nel 2010, è stata considerata non lesiva del diritto internazionale né della UNSCR 1244 dalla Corte Internazionale di Giustizia.
Il futuro del Kosovo sulla scena internazionale dipende molto dalla normalizzazione delle relazioni con la Serbia. La riapertura del dialogo a Bruxelles, avvenuta lo scorso 16 luglio, ha condotto all’incontro, supportato dagli Stati Uniti, tenutosi il 4 settembre 2020 a Washington. Non è chiaro se i Presidenti avessero il potere di concludere tale accordo e se i rispettivi parlamenti dovranno ratificarlo. È interessante sottolineare il fatto che si tratta di una normalizzazione economica piuttosto che politica, nonostante l’urgenza di quest’ultima. L’accordo prevede l’espansione dei collegamenti stradali e ferroviari, la collaborazione in materia di energia e la creazione di un mercato comune con conseguente abolizione dei dazi doganali. Nulla di sostanzialmente innovativo che distolga l’attenzione dalla questione principale: il riconoscimento del Kosovo.


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Il Kosovo, da parte sua, ha accettato di posticipare di un anno qualunque sforzo per entrare in organizzazioni internazionali mentre la Serbia si è impegnata a sospendere per un anno i tentativi volti a bloccare il riconoscimento del Kosovo da parte di altri Paesi. Il Presidente Trump ha anche ottenuto il riconoscimento del Kosovo da parte di Israele che sarà, a sua volta, riconosciuto dal Kosovo. Il trasferimento delle ambasciate a Gerusalemme del Kosovo – primo Paese a maggioranza musulmana a prendere una simile decisione – e della Serbia, primo Paese europeo a farlo, potrebbe destabilizzare i rapporti con altri interlocutori e complicare la posizione dei due paesi nei fora  (sedi) internazionali. Evidentemente, più che un accordo per la penisola balcanica appare una vittoria diplomatica per la Casa Bianca e gli israeliani negli Stati Uniti.

Conclusioni
Perchè mai gli USA guardano ancora al Kosovo? È forse un tentativo trumpiano di riportare un successo in politica estera prima delle elezioni presidenziali o un tentativo di respingere le influenze cinesi e russe nella regione, mentre l’Europa resta a guardare imbrigliata nei suoi processi di allargamento?
L’importanza del Kosovo è dovuta a svariati fattori, in primis geopolitici. Si tratta di un Paese di transito la cui stabilizzazione e sicurezza sono cruciali per combattere il terrorismo. Lo Stato gode infatti di una tradizione islamica moderata, ma circa 400 kosovari avrebbero raggiunto la Siria e l’Iraq per supportare l’ISIS nell’ultimo decennio. Nel marzo 2016, non a caso, gli USA e il Kosovo hanno concluso un trattato di estradizione. Nell’aprile 2019, il governo statunitense ha anche offerto supporto logistico per il rimpatrio dalla Siria di 110 kosovari sostenitori dell’ISIS. Inoltre, il Kosovo sembra aver condannato il maggior numero di foreign fighters. Dal punto di vista interno, il Paese rimane in evoluzione, con picchi di violenza tra le diverse comunità presenti nel territorio. Infatti, diversamente dalla Bosnia-Erzegovina, il problema etnico è ben più radicato e ulteriormente aggravato dalla disoccupazione. Secondo fonti NATO, circa 3.600 soldati rimangono dispiegati nel Paese. In conclusione, la posizione strategica del Paese attira una moltitudine di attori. Tra questi, quelli che offriranno gli incentivi più adeguati guideranno la transizione del Kosovo nel futuro.

Elisa Maria Brusca
                                                                                                             Geopolitica.info