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NewsKaliningrad: una miccia (forse) spenta

Kaliningrad: una miccia (forse) spenta

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Il blocco di Kaliningrad da parte della Lituania è stata una delle crisi più pericolose dal 24 febbraio. L’aggiornamento sull’applicabilità delle sanzioni da parte dell’UE ha evitato il peggio. Lo spazio euro-atlantico si frammenta sempre di più. Il futuro della Scandinavia è ancora da scrivere.

Dopo quattro mesi la guerra russo-ucraina è ancora in corso di svolgimento e la pace sembrerebbe essere soltanto un miraggio. I cambiamenti geopolitici innescati da questo conflitto spostano sempre di più gli equilibri europei e delle super potenze nel Mar Baltico. La probabile adesione di Svezia e Finlandia alla NATO (si veda l’articolo “Gli scenari se Svezia e Finlandia dovessero entrare nella NATO“) è la vera novità di questa guerra, ancora più del riarmo tedesco, soprattutto perché avrà importanti conseguenze geopolitiche sia nel breve che nel lungo periodo nei rapporti con la Russia e negli equilibri interni dell’Alleanza Atlantica. 

Il fatto recente che però ha aumentato la tensione nel Baltico è stato il blocco commerciale dell’enclave russo di Kaliningrad da parte della Lituania il 18 giugno che è stato risolto parzialmente grazie alla mediazione dell’Unione Europea e ha permesso di evitare, almeno nel breve periodo, una pericolosa escalation tra NATO e Russia. 

Nonostante il positivo esito finale, ne esce un quadro ancora più frammentato dell’Occidente: la decisione del governo lituano acuisce le divergenze sul modus operandi da tenere nei confronti del Cremlino. 

Ne potrebbe derivare una ulteriore divisione dello spazio euro-atlantico non più tra un’Europa Occidentale e un’Europa Orientale ma tra un’Europa Occidentale, un’Europa Baltica, un’Europa Sud-Orientale con interessi e visioni profondamente diverse sul dossier russo.

L’Europa Baltica, composta da Regno Unito, Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania, è determinata a mantenere e rafforzare il contenimento della Russia, aumentando il supporto militare a Kiev onde logorare il più possibile la super potenza.

L’Europa Sud Orientale formata da Romania e Bulgaria, Stati confinanti con l’Ucraina, benché fortemente convinti del loro ruolo nel contenimento russo, per motivi di sicurezza nazionale sono restii ad un’escalation con la Russia dato che in caso di guerra sarebbero la prima linea del fronte e potrebbero essere sottoposti ad attacchi missilistici ed aerei russi provenienti dalla Crimea e dai territori ucraini occupati.

Gli Stati dell’Europa Occidentale (Italia, Spagna, Francia, Portogallo e Germania) invece per motivazioni principalmente storiche, culturali ed energetiche si oppongono ad iniziare uno scontro aperto con la Russia ma anzi cercano di ricoprire un ruolo da mediatori con lo scopo di porre fine al conflitto il prima possibile. Inoltre, una guerra aperta contro il Cremlino avrebbe un impatto devastante sulla stabilità interna di questi paesi a causa di un’opinione pubblica riluttante all’utilizzo della forza come strumento risolutore delle controversie internazionali.

Per altri Stati come la Turchia, la Grecia e l’Ungheria i propri interessi geopolitici e i rapporti politico-economici con la Russia hanno la priorità assoluta e, come il conflitto dimostra, non sono disposti a sacrificarli in nome di altre esigenze.

Rimane ancora un mistero l’Europa Scandinava. L’entrata di Svezia e Finlandia non dovrebbe essere considerata scontata anche se importantissimi progressi sono stati compiuti negli ultimi mesi. Nel caso Stoccolma ed Helsinki dovessero diventare membri della NATO probabilmente assumeranno una posizione meno intransigente rispetto agli Stati Baltici nei confronti della Federazione Russa, forse negoziando con Mosca un nuovo modus vivendi nella regione che permetterebbe ad entrambe le parti di soddisfare le proprie esigenze di sicurezza nazionale senza compromettere quelle altrui. Certamente un ruolo fondamentale nel ridefinire il ruolo geopolitico della Penisola Scandinava lo ricoprirà la Norvegia, membro fondatore dell’Alleanza Atlantica, che non ha intenzione di compromettere la propria cooperazione e le proprie relazioni con la Russia nel Mar Glaciale Artico. Oslo farà valere il proprio “peso storico” con Svezia e Finlandia per farsi riconoscere dagli Stati Uniti il ruolo di leader della Scandinavia atlantica e di interlocutore privilegiato con il Cremlino. 

È incerto pure se Turchia e Svezia arriveranno ad un accordo definitivo sulla questione curda. Il memorandum d’intesa firmato durante il Vertice NATO di Madrid non è un accordo vincolate ma un impegno preso dalle parti. Questo significa che l’entrata della Svezia e della Finlandia è ancora un processo in fieri che potrebbe riservare delle sorprese. 

La guerra dimostra come lo scenario europeo e i suoi equilibri siano in continua evoluzione e niente dovrebbe essere considerato scontato. In una situazione bellica l’imprevedibilità è un fattore centrale che può cambiare improvvisamente qualsiasi equazione geopolitica e processi di breve e lungo periodo. Di sicuro l’Europa dopo il 24 febbraio non sarà più quella antecedente il conflitto ma un nuovo mondo all’interno del quale nuove logiche geopolitiche governeranno l’esistenza dei popoli e degli Stati.

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