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Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

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08/10/2024
Italia, Italia ed Europa, NATO

Da Stoltenberg a Rutte: Luci e ombre per l’Italia dopo la prima conferenza stampa

di Gabriele Natalizia

Non è una novità che, al di là delle frasi di rito, in Italia nessuno abbia mai amato particolarmente l’ex-segretario generale della NATO Jens Stoltenberg. Sebbene in una certa misura comprensibili, numerose scelte che hanno preso forma durante il suo mandato hanno scontentato il secondo Paese contributore – dopo gli Stati Uniti – alle operazioni della NATO.

Non è una novità che, al di là delle frasi di rito, in Italia nessuno abbia mai amato particolarmente l’ex-segretario generale della NATO Jens Stoltenberg. Sebbene in una certa misura comprensibili, numerose scelte che hanno preso forma durante il suo mandato hanno scontentato il secondo Paese contributore – dopo gli Stati Uniti – alle operazioni della NATO.

Dall’insistenza sull’indicatore puramente quantitativo del burden sharing (il 2% di PIL da spendere in difesa) alla declinante importanza del task della ‘prevenzione e gestione delle crisi’ nell’agenda della NATO (al netto della lettera del Concetto Strategico 2022). Dallo sbilanciamento del baricentro dell’Alleanza Atlantica a nord-est – più che giustificabile in termini di membership, meno in quelli di una minore attenzione tributata alle minacce provenienti dal sud – al mancato invito ai partner mediterranei nei vertici di Vilnius e Washington (dove erano presenti gli IP4). Dalla sotto-rappresentazione dei Paesi dell’Europa meridionale nelle posizioni apicali della NATO – compensata solo di recente con la nomina dell’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone a presidente del Comitato militare (dal 1 gennaio 2025) – all’attribuzione dell’incarico di rappresentante speciale per il vicinato meridionale, una carica istituita su forte impulso italiano, allo spagnolo Javier Colomina.  

A Palazzo Chigi, quindi, l’avvicendamento di Stoltenberg con l’ex-primo ministro olandese Mark Rutte dovrebbe essere stata accolta positivamente. E non solo per la bontà dell’alternanza in quanto tale che, dopo un decennio, rimette in discussione i rapporti interalleati (e forse anche la carica di Colomina). Né per la maggiore affinità politica e personale che, rispetto al suo predecessore, Rutte potrebbe avere con l’attuale governo italiano e, soprattutto, con Giorgia Meloni. Nonostante alcune frizioni avute in passato con Roma, infatti, l’ex-primo ministro olandese sembra aver maturato un certo grado di consapevolezza sull’importanza delle minacce che giungono dal Mediterraneo allargato per la sicurezza complessiva dell’area euro-atlantica.

Negli ultimi anni, d’altronde, si era riposizionato su una linea più dura in tema di contrasto all’immigrazione clandestina e alle organizzazioni criminali che la gestiscono, al punto da dimettersi da primo ministro per le divergenze emerse con alleati fautori di una linea più morbida proprio su questo dossier. Particolarmente significativa era stata la sua partecipazione –con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni – al cosiddetto ‘Team Europe’, che aveva incassato dal presidente tunisino Kaïs Saïed la firma del Memorandum of Understanding Ue-Tunisia.

Nella sua conferenza stampa inaugurale come segretario generale, Rutte ha presentato le tre priorità del suo mandato: assicurare la difesa collettiva; supportare l’Ucraina contro l’aggressione russa; affrontare efficacemente le crescenti sfide globali alla sicurezza euro-atlantica. La loro declinazione, tuttavia, è stata contraddistinta da luci e ombre dalla prospettiva di Roma.

Per quanto riguarda la prima priorità, Rutte ha parlato di burden sharing facendo riferimenti diretti alle due ‘C’ (cash e capabilities) più spinose per l’Italia perché maggiormente legate al cost-sharing. L’enfasi posta sul 2%, tuttavia, rischia di far perdere di vista il fatto che in termini assoluti vale più l’1.49% speso dall’Italia – quinta economia all’interno della NATO – che il raggiungimento (o il superamento) della soglia concordata in sede NATO speso da alleati con un PIL di gran lunga inferiore. Al contempo, il nuovo segretario generale ha mancato purtroppo di ricordare l’importanza della terza ‘C’ (contributions), legata al risk-sharing e su cui l’Italia è particolarmente virtuosa a differenza di molti alleati.

Passando al sostegno all’Ucraina e al contrasto alla minaccia russa, Rutte ha correttamente ribadito la necessità di una sua conferma. Sia per la vicinanza della NATO a un Paese partner come l’Ucraina che ha subito una brutale aggressione, sia perché risparmiare oggi sul sostegno all’Ucraina significherà andare incontro ai costi molto maggiori generati nel medio periodo da un’eventuale vittoria di Vladimir Putin. Un passaggio sulla necessità di contenere la minaccia russa con un approccio a 360° sarebbe stato però opportuno. Mosca, d’altronde, si è dimostrata molto abile nel definire una strategia in cui l’obiettivo finale di riportare Kiev nella sua sfera d’influenza passa anche per la catastrofe alimentare che ha contribuito a causare nei territori ricompresi tra il Golfo di Guinea e il Corno d’Africa nonché per la sua capacità di trasformare i suoi Stati-clienti nel Mediterraneo allargato in leve politiche contro l’Occidente.

In tema di sfide globali emergenti, infine, sono risuonate positivamente le parole del nuovo segretario generale sull’importanza di accrescere il coinvolgimento dei partner del Medio Oriente, Nord Africa e Sahel, funzionale al ripristino della stabilità politica nel vicinato meridionale e al contrasto della minaccia terrorista. Quando poi Rutte è passato a spiegare le ragioni di un’intensificazione dei rapporti con i partner dell’Indo-Pacifico ha correttamente ricordato come Cina, Corea del Nord e Iran sono ormai degli abilitatori della capacità russa di riscuotere successi sul fronte ucraino. Ha tralasciato, tuttavia, di denunciare il contributo pernicioso che queste potenze stanno dando alla più generale diffusione dell’instabilità nel Mediterraneo allargato.

Questa serie di input parzialmente contraddittori deve costituire per l’Italia un incentivo a cercare un chiarimento sia con Rutte che con gli alleati, anzitutto con gli Stati Uniti. Fermo restando la necessità di un aumento degli impegni di fronte a un ambiente internazionale sempre meno sicuro, l’Italia deve maturare la direzione da imprimere alla sua politica militare nel medio-lungo periodo. Al di là delle dichiarazioni formali, un’effettiva disponibilità a considerare paritariamente Fianco est e Fianco sud potrebbe costituire un incentivo a fare quanto è nelle possibilità di Roma per far crescere il progetto del “pilastro” europeo nella NATO. Al contrario, una sostanziale conferma dello sbilanciamento a nord-est dell’Alleanza Atlantica, sulla scorta di quanto avvenuto nell’ultimo decennio anche prima dell’invasione russa dell’Ucraina, potrebbe indurla a ricalibrare il suo impegno all’interno di missioni da svolgere sotto l’ombrello dell’UE. O, persino, a ricavarsi un maggiore spazio di autonomia – al prezzo di rischi e costi crescenti – realizzando missioni bilaterali, come ha già iniziato a fare nel Mediterraneo allargato.

Gabriele Natalizia Ph.D (1980) è professore associato per il Dipartimento di Scienze politiche di Sapienza Università di Roma. Dal 2004 dirige il Centro Studi Geopolitica.info (www.geopolitica.info) e dal 2015 è professore di Organizzazioni internazionali al Corso ISSMI del Centro Alti Studi della Difesa (CASD). Nel 2024 è visiting scholar presso lo Europe Center dell’Atlantic Council (Washington D.C.)