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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaDa Kabul a Teheran, ma non solo, l’8 marzo...

Da Kabul a Teheran, ma non solo, l’8 marzo non è una festa

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Il progresso globale sui diritti delle donne sta «svanendo davanti ai nostri occhi», ha duramente avvertito il segretario generale dell’Onu, António Guterres, affermando che ci vorranno altri tre secoli per raggiungere l’obiettivo sempre più lontano dell’uguaglianza di genere.

«L’uguaglianza di genere si rivela sempre più distante, sulla base del percorso attuale, UN Women stima che manchino 300 anni per raggiungerla» ha affermato lunedì 6 marzo il Segretario Generale dell’Onu António Guterres, in occasione del discorso all’Assemblea generale in vista della Giornata internazionale della donna, che ha dato inizio a due settimane di discussioni guidate dalla Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne (CSW). Parole severe, senza esitazioni, che fotografano come le disuguaglianze, la violenza e la discriminazione rimangano una drammatica realtà che la maggioranza delle donne in tutto il mondo è costretta ad affrontare. Nel 2018 l’UN Women aveva indicato il 2030 come anno in cui ovunque sarebbe stata garantita la parità di genere; tuttavia, il 2030 si avvicina e guardando agli sviluppi recenti, l’obiettivo si configura sempre di più come un’illusione, sfumando i propri contorni nello scenario dell’inattuabilità. Difatti, non solo il traguardo rimane distante, ma in alcuni paesi si marcia addirittura direzione opposta. Guterres ha citato l’Afghanistan, il caso più eclatante, che proprio oggi, in occasione della Giornata Internazionale della donna, è divenuto il paese più repressivo al mondo per quanto riguarda i diritti delle donne.

A riportare la notizia è stata  Roza Otunbayeva, Rappresentante Speciale del segretario generale e capo della missione Onu in Afghanistan (UNAMA), la quale ha aggiunto che, nonostante la feroce condanna internazionale, i talebani non abbiano mostrato segni di cedimento, rendendo «doloroso assistere ai loro sforzi metodici, deliberati e sistematici per spingere le donne e le ragazze afghane fuori dalla sfera pubblica». Nel dicembre scorso particolare indignazione interna e internazionale, aveva suscitato la decisione del governo talebano di negare il diritto all’istruzione per le ragazze al di sopra dei 12 anni. Il provvedimento, oltre a invertire i significativi progressi compiuti nell’istruzione femminile durante l’ultimo ventennio, ha trasformato completamente la configurazione sociale del paese. Secondo l’Unesco infatti l’80% delle ragazze e delle giovani donne in età scolare, corrispondente a 2,5 milioni di persone, non frequentano più la scuola. Pur recluse in una posizione di marginalità e subordinazione, le donne afghane, come le donne iraniane, non si nascondono nel proprio silenzio. Nella giornata del 6 marzo è iniziato un nuovo anno accademico in Afghanistan e mentre i coetanei maschi tornavano nelle facoltà, le giovani donne si sono riunite fuori dall’Università di Kabul per rivendicare il proprio diritto a studiare, lavorare e partecipare alla vita produttiva del paese. Due giorni prima, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan, Richard Bennett, aveva equiparato il divieto dei talebani all’istruzione femminile ad una «persecuzione di genere, ad un crimine contro l’umanità». Una denuncia ricolma d’indignazione, che tuttavia, come spesso accade quando l’Occidente parla a contesti lontani, rischia di rimanere lettera morta, mentre il dibattito pubblico sul contesto afghano si assopisce progressivamente nella normalità delle cose, non indignando, non sorprendendo più.

Ma l’Afghanistan è solo il contesto più noto in cui si assiste alla sistematica emarginazione delle donne e alla soppressione dei loro diritti. Il 16 settembre 2022, l’uccisione di Mahsa Amini, ragazza curda di 22 anni, ha innescato in Iran la sollevazione delle donne contro una struttura di potere misogina e patriarcale. Recentemente, il diritto allo studio è stato minacciato anche qui, essendosi riscontrati casi di possibile avvelenamento delle studentesse in almeno 52 scuole femminili. Le prime denunce sono state registrate al termine dello scorso novembre a Qom, una città molto religiosa situata a circa 130 km da Teheran, dove 18 studentesse hanno accusato sintomi da intossicazione. Nel corso di febbraio le segnalazioni si sono moltiplicate, arrivando a contare circa 1000 bambine e ragazze che in 21 delle 30 province iraniane hanno egualmente denunciato problemi di salute come nausea, affanno, vertigini, mal di testa e difficoltà respiratorie. Fortunatamente, gli episodi al momento non hanno comportato gravi conseguenze, e rimangono numerose le ambiguità e i dubbi che caratterizzano la vicenda. Tuttavia, sembra innegabile concludere che alla base vi sia un intento di ostacolare l’accesso femminile allo studio. Questi avvenimenti sembrano dunque sancire l’ultima tappa nella spirale di deterioramento della condizione femminile in Iran, dopo che lo stato iraniano lo scorso dicembre è stato espulso dalla Commissione delle Nazione Unite sullo status delle donne – la stessa in cui due giorni fa il Segretario generale Guterres teneva il suo discorso.

Guterres difatti non ha espressamente citato il caso iraniano, limitandosi a riscontrare in via generale come «i diritti delle donne vengano abusati, minacciati e violati in tutto il mondo» passando da abusi e stupri durante conflitti, a donne vittime di tratta, di mortalità materna, a ragazze cacciate dalla scuola, dalla partecipazione alla vita pubblica ed escluse dalla rappresentanza politica, a badanti negate al lavoro e a bambine costrette a matrimoni precoci. Una tale ampiezza del fenomeno consente dunque di estendere la riflessione al di là dei contesti contraddistinti da evidente instabilità, crisi, rivolta o autoritarismo. La lotta per la parità di genere non è infatti circoscritta da confini territoriali, sociali, di classe o di etnia, ma si estende sino ai più avanzati e democratici, o così percepiti, stati del mondo. Lo scorso giugno la Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato la sentenza Roe s. Wade, eliminando il diritto costituzionale all’aborto dopo quasi 50 anni e ad oggi sono 13 gli Stati in cui l’aborto è formalmente vietato. In Europa il divario retributivo di genere si attesta intorno al 12,7%, avendo subito solo un leggero mutamento nell’ultimo decennio. Al di là dei numeri, spesso troppo sterili nel restituire il significato della discriminazione, le donne si trovano a dover far fronte a disuguaglianze, pregiudizi e sproporzioni che ancora oggi invalidano, imbrigliano e spesso mettono a tacere la loro voce. Dunque, oggi, anziché augurare buona Festa della Donna, proviamo a riflettere su cosa c’è ancora da fare, e cosa, nel nostro piccolo, e al livello internazionale, può essere fatto.

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