La chiave del triangolo diplomatico: Stati Uniti, Iran e Russia dal sistema bipolare al Joint Comprehensive Plan of Action

La relazione tra Russia ed Iran si fonda sulla prossimità geografica e sulla comune proiezione della politica estera in tre principali aree strategiche: il Medio Oriente, l’Asia Centrale ed il Caucaso. La recente storia della partnership russo-iraniana può essere letta attraverso lo schema di un triangolo diplomatico asimmetrico, secondo il quale, l’intensificazione senza precedenti della relazione bilaterale deve, altresì, fare i conti con l’evoluzione delle relazioni che i due attori intrattengono con gli Stati Uniti.

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Alla luce di una simile chiave interpretativa, la firma dello storico accordo sul nucleare si riflette nella necessità di un aggiornamento dei termini della relazione bilaterale.

La relazione russo-iraniana passa per Washington

Al termine del secondo conflitto mondiale, il mancato ritiro delle truppe sovietiche dall’Azerbaijan iraniano spinse l’Iran nella sfera di influenza occidentale. L’inserimento di Teheran nel blocco occidentale permise a Nixon di elaborare la Twin Pillars Policy, una strategia di sicurezza regionale, delegata ai due regimi alleati del Golfo: l’Iran dello Shah e l’Arabia Saudita di casa Sa’ud.

Il progetto nucleare iraniano nacque in un simile contesto: avviatosi nel 1957 con l’accordo di cooperazione in campo nucleare (“Atoms for Peace”), il programma puntava alla modernizzazione dell’Iran in funzione antisovietica.

Vale, tuttavia, qui la pena sottolineare che le differenti pianificazioni strategiche dello Shah e delle amministrazioni americane portarono Teheran a sostenere un programma segreto di perseguimento dell’atomica. Se, infatti, Washington vedeva Teheran come principale baluardo contro il “Great Game” comunista, il senso di accerchiamento in una regione ostile, base della politica estera persiana, spingeva Teheran nella ricerca di una formula di deterrenza atomica, non solo rivolta al fronte sovietico, ma anche a quello centro-asiatico e a quello del Golfo Persico.

La rivoluzione Islamica del 1979 mischiò le carte in tavola: da una parte, infatti, Teheran abbandonò il blocco occidentale, instaurando una Repubblica Islamica, tanto antiamericana quanto antisovietica; dall’altra, motivi religiosi, di bilancio (guerra Iran-Iraq) e soprattutto di isolamento internazionale, portarono i quadri dirigenti rivoluzionari ad abbandonare il programma nucleare con fini bellici.

Dal 1989, si assistette ad una repentina inversione di rotta. La morte di Ruhollah Khomeini ed il ritiro dell’armata rossa da Kabul cominciarono a spingere la Repubblica Islamica verso un dialogo più costruttivo con Mosca. La principale causa della netta accelerazione che caratterizza la partnership russo-iraniana negli anni Novanta, tuttavia, è da riscontrare nella fallimentare politica del “dual containment” promossa dall’amministrazione Clinton. La strategia di contestuale isolamento di Iraq ed Iran adottata dalla superpotenza vincitrice, portò la Russia ad avvicinarsi a quegli Stati che rifiutavano l’egemonia globale statunitense.

Dalla crisi nucleare al JCPOA: Mosca e Teheran in fase di aggiornamento

Se le dinamiche del sistema bipolare portarono Teheran a far riferimento al blocco occidentale, la politica americana del “dual containment” creò le condizioni per la ripresa e l’evoluzione della partnership con la Russia. La relazione bilaterale negli anni Novanta si fondò su un intenso dialogo inerente alle questioni regionali e su una proficua cooperazione militare ed energetica.

Nel 1990, il Ministero per l’Energia Atomica russo (Minatom) e l’Organizzazione per l’Energia Atomica dell’Iran (Aeoi) firmarono un accordo volto alla costruzione di due nuovi reattori nella centrale di Bushehr. Nonostante la mancata copertura finanziaria iraniana portasse al congelamento dell’accordo fino al 1995, il dialogo tra i due partner si solidificò di anno in anno: dalla non interferenza iraniana nella questione cecena, allo sforzo congiunto nel porre fine alla guerra civile tajika, alla comune opposizione all’espansione talebana in Afghanistan.

L’inserimento della relazione nel sistema internazionale post-bipolare sfavorì, tuttavia, il proseguimento del dialogo; incalzato dalla necessità di migliorare i rapporti con gli Stati Uniti, il Cremlino firmò un accordo segreto, noto come Gore-Chernomyrdin, in base al quale, in cambio dell’interruzione da parte americana dei rifornimenti militari a Stati dello spazio post-sovietico, la Russia si impegnava ad arrestare l’afflusso di armamenti e tecnologia nucleare verso l’Iran.

Da questo momento, la dialettica tra Stati Uniti e Russia si riflesse in un incremento delle fluttuazioni nella relazione tra Mosca e Teheran. Il caso più famoso di tale dinamica risale al triennio 2006-2009, quando la volontà americana di posizionare missili in Europa dell’Est ed il corteggiamento della NATO nei confronti di Ucraina e Georgia, spinsero Mosca ad approfondire la propria cooperazione energetica con l’Iran di Ahmadinejad.

Il “reset” avviato dalla prima amministrazione Obama convinse, tuttavia, il Cremlino ad appoggiare la risoluzione 1929 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, attuante un severo regime di sanzioni economiche nei confronti del progetto atomico iraniano. A tale riconciliazione viene imputata anche la decisione del presidente Medvedev di sospendere sul nascere la fornitura dei missili S-300, che avrebbero aumentato non poco le capacità iraniane di difesa delle proprie centrali nucleari.

Simili episodi evidenziano la tendenza russa ad interpretare la partnership con l’Iran come una carta molto influente da giocare al tavolo delle superpotenze.

Dal 2012, anno del ritorno alla presidenza di Vladimir Putin, le fondamenta della relazione si sono rafforzate; l’elezione di Rouhani è stata percepita da Mosca come l’esito di un processo finalizzato ad interrompere l’isolamento internazionale del partner persiano; il discorso conciliante tenuto dal nuovo presidente persiano, nel settembre 2013, dinanzi all’Assemblea Generale dell’Onu ha finito per convincere Putin ad intensificare il dialogo con la Repubblica Islamica.

Dal canto loro, le tensioni tra Russia ed Occidente sulla questione ucraina e sulla guerra civile siriana, hanno finito per consolidare il rapporto militare tra Mosca e Teheran, culminato nella recente fornitura dei tanto discussi missili terra-aria a lungo raggio S-300.

La firma del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), infine, risolvendo temporaneamente la questione nucleare, principale motivo di attrito tra l’Iran e l’Occidente, pone Mosca di fronte alla necessità di ridefinire i termini della propria relazione con Teheran. Se, infatti, lo storico accordo permette alla Repubblica Islamica un graduale reinserimento nei mercati finanziari ed energetici globali, dal punto di vista del Cremlino tale processo è foriero di due importanti mutamenti nella partnership con l’Iran: in primo luogo, il reinserimento a pieno titolo di Teheran nello scacchiere internazionale priva Mosca della posizione strategica goduta, sin dagli anni Novanta, nei confronti degli Stati Uniti; in secondo luogo, l’accordo palesa la necessità del Cremlino di  ridefinire i termini della relazione con il partner iraniano, che oggi non può più basarsi sulla mancanza di altri possibili interlocutori.

Conclusioni

La firma dello storico accordo sul nucleare consente per la prima volta all’Iran di imboccare la strada per ri-elevare il proprio status a grande potenza regionale, al pari di Israele, Turchia ed Arabia Saudita. La conseguente ridefinizione della relazione russo-iraniana dipenderà da tre principali fattori: in primo luogo, dalla capacità di dialogo tra i due partner riguardo alle principali questioni regionali (Afghanistan, Siria-Iraq e Mar Caspio); in secondo luogo, dalla capacità russa di intrattenere una partnership equilibrata con le esigenze del sistema internazionale, che non susciti malcontenti in altri importanti partner regionali (Israele e Consiglio di Cooperazione del Golfo); sarà determinante, infine, l’eventuale disponibilità russa a sacrificare un partner strategico in cambio del perseguimento di interessi ritenuti prioritari (sicurezza in Ucraina, Georgia e nel CSI).