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TematicheCina e Indo-PacificoJAPHUS è una realtà: il trilaterale Filippine – Giappone...

JAPHUS è una realtà: il trilaterale Filippine – Giappone – USA rafforza l’architettura di sicurezza nell’Indo-Pacifico

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Lo scorso 11 aprile il primo ministro giapponese Kishida, il presidente USA Biden e il presidente delle Filippine Marcos Jr. si sono incontrati per un vertice trilaterale di immensa portata per gli affari regionali nell’Indo-Pacifico. In questo articolo si illustreranno i passi e le motivazioni di tale nuovo “minilaterale”, le novità in tal senso e le sfide future. 

L’11 aprile scorso si sono riuniti alla Casa Bianca i leader di Giappone, Filippine e Stati Uniti per discutere il rafforzamento della collaborazione tripartita tra le rispettive nazioni. Il summit, preannunciato già da qualche mese, arriva nel noto contesto di deterioramento dell’architettura di sicurezza regionale dell’area chiamata “Indo-Pacifico”. Oltre ad essere già legati da vincoli di alleanza bilaterale con gli Stati Uniti, Giappone e Filippine appaiono al momento i Paesi dell’area più propensi a procedere nella direzione della deterrenza e del contenimento – di fatto – delle mire espansionistiche della Repubblica Popolare Cinese. Non a caso, infatti, i due Stati arcipelagici appaiono al momento essere i più preoccupati per i possibili scenari e flashpoint di conflitto che potrebbero minacciare da vicino, e nel caso di Manila, anche direttamente, la propria sicurezza nazionale. 

Le preoccupazioni di condivise da Tokyo e Manila

È noto infatti che sia Tokyo che Manila condividono estrema preoccupazione per quanto concerne l’attività cinese nel Mar Cinese Orientale e soprattutto nel Mar Cinese Meridionale. Da sola, Manila sotto l’amministrazione del presidente “Bong-Bong” Marcos Jr. ha già intrapreso una fase di rafforzamento e riallacciamento dei rapporti di difesa con l’alleato statunitense, volti ad aumentare sia le capacità di deterrenza interne (attraverso programmi di riarmo, che tuttavia soffrono di lentezze e inefficienze burocratiche), sia attraverso il rafforzamento di alleanze e partnership pre-esistenti, in primis quella con Washington. Sotto tale aspetto, non è sorprendente come anche Tokyo sia da lungo tempo estremamente vigile e attento su quanto succede anche nel Mar Cinese Meridionale. Sin dall’inizio degli anni ’10 di questo secolo, infatti, il Giappone ha “silenziosamente e progressivamente” rafforzato la cooperazione economica prima, marittima e di sicurezza poi, con Manila. Tale rafforzamento dei rapporti bilaterali in certa misura è spiegabile nel contesto di un generale intensificarsi delle relazioni bilaterali tra Giappone e Paesi del Sudest Asiatico. E tuttavia, la recente convergenza di interessi strategici tra Manila e Tokyo ha portato ad un’accelerazione di tale tendenze tra questi due attori. In questo contesto, è opportuno ricordare come la possibilità di un “accordo trilaterale” è stata originariamente ventilata dal Presidente filippino e reiterata in diversi consessi bilaterali con la controparte giapponese. Ed in questo, l’agency di questi due Paesi asiatici nel precettare Washington nella progressiva formazione di tale “raggruppamento minilaterale” è innegabile. 

Minilaterali: the way to go

Se infatti da un lato Manila è ansiosa di intensificare il più possibile le iterazioni tra alleati, nella speranza di coinvolgere più partner possibili nella personale querelle con Pechino per la difesa da atti assertivi cinesi nella Zona Economica Esclusiva filippina, il Giappone è interessato alla formazione di “raggruppamenti minilaterali”, come ad esempio il QUAD, o il Trilateral Security Dialogue (TSD) con USA e Australia, per rafforzare l’architettura di sicurezza regionale e promuovere le proprie formulazioni (in convergenza ora con gli USA) di un “Indo-Pacifico libero e aperto” e di “un’ordine internazionale basato su regole” (e non su potere coercitivo e aree di influenza). Per ottenere tali risultati, tuttavia, un maggiore coinvolgimento statunitense è necessario. Washington d’altro canto vede in queste iniziative un’occasione per ravvivare le già esistenti ma spesso travagliate (come nel caso delle Filippine) alleanze bilaterali, e per espandere certe iniziative come le Freedom of Navigation Operations, e altre esercitazioni congiunte, ad altri partner regionali: il beneficio di tale configurazione è favorire una “distribuzione degli oneri” connessi alla sicurezza internazionale e regionale. 

Tale avvicinamento di intenti che ha portato a tale convergenza tra i tre Stati è indubbiamente frutto di più di un anno di intensificazione di interazioni a vario livello, militare, burocratico e diplomatico, nonché bilaterale. Tra le varie, nel corso del 2023 si è assistito a diverse riunioni congiunte tra Ministri degli Esteri di Filippine, Giappone e USA, nonché di alcune iniziative di track-2 diplomacy (ossia riunioni non diplomatiche tra ufficiali e accademici dei rispettivi Paesi) al fine di esplorare diversi gradi di collaborazione congiunta. Tema pervasivo ai vari meeting è stato ovviamente quello del rafforzamento della sicurezza marittima e dell’interoperabilità dei vari soggetti, prevalentemente a livello di guardia costiera, e più marginalmente anche a livello di marina. I minilaterali, come spesso accade, sorgono inizialmente come risultato di diverse iterazioni formali a diversi livelli delle burocrazie statali, quasi sempre senza particolari formalizzazioni di accordi (o di un solo accordo “solenne”) e si può dunque apprezzare come effettivamente, il recente vertice dell’11 aprile sia il culmine, e non l’iniziazione, di un processo iniziato da più di un anno. 

Le Filippine e il nuovo best-friend: gli USA terzo incomodo?

Al contempo, come menzionato sopra, le iterazioni bilaterali tra Filippine e Giappone hanno subito un’accelerazione, portando Manila ad essere uno dei primi Paesi destinatari della nuova iniziativa giapponese di fornitura di equipaggiamenti militari e dual use, chiamata Overseas Security Assistance – OSA. Tale liaison tra i due arcipelaghi ha portato diversi ufficiali (soprattutto filippini) ad interrogarsi sull’opportunità di procedere effettivamente alla formazione di un accordo trilaterale includendo anche gli Stati Uniti. Come osservato da un report dello scorso ottobre, due sembravano essere i principali motivi dello scetticismo di Manila, uno relativo ai rapporti di forza nel possibile trilaterale e un altro di ordine strategico. In primo luogo, infatti, alcuni membri delle Forze Armate filippine apparivano scettici nel rinunciare ad un’interazione privilegiata e più “alla pari” con le controparti giapponesi, stante il permanere di una certa deferenza nei confronti delle esigenze e prerogative americane nei vari consessi. D’altro canto, a livello strategico, un accordo trilaterale con Tokyo e Washington avrebbe di fatto confermato un possibile coinvolgimento di Manila (chiaramente “l’anello debole” del raggruppamento) nel caso di una possibile invasione cinese di Taiwan. 

La presenza di tali reticenze da parte delle Filippine, seppur comprensibile dall’ottica di un Paese meno capace delle rispettive controparti, tuttavia, non sembra aver prevalso nel calcolo strategico di Manila. Il perdurare e l’inasprirsi della situazione di tensione con la Repubblica Popolare nel mar Cinese Meridionale lascia Manila nella condizione di dover perseguire ed esplorare tutte le possibili strade volte ad un veloce e celere rafforzamento delle sue capacità di risposta. Inoltre, è difficile immaginare come una crisi a Taiwan, specie se sotto forma di conflitto armato, non possa toccare Manila. Oltre alla prossimità geografica, in qualità di alleato statunitense Manila si troverebbe pressoché obbligata a fornire supporto ad operazioni militari statunitensi nello stretto, e allo stesso tempo dunque sotto possibili ritorsioni da parte di Pechino. In aggiunta a ciò, le Filippine al momento sembrano aver perso fiducia nella possibilità di supporto da parte di altre medie e piccole potenze regionali facenti come loro parte dell’ASEAN, stante il perdurare dei cronici problemi che affliggono l’associazione (l’inazione, le politiche di breve termine di molti membri e a volte il quasi esplicito allineamento pro-Pechino di alcuni), trovandosi di fatto nell’impossibilità di prescindere o agire in disallineamento rispetto all’emergente “nuova” architettura securitaria regionale a guida statunitense e nipponica. 

Il trilaterale JAPHUS: sviluppo in cambio di allineamento

E tuttavia, l’ago della bilancia nella formazione del trilaterale sembra passare attraverso fattori non soltanto legati alla deterrenza e alle capacità militari. Il trilaterale dell’11 aprile, infatti, assieme alle ormai consuete rassicurazioni e riaffermazioni di un più duraturo impegno alla protezione degli alleati e alla cooperazione per il rafforzamento della sicurezza regionale, introduce una nuova dimensione: quella economica. Le parti hanno infatti annunciato la creazione di una Partnership per le Infrastrutture Globali (Partnership for Global Infrastructure) e investimenti per l’apertura del “Corridoio Economico del Luzon” (Luzon Economic Corridor). Tale iniziativa prevede il finanziamento di opere infrastrutturali al fine di connettere diversi poli commerciali nell’isola settentrionale delle Filippine (Luzon), tra cui il Porto di Subic, la megalopoli e capitale Manila, e le sue provincie meridionali in crescita economica. In altre parole, USA e Giappone (partner già estremamente attivo nella regione in termini di finanziamenti allo sviluppo, anche infrastrutturali) promettono assistenza economica allo sviluppo dell’”anello debole” del trilaterale, al fine di garantire un più solido allineamento da parte di Manila, ed evitare che le comprensibili paure di abbandono filippino possano far scivolare di nuovo l’arcipelago verso l’appeasement nei confronti di Pechino. Il Corridoio prevede anche il flusso di ingenti investimenti nel settore dei microchip ed energetico, temi cari alla leadership di Manila, desiderosa di attrarre investimenti stranieri anche come forma di legittimazione interna. È doveroso osservare come attraverso lo strumento del minilateralismo, di fatto non rigidamente istituzionalizzato e più flessibile, i membri del raggruppamento possano più facilmente raggiungere obbiettivi di natura strategica attraverso una cooperazione multilivello, che spazia ben oltre i confini della deterrenza e della cooperazione militare. 

Conclusioni: le conseguenze di JAPHUS per la regione

Da questo trilaterale, già chiamato da giornalisti e analisti JAPHUS, emergono dunque alcuni trend di grande portata per gli affari regionali. In primis, il fatto che il deterioramento della situazione securitaria nell’area è tale da spingere anche Paesi meno capaci (come le Filippine) ad agire proattivamente per il rafforzamento della cooperazione regionale. In secondo luogo, lo strumento dei minilaterali come QUAD, TSD, AUKUS e ora JAPHUS appare essere progressivamente il favorito nella gestione delle relazioni tra alleati statunitensi, e nel caso delle Filippine, tale approccio sembra in questa fase essere addirittura favorito rispetto allo strumento multilaterale rappresentato da ASEAN. In terzo luogo – e questo è un dato cruciale – si rileva come attraverso lo strumento minilaterale (che sicuramente si caratterizza per informalità e speditezza) le esigenze strategiche dei partner vengono progressivamente soddisfatte anche attraverso l’uso dello strumento economico. Sotto questo ultimo aspetto, occorre anche sottolineare come l’azione di Manila e Tokyo abbia portato gli Stati Uniti a prendere decisioni di che impattano sui paradigmi di sviluppo economico, nell’augurio che un ruolo più proattivo di Washington (sostenuta dall’esperienza e presenza Giapponese) nella produzione di sviluppo attraverso la creazione di infrastrutture, tipico di iniziative come la “Belt and Road” cinese, favorisca il raggiungimento di duraturi successi strategici nella regione.

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