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TematicheItalia ed EuropaLe sfide geopolitiche alla diversificazione energetica dell'Italia

Le sfide geopolitiche alla diversificazione energetica dell’Italia

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La guerra tra Russia e Ucraina è ormai giunta al settimo mese e le parti, nonostante la micidiale controffensiva ucraina, non sembrano intenzionate ad aprire un negoziato per concordare almeno un cessate il fuoco. Gli sconvolgimenti geopolitici causati da questa guerra non riguardano solo l’Europa ma l’intero spazio euro-mediterraneo, inasprendo tensioni-conflitti già in corso da tempo e complicando la diversificazione energetica dell’Italia.

Il costoso disaccoppiamento energetico ed economico in atto tra l’Italia e la Russia e l’aumento dell’importazione di gas dai paesi dell’Africa e del Medio Oriente rende l’approvvigionamento energetico italiano sensibile alle tensioni geopolitiche e ai conflitti nel Sud del mondo che potrebbero avere delle pesanti ricadute sulla sicurezza energetica italiana con conseguenze devastanti per l’economia nazionale. 

Partendo dal Golfo Persico, l’aumento dell’importazione del GNL dal Qatar rende l’Italia vulnerabile alle tensioni geopolitiche dell’Iran con gli USA e le monarchie del Golfo

Dopo il ritiro da parte dell’amministrazione Trump nel 2018 dall’accordo sul nucleare iraniano (Joint Comprehensive Plan Of Action), i sabotaggi delle navi nel Golfo del Persico e dell’Oman da parte iraniana sono aumentate e questo rende l’area una delle più instabili al mondo. Inoltre, le difficoltà di Teheran e Washington a rinegoziare l’accordo sul nucleare iraniano, caratterizzato da continui progressi e blocchi, e la non improbabile escalation militare, potrebbe spingere l’Iran a chiudere lo Stretto di Hormuz, choke point da cui transita il 30-40% del petrolio mondiale trasportato via mare, bloccando, oltre che le petroliere, anche tutte le metaniere dirette verso l’Italia. Se un simile scenario dovesse realizzarsi, Roma perderebbe immediatamente l’approvvigionamento del gas liquefatto proveniente da Doha. In più potrebbero anche verificarsi atti di sequestro, se non addirittura l’affondamento, delle metaniere come azione di pressione, se non di ritorsione, politica da parte di Teheran qualora le tensioni in corso dovessero sfuggire al controllo. 

Nel Nord Africa l’accordo energetico firmato dall’Italia e l’Algeria dovrebbe garantire a Roma un’importante fornitura di metano alternativa a quella russa.

L’Italia però, con tale accordo, si intreccia con uno dei più importanti partner militari della Russia nel Mediterraneo, soprattutto per la fornitura di sottomarini, che potrebbe esercitare forti pressioni diplomatiche su Algeri per boicottare l’accordo o convincere il governo algerino a fornire in modo irregolare il gas a Roma a seconda delle proprie esigenze nazionali. Infatti, l’Algeria ha in corso dei contenziosi aperti con l’Italia per la delineazione delle acque territoriali già da qualche anno che potrebbero indebolire o compromettere il flusso di metano, nel caso Algeri decidesse di utilizzare l’energia come leverage geopolitico per tentare di strappare all’Italia accordi territoriali più proficui per i propri interessi nazionali.

Inoltre da qualche anno l’Algeria attraversa un periodo di preoccupante instabilità interna che l’aumento del prezzo del pane, a causa della guerra russo-ucraina, sta solamente peggiorando.  

L’area energetica più complessa da gestire per l’Italia è sicuramente la regione del Caucaso. L’aumento del gas proveniente dal TAP (Trans Adriatic Pipeline) è solo l’appendice finale di un gasdotto molto più grande che inizia nel Caucaso Orientale ed è formato da altri due: il SCPX (South Caucasus Pipeline Project) dell’Azerbaigian e il TANAP (Trans Anatolian Natural Gas Pipeline) della Turchia. Il primo parte dall’Azerbaigian, passa per la Georgia, aggirando l’Armenia, e arriva ai confini con la Turchia. Il secondo attraversa solamente la Turchia mentre il TAP parte dalla Grecia, attraversa l’Albania e finisce in Italia. 

L’Azerbaigian è oramai dal 2020 impegnato in una “guerra strisciante” con l’Armenia per il controllo del Nagorno-Karabakh, sospesa soltanto da fragili tregue. Le attuali difficoltà russe sul fronte ucraino potrebbero avere degli effetti devastanti per la stabilità del Caucaso con una ripresa degli scontri militari tra Baku e Yerevan. L’instabilità che ne conseguirebbe potrebbe coinvolgere anche il gasdotto SCPX azero che diventerebbe obbiettivo tattico delle rappresaglie armene, in caso di guerra su larga scala, onde indebolire Baku e toglierle la principale fonte di sostentamento della propria economia. Se il gasdotto dovesse essere danneggiato in modo significativo, il flusso di metano azero potrebbe interrompersi per diverse settimane e privare l’Italia di un’importante fornitura energetica.

La crisi però più pericolosa per l’approvvigionamento energetico italiano è la perenne rivalità tra Grecia e Turchia che potrebbe sfociare in una vera e propria guerra nei prossimi mesi-anni. Il TANAP e il TAP interessano due paesi che potrebbero scatenare una guerra nel Mar Egeo per il controllo delle sue isole che permetterebbero ad Ankara di proiettarsi nel Mediterraneo Orientale, spezzando il contenimento di Atene sottraendogliele. 

La Turchia è infatti la vera potenza in ascesa che più si sta avvantaggiando dal conflitto russo-ucraino. La decisione di non imporre sanzioni alla Russia e di porsi come mediatore tra i due belligeranti sta permettendo ad Ankara di maturare un credito geopolitico enorme nei confronti dei paesi europei, da spendere quando dovrà raggiungere importanti obiettivi strategici. In caso di guerra, il regime turco potrebbe decidere di chiudere il TANAP per bloccare ufficialmente la fornitura energetica tramite il TAP alla Grecia ma sostanzialmente per fare pressione sull’Italia e l’intera Unione Europea.  

Le tensioni e le crescenti dispute intorno al gasdotto caucasico-balcanico rischiano di intrappolare l’Italia in una “morsa dell’energia” causando una crisi da carenza di offerta così forte che sarebbe difficilissima da colmare. 
Con la rinuncia al gas russo, passato dal 40% al 16% negli ultimi sei mesi, l’approvvigionamento energetico italiano proviene quasi interamente da sud o da sud-est e trasforma sempre di più l’Italia da Stato europeo a Stato mediterraneo. La stipula di nuovi contratti energetici non è il “punto di arrivo” ma il “punto di inizio” della sfida alla sicurezza energetica italiana. Nei prossimi anni Roma dovrà dimostrare di essere in grado di tutelare e proteggere le proprie linee di rifornimento energetico e per farlo dovrà adottare una politica estera attiva, ambiziosa di ricoprire un ruolo centrale in tutti gli scenari geopolitici vitali per i propri interessi nazionali, con un’agenda strategica di lungo periodo (almeno trent’anni); alla quale bisognerà affiancare un nuovo programma di investimento nel settore della difesa che permetta allo stivale di diventare una potenza marittima tout court perché in gioco c’è anche l’integrità territoriale dello Stato italiano.

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