L’incognita Jeremy Corbyn

Dopo la bruciante sconfitta alle scorse elezioni parlamentari e le conseguenti dimissioni del candidato premier Ed Milliband, il partito laburista inglese ha eletto, il 12 settembre scorso, il suo nuovo leader: Jeremy Corbyn. Sessantaseienne, membro della Camera dei Comuni dal 1983, Corbyn ha dominato le primarie laburiste aggiudicandosi la guida del Labour con il 59,4% dei voti, pari a 251’547 prime preferenze, pur non avendo mai ricoperto in passato ruoli di vertice nel partito o nelle istituzioni inglesi.

L’incognita Jeremy Corbyn - Geopolitica.info (cr: The Telegraph)

Di fronte ad avversari sbiaditi, questo personaggio scravattato, poco avvezzo ai riflettori, ai media e ai talk, è riuscito a mobilitare frotte di militanti, soprattutto giovani, frustrati dalle sconfitte elettorali, guadagnando consensi nel mondo laburista esterno al partito, in primis i sindacati inglesi. Corbyn si è imposto come lo sfidante da battere seguendo uno spartito già visto in altre parti d’Europa, ma che nessuno aveva previsto che potesse far breccia nella sinistra inglese: democrazia partecipativa, stop all’austerity, ripristino della spesa pubblica tagliata dai governi conservatori, nazionalizzazioni, eliminazione del deterrente nucleare britannico, uscita dalla Nato, euroscetticismo e via discorrendo. Una variazione sul tema, una versione britannica di quel populismo di estrema sinistra già comparso in Grecia o in Spagna.

i Corbyn per una gestione più collegiale del partito e del governo ombra. Osservatori e commentatori inglesi ritengono che si tratti di una tregua momentanea, che potrebbe durare fino alle prossime elezioni del parlamento scozzese, dell’assemblea gallese e, soprattutto, delle prossime comunali di Londra. Tuttavia la tregua sarebbe dettata anche da un altro fattore: nessuno sa quali saranno le prossime mosse di Corbyn. E probabilmente lo stesso Corbyn sta studiando come gestire un partito, almeno al vertice, molto diviso. I primi segnali delle probabili difficoltà si sono infatti presentate dopo che il nuovo ministro degli esteri ombra, Hilary Benn, aveva dichiarato che il Labour avrebbe fatto di tutto per scongiurare l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, riferendosi al referendum promosso da Cameron sulla permanenza dell’Inghilterra nell’Unione. Corbyn, noto per le sue posizioni euroscettiche, ha corretto il tiro, non promettendo che si sarebbe impegnato per il “No” alla cosiddetta Brexit. Una piccola gaffe se si vuole, ma che dà il segno delle problematiche che potrà incontrare il leader del Labour.

Corbyn, l’outsider, ha conquistato la base laburista e quindi il partito, ma non il gruppo parlamentare del Labour. Fino a qualche anno fa questo sarebbe stato impossibile, dato il peso degli eletti a Westminster nella scelta del leader del partito e dell’opposizione parlamentare. Oggi, in base alle regole introdotte dal Collins Report del 2014, il ruolo del gruppo parlamentare è divenuto quasi del tutto residuale, a vantaggio di militanti e simpatizzanti. Questo ha garantito al nuovo leader laburista un vantaggio durante le primarie, ma potrebbe rivelarsi una debolezza in termini di gestione del partito. Le minoranze, blairiani e riformisti, conclusa una agguerrita campagna elettorale, hanno optato per una strategia low profile, accettando la proposta dSe all’interno del partito nessuno sa cosa aspettarsi dal nuovo leader dell’opposizione di Sua Maestà, lo stesso vale per il Premier David Cameron. Nel primo faccia a faccia istituzionale tra i

due, il rituale Prime Minister’s Questions, Corbyn ha optato per un confronto più pacato, meno teatrale, ponendo alcune domande tra le migliaia ricevute dalla base laburista. Cameron ha gestito la discussione, ha risposto a tono, ma anche su questo argomento molti si chiedono quanto durerà questa fase conciliante, almeno nei toni della discussione parlamentare.

Corbyn è quindi un’incognita politica, la più rilevante all’interno del sistema politico inglese da decenni a questa parte. Se, com’è facile prevedere, il confronto diverrà progressivamente più acceso, se Corbyn non farà passi indietro rispetto alla sua piattaforma programmatica, potremmo vedere, in uno dei contesti partitici e istituzionali più stabili d’Europa, una forte polarizzazione politica ed elettorale. Senza contare possibili conseguenze che potrebbero ricadere sugli atteggiamenti, le alleanze e le decisioni del mondo politico anglosassone in politica estera, a partire dalla questione europea. Come sottolineato in precedenza, la vicinanza, programmatica ma non solo, tra Corbyn e altre esperienze politiche come quella di Podemos in Spagna, Syriza in Grecia, altri movimenti populisti europei o leader politici come Chavez, è un dato che dovrà essere tenuto in considerazione nei prossimi mesi per comprendere le ripercussioni di questa inedita svolta politica della sinistra inglese.