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L’Italia e il suo vicinato meridionale, intervista alla Presidente Stefania Craxi

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Il Mediterraneo allargato è considerato l’area di prioritario interesse strategico per l’Italia. La regione è però spesso ostaggio di gravi crisi umanitarie, violenza diffusa e mutamenti climatici. Per meglio comprendere la posizione dell’Italia in merito alle molteplici sfide che provengono da Sud abbiamo intervistato la Presidente della Commissione permanente Affari Esteri e Difesa del Senato, On. Stefania Craxi.

D: Presidente, lei ha spesso definito il Sahel come “strategico” per l’Italia, sottolineando in passato anche come la NATO non debba sbilanciarsi eccessivamente verso il Nord e l’Oriente, ma mantenere salda l’attenzione anche verso le sfide provenienti dal suo fianco meridionale, quali ad esempio l’immigrazione, i molteplici gruppi jihadisti e il cambiamento climatico. Roma è presente nella regione sia con diverse missioni militari, sia come partner allo sviluppo. Come può e deve ulteriormente evolversi il ruolo italiano, ed europeo, nel Sahel?

R. Il nostro impegno come Italia non può che essere quello di un approccio multidimensionale, che ha come primario obiettivo il rafforzamento delle capacità di risposta locale alle tante crisi che attraversano i Paesi della regione. È un impegno – come ricordava – economico e militare che siamo chiamati a rafforzare, concentrando verso quest’area le risorse disponibili in aiuto pubblico per lo sviluppo e irrobustendo, ove le condizioni lo consentano, l’impegno nell’ambito delle missioni internazionali. Ma, soprattutto, è necessario un salto di qualità e lavorare, tanto a livello europeo che internazionale, affinché si crei una piena consapevolezza sull’importanza del Sahel: è questa la sfida dell’oggi, perché allo stato una coscienza condivisa la ritroviamo più nelle retoriche che nei fatti. È un fattore tutt’altro che secondario… 

D: Per quale motivo? 

R. Innanzitutto senza un Mediterraneo stabile, pacifico, orientato verso lo sviluppo e il progresso, la costruzione di un nuovo Ordine mondiale diventa una chimera. E poi, il percorso di instabilità che si genera da quest’area, che passa dalle realtà rivierasche come l’Italia e punta dritto al cuore dell’Europa, con tutta evidenza è una priorità comunitaria. Abbiamo pertanto bisogno di una vera strategia comunitaria, che elabori una visione complessiva e faccia ulteriormente sistema tra le varie azioni che ciascun Paese promuove in quello che io amo chiamare il Mediterraneo profondo. E qui, oltre sviluppare una piena consapevolezza dell’importanza della regione, serve fare chiarezza nei rapporti intra-europei: non è un mistero, infatti, che il Mediterraneo in questi anni è stato a tratti un’area di competizione più che di collaborazione tra alcuni partner europei. Io credo che se l’Europa, nel suo insieme, non ritrova compiutamente la via del Mediterraneo, una via che in questi decenni ha perso, nonostante alcuni slogan, non avrà futuro. Il mio è un grido di allarme che spero venga raccolto! 

D: Il Presidente Meloni ha definito la stabilizzazione della Libia come «una delle più urgenti e delicate priorità di politica estera e di sicurezza nazionale». L’Italia sembra però ricoprire un ruolo di secondo piano in Libia, se rapportata ad altre potenze estere. Lei Presidente ha recentemente sostenuto che sarebbe necessario rimodulare il Memorandum Italia – Libia. Cosa ritiene debba cambiare nell’approccio di Roma al dossier libico?

Proprio la conflittualità intra-europea di cui parlavamo, ha schiuso le porte della Libia ad attori terzi, che hanno soppiantato la presenza europea e occidentale. È un dato di realtà con cui fare i conti e da cui muovere per mettere a punto una nuova strategia che, facendo tesoro degli errori commessi, muova i passi di un rilancio concreto della nostra presenza in Libia, che in molti nello scenario internazionali auspicano e saluterebbero con grande favore. Una revisione del Memorandum, le cui basi giuridiche si ritrovano nel Trattato di amicizia italo-libico, è poi uno strumento per rilanciare il nostro ruolo nel Paese, affrontando non solo il dossier migranti, ma tutta una serie di questioni, compresi i temi energetici – pensiamo al recente accordo con Ankara in materia – sui quali costruire un nostro nuovo protagonismo in tutta Libia, non solo nella Tripolitania. Sarebbe un primo passo per poter svolgere un ruolo positivo nel dialogo intra-libico, funzionale alla stabilizzazione del Paese. Bisogna impedire che il Paese sia diviso in tre parti: sbaglia, anche nella comunità internazionale, chi pensa che questa possa essere una soluzione, poiché avremmo solo tre realtà comunque instabili e conflittuali al loro interno. 

D: Recentemente ha risposto, dopo essere stata chiamata in causa, alle sollecitazioni del Partito Radicale, che vuole impegnare il Governo e il Parlamento italiano ad assumere una posizione in difesa di coloro che da mesi manifestano in Iran per maggiori diritti politici, civili e un cambio nella leadership alla guida del Paese. Contestualmente, il Ministro degli Esteri Tajani non ha risposto alle richieste iraniane di organizzare un bilaterale con il suo omologo Amir Abdollahian. Come dovrebbe agire il governo italiano in merito alle proteste in Iran? 

R. Come annunciato pubblicamente, tra qualche giorno vedrà luce un atto di indirizzo da parte della Commissione esteri e difesa del Senato, con il quale esprimeremo ferma condanna per le azioni di violenza. Preoccupazione, peraltro, che ho già manifestato in una missiva al Presidente della Commissione per la Sicurezza e la Politica estera dell’Assemblea Consultiva della Repubblica islamica dell’Iran, Vahid Jalalzadeh, con particolare riferimento al tema del rispetto dei diritti umani. Lo dico perché a mio avviso è proprio questo il punto: come Paese dobbiamo tenere alta l’attenzione sul tema dei diritti e sul rispetto delle libertà inviolabili, porli sempre ai nostri interlocutori, con forza e con chiarezza, senza ambiguità e reticenze. È quello che farà il governo e il ministro Tajani, ben sapendo che la diplomazia è lo strumento principe per far sentire la nostra voce.

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