Jihadismo in Europa: il punto della situazione con Alessandro Orsini

Geopolitica.info ha intervistato Alessandro Orsini, esperto di terrorismo, per cercare di far luce su alcune delle questioni maggiormente dibattute in questi giorni sui media internazionali. Il Prof. Orsini è Direttore del Centro per lo Studio del Terrorismo di “Tor Vergata” e Research Affiliate al MIT di Boston. I suoi articoli sono apparsi sulle maggiori riviste scientifiche internazionali specializzate in studi sul terrorismo.

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I fratelli Kouachi erano da tempo controllati dalle autorità statunitensi. Erano infatti nel database “The terrorist screening center” dell’FBI in quanto sospetti. Cosa non ha funzionato nei servizi di intelligence francesi?

Dovremmo moderare le nostre critiche verso i servizi di intelligence francesi. Il vero problema non è la presunta incapacità dei servizi di intelligence delle democrazie europee, che, nel complesso, hanno lavorato bene, almeno negli ultimi dieci anni. Il punto è che non abbiamo leggi adeguate per contrastare efficacemente il fenomeno del jihadismo autoctono. Prenda l’esempio del terrorista di Parigi Amedy Coulibalì. Era stato arrestato per reati di terrorismo, ma poi rilasciato con uno sconto di pena. In questo caso, le leggi hanno dimostrato di non essere adeguate alle minacce. È un problema che deve essere risolto dai parlamenti e dai partiti politici. Posso assicurarle che quasi tutti i jihadisti che hanno insanguinato le nostre città negli ultimi dieci anni erano attenzionati dalla polizia. Devo proprio ricordare il caso del maggiore americano Hasan, di origini palestinesi, condannato alla pena di morte, il quale, il 5 novembre 2009, aprì il fuoco a Fort Hood, in Texas, uccidendo 13 colleghi e ferendone 32. Questo ufficiale dell’esercito americano, alcuni mesi prima di sparare, aveva avuto uno scambio di 18 emails con Anwar al-Awlaki, lo stesso teorico di al Qaeda che ha ispirato i terroristi di Parigi, e aveva addirittura aperto un blog in cui esponeva le sue idee radicali. Di tuttò ciò erano informate le autorità americane. Prendiamo il caso dei due fratelli Tsarnaev, gli attentatori della maratona di Boston del 15 aprile 2013. Il fratello maggiore, Tamerlan, si era recato nel nord del Caucaso e, al suo rientro, i russi avevano inviato una nota informativa agli americani con cui segnalavano che Tamerlan era una persona da seguire attentamente. Per non parlare di Michael Bibeau, il terrorista che il 23 ottobre 2014 ha sparato e ucciso il soldato Nathan Cirillo a Ottawa, già noto alle autorità canadesi per avere cercato di andare in Turchia per poi recarsi in Siria e aderire all’Isis. Man Haron Manis, il terrorista di origini iraniane che ha causato la morte di due uomini nella cioccolateria di Sidney, il 15 dicembre 2014, era ben noto alle autorità australiane per le sue minacce jihadiste per le quali aveva addirittura ricevuto una condanna. Non accaniamoci contro l’intelligence francese. Le democrazie occidentali devono introdurre nuove leggi e devono migliorare le relazioni multilaterali nella lotta contro il terrorismo.

Che tipo di coinvolgimento effettivo ritiene ci sia da parte di Isis e Al Qaeda, cui i terroristi francesi hanno fatto riferimento?

Dubito che ci sia stato un coinvolgimento diretto. Al-Qaeda non può coordinare dallo Yemen un attacco terroristico nei dettagli. È più plausibile che i terroristi di Parigi abbiano ricevuto soldi e addestramento da al-Qaeda nei loro viaggi all’estero, ma poi, una volta tornati in Francia, si siano mossi in maniera relativamente autonoma. Non dimentichiamo che i due fratelli Chouachi hanno detto di essere stati finanziati e sostenuti da Anwar al-Awlaki che – dettaglio non irrilevante – è stato ucciso nel settembre 2011 da un drone americano che gli ha sparato un missile addosso.

La modalità d’azione dei terroristi francesi fa pensare che effettivamente si sia basata su addestramenti precedenti avvenuti in contesti controllati da forze jihadiste?

Dalla ricostruzione della dinamica dell’azione militare sembra emergere che i fratelli Chouachi avessero una buona dimestichezza con le armi e con le operazioni in battaglia.

Quanto ha influito, secondo lei, l’emarginazione sociale tipica delle banlieu con la radicalizzazione violenta dei fratelli Chouachi?

Può avere influito, ma non commettiamo l’errore di credere che la povertà sia una causa importante del terrorismo perché questa spiegazione di senso comune è smentita dalle più autorevoli ricerche empiriche sul terrorismo. Per motivi di sintesi, mi limito a ricordare il caso di Umar Farouk Abdulmutallab, il ragazzo nigeriano che nel giorno di Natale 2009 prese un aereo da Amsterdam per Detroit con le mutande imbottite di esplosivo. Quando innescò la bomba, qualcosa andò male e le sue mutande presero fuoco, senza provocare la deflagrazione. Fu immobilizzato da alcuni passeggeri. Oggi è in un carcere americano e vi resterà per tutta la vita. Aveva 23 anni, si era laureato a Londra nel 2008 in ingegneria meccanica, ed era il figlio di un banchiere. Né povero, né sfruttato, aveva tanti soldi e un elevato livello di istruzione. Per non parlare del ricchissimo Bin Laden.

Quanto è alto secondo lei il rischio di attentati nel nostro paese e, più in generale, in Europa?

Il fenomeno dello jhadismo autoctono in Italia è stato poco rilevante negli ultimi quindici anni. L’unico caso degno di nota è quello del cittadino libico Mohammed Game che, nel mese di ottobre 2009, si intrufolò nel cortile della caserma Santa Barbara di Milano con un pacco bomba sotto il braccio. L’ordigno era rudimentale e l’unica vittima fu lo stesso Mohammed Game, che perse una mano e rimase gravemente ferito agli occhi, ma poteva essere una strage. Poi abbiamo avuto pochi casi degni di nota, ma si è trattato soprattutto di “jihadisti da computer”, che hanno diffuso materiale jihadista con finalità di terrorismo. È utile ricordare il nome di Giuliano Delnevo, il ragazzo di Genova che è andato a morire in Siria nelle fila di una formazione qaedista che lotta contro il regime di Bassar al-Hassad. I jihadisti hanno una gerarchia dell’odio. In vetta a questa classifica si trovano i paesi maggiormente coinvolti nella lotta frontale contro il terrorismo. Noi non siamo tra questi. Siamo odiati, ma siamo in fondo alla classifica. Potrebbe accadere anche in Italia, non lo nego, ma gli attentati terroristici di un certo livello richiedono notevoli risorse e non creda che al-Qaeda ne abbia moltissime. Per cui, se proprio al Qaeda deve fare un investimento, preferisce colpire Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Canada e Australia. Aggiunga che non esistono dichiarazioni esplicite contro l’Italia. AQIM ovvero al-Qaeda nel Maghreb Islamico, che opera in Algeria, ha detto che i nemici principali sono Usa, Spagna e Francia. Ancora una volta, non siamo stati inclusi nella lista. Tra Parigi e Roma, al-Qaeda ha scelto Parigi. Ci sarà un motivo. Da noi, il pericolo potrebbero essere i lupi solitari, come Mohammed Game.

Quanto il nostro paese è coinvolto nel reclutamento dei foreign fighters e come avviene?

Secondo il rapporto dell’intelligence italiana, appena presentato al nostro Parlamento, dall’inizio del conflitto in Siria a oggi, sarebbero 53 i foreign fighters partiti dal nostro Paese, nessuno dei quali però ha fatto ritorno in Italia. Nel complesso, i foreign fighters partiti dall’Europa sono circa 2000. La gran parte proviene da Inghilterra (19%), Germania (19%), Francia (17%) e Belgio (14%). Come appare evidente dai numeri, l’Italia vive una situazione molto migliore.

Quanto paura dobbiamo avere di al-Qaeda in Europa?

La penetrazione di al Qaeda in Europa non ha avuto successo. Se confrontiamo l’enormità delle minacce di al-Qaeda contro l’Europa con la realtà dei fatti, i fatti sono questi: dall’attentato contro la metropolitana di Londra del 2005 a oggi, al-Qaeda non è riuscita a radicarsi in Europa. Negli ultimi dieci anni, gli attentati messi a segno da militanti jihadisti in Europa sono stati tre: quello di Mohammed Merah contro la scuola ebraica di Tolosa del marzo 2012, quello di Londra contro il soldato Lee Rigby, e quello di Parigi del gennaio 2015. Apriamo gli occhi: la vera notizia non è che l’Occidente è sotto l’assedio dei terroristi. La vera notizia è che i terroristi sono sotto l’assedio dell’Occidente. Con pochissime eccezioni, non esiste organizzazione jihadista sulla cui testa non stiano piovendo le bombe occidentali. I terroristi jihadisti arretrano, non avanazano. Non dobbiamo farci atterrire. Dobbiamo migliorare le leggi, senza toccare i principi a fondamento delle democrazie liberali, e porre i servizi di intelligence nella condizione di lavorare al meglio.