Il ruolo di Singapore nel secolo asiatico: intervista a Kishore Mahbubani

Singapore vanta una storia di straordinario successo economico. Nel 1965 la città-Stato contava circa tre milioni di abitanti, di cui la maggior parte disoccupata e il cui Pil pro capite superava appena i 500 dollari.  A meno di cinquant’anni di distanza il reddito pro capite è cresciuto di centosette volte e se calcolato in base alla parità di potere d’acquisto Singapore con i suoi 65 mila dollari (dati FMI) si colloca in seconda posizione mondiale dietro solamente al Qatar.  In un momento di dinamiche geopolitiche in movimento e di ascesa economica della macro-regione asiatica, Singapore ottiene una rinnovata centralità. Sulle sfide future che attendono Singapore Emanuele Schibotto, Responsabile formazione on-line del nostro Centro Studi e Gabriele Giovannini, PhD Candidate in Relazioni Internazionali alla Northumbria University di Newcastle, hanno intervistato uno degli uomini che megliono conoscono i meccanismi istituzionali e diplomatici della città-Stato e tra i più influenti intellettuali asiatici: Kishore Mahbubani, già Ambasciatore di Singapore all’ONU e attuale Dean della Lee Kuan Yew School of Public Policy presso la National University of Singapore.

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Nei suoi libri più recenti, da The New Asian Hemisphere a The Great Convergence, lei sottolinea la necessità per l’Occidente di comprendere la modernizzazione e la rinascita dell’Asia. Quali sono gli aspetti e le sfumature che l’Unione Europea e gli Stati Uniti non hanno ancora compreso?

In Occidente la maggior parte delle menti più brillanti trova difficile accettare questo semplice, ancorché doloroso, fatto storico: gli ultimi due secoli di dominazione occidentale della storia mondiale sono stati una grande aberrazione storica. Dall’anno 1 fino al 1820 le maggiori economie del pianeta sono state Cina e India. Europa e Nordamerica hanno preso il volo solo negli ultimi 200 anni che, se considerati all’interno del contesto degli ultimi 2000 anni, risultano un’aberrazione storica. Tutte le aberrazioni storiche sono destinate ad una fine naturale. Pertanto, il Secolo Asiatico è irresistibile e inarrestabile. Purtroppo, molti in Occidente continuano a credere che il Secolo Asiatico non si concretizzerà. Qual è la prova di questo? Se in Occidente avessero accettato il ritorno dell’Asia come un fatto inarrestabile, avrebbero ristrutturato le istituzioni globali per accomodarvi le potenze asiatiche emergenti. Al contrario, Francia e Regno Unito rifiutano di rinunciare al loro seggio all’interno del Consiglio Permanente delle Nazioni Unite in favore dell’India, mentre il Congresso degli Stati Uniti continua a bloccare la riforma del Fondo Monetario Internazionale volta ad ampliare i diritti di voto delle nuove potenze asiatiche, tra cui figura la Cina. Questa riluttanza nel ristrutturare l’ordine globale è un chiaro segno che l’Occidente rifiuta di accettare la realtà del Secolo Asiatico.

Possiamo considerare Singapore come un modello per gli altri Paesi asiatici in termini di politica estera? Giocherà un ruolo fondamentale nei prossimi decenni, i quali saranno caratterizzati dalla convergenza? Se si, come?

Singapore è un Paese troppo piccolo per fungere da modello per gli altri Stati asiatici, i quali sono per la maggior parte molto più grandi. Ciononostante, le best practices adottate da Singapore sono state studiate attentamente. Nel mio libro The New Asian Hemisphere ho spiegato come i Paesi asiatici stiano avendo successo perché hanno finalmente capito, osservato e messo in pratica i principi alla base dei sette pilastri della saggezza occidentale: l’economia di mercato, la scienza e il progresso tecnologico, la meritocrazia, il pragmatismo, la cultura pacifista, lo stato di diritto e l’istruzione. Ora che altri Stati asiatici stanno seguendo l’esempio di Singapore nell’implementazione di questi pilastri, non è una sorpresa notare come  sempre più Paesi asiatici stiano avendo successo.

In termini di politica estera, Singapore è stato molto attento nel perseguire una linea  pragmatica, realistica e non ideologica. Sebbene ciò non sia servito da modello per altri Paesi, tuttavia ha permesso a Singapore di guadagnarsi amici in ogni angolo del pianeta. Singapore è anche un grande sostenitore delle Nazioni Unite e delle istituzioni multilaterali. Come disse il nostro ex Primo Ministro Lee Kuan Yew, “se non ci fossero un diritto e un ordine internazionale, e quindi i pesci grandi mangiassero I pesci piccoli e i pesci piccoli mangiassero i pesciolini, noi non esisteremmo”. Per questo, benché Singapore sia un buon amico degli USA, non ha comunque esitato a mostrarsi in disaccordo in seno alle organizzazioni multilaterali.

Ci auguriamo che anche gli Stati Uniti, con il passare del tempo, possano apprezzare maggiormente le virtù derivanti dal sostegno alle organizzazioni multilaterali. Per questo motivo inizio il mio libro “The Great Convergence: Asia, the West and the Logic of One World” con una citazione presa dal discorso di Bill Clinton tenuto a Yale nel 2013, nel quale ha spiegato ai suoi concittadini: “Se credete che il mantenimento del potere, del controllo, della assoluta libertà di movimento e della sovranità sia importante per il futuro del vostro Paese, allora ciò non è in contrasto [con il fatto che gli USA continuino a comportarsi in maniera unilaterale]. [Gli USA sono] oggi il Paese più potente al mondo … Tuttavia, se credete che dovremmo provare a creare un mondo con regole e partenariati e abitudini di comportamento nel quale vorremmo vivere quando non saremmo più la superpotenza globale politica, militare ed economica, allora non lo fareste. Dipende da quello in cui credi”.

Chiaramente, Bill Clinton stava chiamando i suoi concittadini al sostegno delle regole e dei processi multilaterali. Finora, non hanno dato ascolto al suo consiglio.

Definirebbe Singapore una potenza regionale?

Singapore non è una potenza regionale. Il suo territorio continentale è tra i più piccoli del Sudest Asiatico: può contare solo su 700 chilometri quadrati mentre la maggior parte dei Paesi del Sudest asiatico vanta centinaia di migliaia di kilometri di terra. Anche la sua popolazione è ridotta: solo 5 milioni di persone.   Per queste ragioni Singapore non sarà mai una potenza regionale. Tuttavia, Singapore ha saputo esercitare influenza regionale attraverso la creazione di buone idee. Ad esempio Singapore si accorse che, mentre vi erano solide istituzioni transatlantiche come la NATO e l’OCSE e solide istituzioni transpacifiche come APEC e EAS, non vi erano solide istituzioni che legassero Asia e Europa. Vi era palesemente una connessione mancante. Per questo motivo l’ex Primo Ministro Goh Chok Tong propose l’idea dell’Asia-Europe Meeting (ASEM). All’epoca ero Segretario Permanente del Ministero degli Esteri di Singapore e feci diversi viaggi in Europa per persuadere gli europei a sposare l’idea. Fortunatamente, la Francia fu il primo Paese a sostenere l’idea. Da allora l’ASEM ha preso il volo ed ha istituito la  Asia-Europe Foundation (ASEF) a Singapore. Singapore ha anche prodotto alcuni tra i più brillanti Primi Ministri e Ministri degli Esteri: i loro discorsi sono materia di studio nelle più importanti capitali. Finché Singapore manterrà la sua tradizione di parlare in maniera franca e candida su temi sia globali che regionali potrà continuare a godere di influenza regionale.

Singapore ha vinto quella che l’ex Premier britannico Gordon Brown definì la “gara globale delle competenze”. Come si traduce questo risultato per il Paese nel quadro del cosidetto “Secolo Asiatico”?

Il Primo Ministro Gordon Brown ha assolutamente ragione: siamo impegnanti a livello globale in una “gara globale delle competenze”. Fortunatamente, Singapore ha lavorato molto bene in quest’area. Il suo sistema educativo è ammirato universalmente, i suoi libri di matematica vengono usati dalla California al Sudafrica ai Paesi Bassi, gli studenti di Singapore hanno ottenuto ottime prestazioni nei test PISA e la National University of Singapore (NUS) è  classificata come la migliore università di tutta l’Asia.

Tuttavia, nonostante questi successi, Singapore non può permettersi di dormire sugli allori. Nuove sfide emergono: la tecnologia, ad esempio, sta eliminando posti di lavoro. In un report del 2013, McKinsey notava che “la forza dell’automazione ha già fatto sentire il suo peso nel lavoro manifatturiero e nei servizi con un impatto profondo… In 40 anni di automazione nel settore terziario, in alcune attività negli USA, sono stati eliminati più di metà dei posti di lavoro…Le ATM hanno sostituito i cassieri di banca, i sistemi di auto-prenotazione delle compagnie aeree hanno rimpiazzato gli agenti di viaggio e i dattilografi sono sostanzialmente scomparsi”. Il report stima che, nel 2025, “sistemi e supporti automatici del lavoro cognitivo potrebbero andare a ricoprire funzioni uguali all’output prodotto da 110 a 140 milioni di equivalenti a tempo pieno (FTEs) …Un aumento dell’automazione potrebbe portare un incremento della produttività equivalente all’output prodotto da 75-90 milioni di lavoratori a tempo pieno nelle economie avanzate e 35-50 milioni di lavoratori a tempo pieno nelle economie emergenti” [tdr]. In sostanza, verranno meno molti posti di lavoro. Singapore dovrà fare in modo che i lavoratori singaporiani mantengano flessibilità per gestire questi profondi cambiamenti nelle necessità lavorative.

Ad eccezione dell’Australia, Singapore è il solo Paese asiatico ad essere presente all’interno della top ten dell’Indice dello Sviluppo Umano delle Nazioni Unite. Dobbiamo considerare il Secolo Asiatico più come un fenomeno legato alla crescita economica e meno allo sviluppo economico?

Singapore fortunatamente ha avuto dei padri fondatori, in particolare Lee Kuan Yew, Goh Keng Swee, e S. Rajaratnam, che non si sono concentrati solo sullo sviluppo economico ma anche sullo sviluppo umano. Dal primo giorno [della sua indipendenza, ndt], Singapore prestò attenzione ai bisogni sociali: dalla casa alla salute, dall’educazione all’ambiente. Il risultato è che i singaporiani non solo hanno beneficiato di un rapido sviluppo economico, ma hanno anche potuto vivere in una delle città più vivibili del mondo.

Non vi è dubbio che molte altre città asiatiche stiano studiando il modello di sviluppo di Singapore. La Cina ha accolto con favore la costruzione del Suzhou Industry Park della Tianjin Eco City, entrambi progetti a guida singaporiana. Dal momento che la Cina produrrà la maggiore nuova popolazione urbana del pianeta, ogni lezione che i cinesi impareranno da Singapore produrrà miglior sviluppo urbano per i cittadini cinesi. Mentre i Paesi asiatici si concentrarono maggiormente sullo sviluppo economico nei  primi anni, è evidente che adesso sempre più prestano crescente attenzione allo sviluppo sostenibile e alla protezione dei loro ecosistemi.

E’ stato siglato di recente un accordo per l’istituzione della Asian Infrastructure Investment Bank e Singapore figura tra gli Stati firmatari. Cosa pensa della nuova banca, considerando la prospettiva di Singapore? Cosa si aspetta da questo nuovo strumento in termini di relazioni tra USA e Cina? 

L’Asia ha bisogno grandemente di nuove infrastrutture. L’Asian Development Bank ha stimato che l’Asia dovrà investire “circa $8 trilioni in infrastrutture nazionali e $290 miliardi in infrastrutture regionali tra il 2010 e il 2020 per mantenere la propria traiettoria di crescita”. Dato questo bisogno di maggiori infrastrutture, la regione nel complesso ha accolto con favore l’iniziativa cinese di istituire l’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB). E’ per questo motivo che la maggior parte dei Paesi asiatici ha partecipato all’inaugurazione a Pechino.

Purtroppo, gli USA hanno frainteso l’obiettivo di questa iniziativa e l’hanno considerata come uno sforzo per diminuire il ruolo delle banche regionali e globali guidate da USA e Giappone come la Banca Mondiale e la ADB. Questo ha portato il Tesoro americano a lanciare una grande iniziativa per persuadere i propri alleati a star fuori dal lancio della AIIB. Per questo motivo Corea del Sud e Australia non hanno partecipato, benché fosse nel loro interesse nazionale esserne parte. Questa rivalità USA-Cina non è sorprendente: sarebbe perfettamente naturale vedere una competizione tra le due grandi potenze nei prossimi decenni perché ci stiamo avvicinando ad uno dei più importanti momenti storici. Nel 1980, secondo le statistiche del Fondo Monetario Internazionale, la quota degli USA sul prodotto nazionale lordo globale espressa in termini di parità di potere d’acquisto (PPP) era del 25%, mentre la quota cinese era pari al 2,2% (corrispondente a meno del 10% della quota USA). Tuttavia, alla fine del 2014 la quota USA è scesa al 16,2% mentre quella della Cina crescerà al 16,4. Per la prima volta in 200 anni la più grande economia del mondo sarà non-occidentale. Finora, gli USA hanno reagito in maniera saggia all’ascesa cinese, e ci auguriamo che continuino a farlo.

Qual è la sua opinione in merito al progetto della ferrovia Singapore – Kunming? 

La ferrovia Kunming–Singapore collegherà la Cina, Singapore e tutti i Paesi del Sudest asiatico continentale. Si prevede che aumenterà l’integrazione economica regionale e incrementerà i legami economici tra la Cina e il Sudest asiatico.

Singapore trarrà enormi benefici dalla costruzione di questa ferrovia.  In primo luogo, la ferrovia fornirà a Singapore una via efficiente ed economica per acquisire risorse. Parimenti, altri Paesi potranno utilizzarla per ricavare vantaggi maggiori dall’esperienza tecnica e dallo status di entrepôt  di Singapore al fine di incrementare i commerci. In secondo luogo, la ferrovia accrescerà lo status di Singapore come hub logistico. Ogni anno,il porto di Singapore movimenta un traffico di oltre 550 milioni di tonnellate di merce. La maggior parte di questo traffico continuerà a viaggiare nella regione in nave, ma lo status di hub di Singapore sarà ulteriormente incrementato anche se i cargo saranno distribuiti in Malaysia, Thailandia, Vietnam, Laos e Cambogia tramite ferrovia. E’ per questo che Singapore sostiene fortemente il collegamento Singapore-Kunming.

Quali saranno le principali sfide politiche, economiche e culturali che Singapore dovrà affrontare nei prossimi decenni, i quali con ogni probabilità saranno informati dallo shift di potere da Occidente verso Oriente?

Con il cambio di potere da Ovest a Est Singapore avrà di fronte nuove sfide e opportunità straordinarie. La sfida geopolitica principale che dovrà affrontare potrà emergere dalla rivalità tra Stati Uniti e Cina. Stiamo già subendo pressioni sia dalla Cina che dagli Stati Uniti a causa della nostra stretta relazione con entrambi i Paesi. Quando l’anno scorso ho parlato a Pechino con un gruppo di generali in pensione, era chiaro che erano preoccupati dalle strette relazione in ambito militare che Singapore intrattiene con gli USA. In realtà, le nostre relazioni militari sono così strette che leader e osservatori americani ci hanno definito un “alleato” benché, formalmente, non abbiamo firmato un trattato con gli USA. Questo è pericoloso, perché nel caso di una crisi, i leader americani si potrebbero aspettare un comportamento da Paese alleato da parte nostra. Tuttavia, nel caso di relazioni sino-americane più tese, non saremmo in grado di mantenere una forte posizione pro-americana, dato che il 75% della popolazione di Singapore è rappresentata da cinesi. In maniera analoga, alcuni americani sono turbati dalla forte relazione economica di Singapore con la Cina. Ad esempio, noi abbiamo sostenuto la creazione della AIIB, benché gli Stati Uniti avessero remato contro il progetto.

Il New York Times ha riportato questo: “Un alleato degli USA ha già firmato   nonostante l’opposizione di Washington: Singapore.” Se anche una giornalista del NYT ben informata come Jane Perlez non è a conoscenza che Singapore non ha siglato un trattato di alleanza con gli USA, per noi sarà molto difficile rispondere alle aspettative sia degli USA che della Cina qualora la loro relazione dovesse inasprirsi.

Tuttavia, Singapore avrà di fronte opportunità straordinarie. Così come Londra era la città di riferimento in Europa nel 19mo secolo e New York City servì il resto degli USA nel 20mo secolo, Singapore potrebbe diventare la città di riferimento del 21mo secolo. Singapore si sente in sintonia con le culture cinese, indiana, islamica e la civiltà occidentale, tutte ben rappresentate nella società singaporiana. Parliamo della città più moderna dell’Asia, anche paragonandola a Tokyo, Seoul e Shanghai. E’ anche la città asiatica più globalizzata del mondo: è molto più asiatica di New York, Londra o Parigi. Geograficamente è ubicata nel raggio di 6 ore dalle maggiori città in Cina e India, le maggiori potenze asiatiche. Queste caratteristiche rendono Singapore il crocevia privilegiato tra Est e Ovest e la miglior scelta per una “capitale asiatica” nel prossimo secolo asiatico.

Tutto sommato, sono molto ottimista per il futuro di Singapore, poiché nei primi cinquant’anni abbiamo accumulato forti infrastrutture sia fisiche che umane permettendo a Singapore di diventare una città globale chiave del nostro pianeta. Mentre il secolo asiatico va realizzandosi, nessun’altra città potrà beneficiare dell’ascesa dell’Asia quanto Singapore. Tempi d’oro aspettano Singapore.