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Da Kiev a Erbil: l’Europa torna al centro del mondo. Teoria del Rimland e sfida all’ordine liberale

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L’estrema conflittualità del sistema post-unipolare (o unipolare imperfetto) ha determinato il rientro in grande stile della storia e dunque della geopolitica tra gli strumenti utili al decisore per determinare le sue prossime mosse sulla scacchiera-mondo. La guerra tra Russia e Ucraina scoppiata il 24 febbraio scorso dopo numerose avvisaglie ha demolito, dopo l’illusione dei primi anni 2000, a seguito delle guerre balcaniche, e dopo il goffo tentativo di far finta che né quella in Georgia del 2008 né quella di Crimea e Donbass del 2014 fossero “guerre europee”, l’idea secondo cui l’Europa fosse ormai divenuto un continente pacifico e pacificato.

Nell’editoriale pubblicato sul numero 1 di “Scenari”, Dario Fabbri ha ben scritto che «non esiste continente più rilevante dell’Europa» e che tale rilevanza è determinata «per prestigio culturale, per collocazione geografica, per diffuse capacità dei suoi abitanti». In particolare in questa fase, nel momento in cui la Russia – unico Stato di dimensioni imperiali presente sul continente europeo – sta non tanto rimodulando la sua postura internazionale quanto tentando di ricostituire, in una fase di crisi, il suo “spazio imperiale” storico (che è in continuità dall’Impero zarista all’Unione Sovietica), portando avanti una politica assertivo-militare contro il proprio “estero vicino”, l’Europa è tornata al centro degli interessi mondiali.

Per comprendere quanto l’Europa sia centrale anche in questo inizio di XXI secolo e che occorra fare una netta distinzione tra il vecchio continente “geografico” e quello “politico”, e così vale anche per lo scacchiere dell’Asia-Pacifico, la teoria geopolitica classica arriva in soccorso: alla fine degli anni ’30 il geopolitologo statunitense Nicholas John Spykman formulò la teoria dell’importanza geostrategica del Rimland, la fascia costiera che, disegnando una mezzaluna crescente che va dal Mar Baltico a Suez, passando per Gibilterra, comprende la gran parte dei Paesi europei, nonché i popoli e gli Stati più ricchi di risorse e che nel corso della storia hanno tentato l’assalto al potere mondiale e dunque il raggiungimento dell’egemonia. 

Il Rimland, altrimenti individuato da sir Halford John Mackinder come inner or marginal crescent, viene elevato da Spykman a “zona vitale” per il controllo dell’Eurasia o isola-mondo, sostituendolo alla Pivot Area mackinderiana che invece era compresa quasi per intero entro i confini dell’Impero Russo o, nelle sue periferie, ne rappresentava le direttrici d’espansione.

Effettivamente la guerra in Ucraina – con le sue conseguenze indirette come il programma di riarmo tedesco, il tentativo europeo di rendersi indipendente dalle forniture russe di petrolio e gas, la conseguente crisi energetica, il particolare ruolo ricoperto dalla Francia e dalla Turchia e, non da ultimo, l’interessante postura di Italia e Germania in merito all’affaire Putin (che risponde a logiche consolidate nella storia dove Roma e Berlino hanno sempre avuto una visione simpatetica con la Russia) – ha restituito quasi coercitivamente un posto centrale nelle vicende mondiali al vecchio continente. Ma anche i sommovimenti e gli scossoni politico-militari in Africa, in specie in Libia e nella Françafrique, sono il frutto di una storia che ancora si muove secondo canoni eurocentrici e che risponde alle logiche dell’Occidente.

Non da ultimo l’attacco missilistico iraniano contro il consolato statunitense di Erbil in Iraq è uno dei segnali del tentativo, attraverso la minaccia o l’uso diretto della forza, da parte delle potenze rivali degli USA e (a varie gradazioni) revisioniste dell’ordine internazionale liberale, di sondare quanto e come Washington sia disposta a difendere il suo ruolo di guida e gendarme del mondo.

A fare le “spese” ma anche a dover trarre le conseguenze da questa sfida sono gli alleati europei degli Stati Uniti, in particolare quelli a diretto contatto, se non geografico diretto quantomeno con configgenti aree d’influenza, con i focolai accesi da Russia, Iran e Cina nel vecchio Rimland, ed in questo la Francia, la Germania e l’Italia hanno l’obbligo – anche per una questione di sopravvivenza storico-politica – di avere un ruolo molto più attivo. Parigi e Berlino sembra abbiano proprio fatto questa scelta, Roma, per problemi endemici e strutturali della sua politica estera successiva alla guerra fredda, ancora fa fatica. Forse l’Europa sola non potrà rappresentare, come è anche normale, il banco di prova della storia mondiale, ma insieme agli altri Paesi rivieraschi del Rimland essa è diventata la zona decisiva entro la quale le potenze a vocazione imperiale si scontrano.       

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