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L’Italia e il Nord Africa tra “Piano Mattei” e dossier migratorio

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Nelle ultime settimane si sono intensificati i dialoghi tra l’Italia e i Paesi nordafricani. Al centro dei colloqui le principali questioni presenti nell’agenda della politica estera del governo Meloni: energia e migrazioni su tutte. La rottura con Mosca costringe i Paesi europei a guardare verso altre direzioni, in particolar modo verso la sponda Sud del Mediterraneo. E l’Italia può giocare un ruolo da protagonista. Il nuovo “Piano Mattei” per l’Africa promosso da Roma potrebbe avere un senso, nonostante le difficoltà strutturali presenti. Al contempo, la mancanza di un supporto da parte dell’Unione Europea potrebbe ostacolarne l’attuazione.

Enrico Mattei cercò di sostenere lo sviluppo delle risorse naturali dei paesi africani per aiutare il continente a massimizzare il suo potenziale di crescita economica e facilitare l’indipendenza energetica dell’Italia. Oggi, mentre l’Unione Europa ripensa la sua politica energetica e cerca di sganciarsi dal gas russo, l’Italia sta optando per una strategia simile a quella utilizzata in passato per raggiungere i propri interessi geostrategici. L’obiettivo del governo italiano, nelle dichiarazioni della premier Giorgia Meloni, è quello di riconquistare un “ruolo centrale nel Mediterraneo, che spetta all’Italia per la sua posizione geografica”. Il premier lancia il Piano Mattei con lo scopo di trasformare la penisola in un hub energetico. In tale contesto, il ruolo dell’Eni diventa cruciale. La profonda conoscenza che la multinazionale italiana ha del continente africano e i suoi legami di lunga data con i principali paesi interessati potrebbero diventare una risorsa fondamentale per i progetti del governo.

L’Italia è al centro del Mediterraneo. Per ragioni storiche, culturali e geografiche le relazioni con il Nord Africa devono essere al primo punto della politica estera italiana. Il conflitto in Ucraina ha accelerato la corsa all’approvvigionamento delle fonti energetiche, permettendo a Roma di approfondire ulteriormente le relazioni con i Paesi dirimpettai. Il filo rosso che annoda le nostre relazioni con Algeria, Libia, Egitto e Tunisia è il settore energetico e non solo. Al contempo, Roma ha la necessità di guardare ben oltre il petrolio, il gas e le migrazioni. Buone relazioni politiche, uno sviluppo di quelle commerciali e un aumento degli investimenti in quei Paesi sono necessari per avanzare la pretesa di essere un attore leader nella regione.  

Il viaggio della Meloni in Algeria

L’Algeria è diventa cruciale nell’agenda italiana. Dal primo semestre del 2022 il paese nordafricano è diventato il primo fornitore di gas naturale e a dicembre il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune ha dichiarato che l’obiettivo dell’impegno preso con la controparte italiana è quello di aumentare le forniture di gas dagli attuali 20 “ad almeno 35 miliardi di metri cubi”.

Durante la visita della Meloni, sono stati raggiunti due nuovi accordi tra Eni e Sonatrach che mirano a potenziare ulteriormente il fabbisogno energetico attraverso la creazione di un nuovo gasdotto, funzionale anche al trasporto dell’idrogeno, che alla posa di un cavo elettrico sottomarino e all’aumento della produzione di gnl. L’Ad di Eni, Claudio Descalzi, e il suo omologo algerino, Toufik Hakkar, hanno anche firmato un memorandum al fine di ridurre le emissioni di gas ad effetto serra e in generale la riduzione di anidride carbonica nelle strutture produttive del settore. In Algeria era anche presente il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che ha firmato un accordo con la Crea (Consiglio del rinnovamento economico algerino) al fine di rafforzare la presenza di aziende italiane nel Paese maghrebino. Sempre nella stessa direzione, va la firma dell’intesa tra l’Agenzia spaziale italiana (Asi) e la sua omologa algerina Asal.

Altro tema importante che è stato affrontato durante la missione è stato il dossier libico, con le posizioni di Roma e Algeri che sono molte vicine rispetto al complicato stallo politico che caratterizza l’ex colonia italiana. Supportare la Libia nella ricerca di una stabilità definitiva è un obiettivo di entrambi i Paesi. L’ex colonia italiana è una questione di sicurezza nazionale per l’Algeria. Dal rovesciamento di Moammar Gheddafi nel 2011, l’instabilità libica – con la quale l’ex colonia francese condivide un confine terrestre di oltre 900 chilometri riaperto al traffico solamente poche settimane fa – ha dominato il contesto delle minacce in Algeria: tra il continuo vuoto di un potere centrale, la proliferazione di armi, la presenza di gruppi terroristici e miliziani stranieri, il quadro libico destava (e desta ancora oggi) una costante preoccupazione nei palazzi governativi algerini. Gli effetti della crisi libica hanno anche presentato enormi sfide alla sicurezza, compresa la destabilizzazione del Sahel sul fianco meridionale. Nonostante alcuni errori di valutazione da parte della diplomazia algerina (come da parte italiana) nell’affare libico, sembra che l’ex colonia francese resti impegnata a promuovere il compromesso e il processo politico nel paese limitrofo. Tuttavia, una Libia debole e instabile è un concorrente meno “pericoloso” nel mercato energetico e questo potrebbe in parte avvantaggiare il paese guidato da Tebboune.

La missione in Libia

Proprio in Libia la premier italiana si recherà dopo la missione algerina. La visita della Meloni dimostra l’importanza del dossier libico nell’agenda italiana e la volontà di voler riaffermare il ruolo internazionale dell’Italia e al contempo tutelarne gli interessi.

Come già detto, questa serie di missioni e incontri di primo livello manifestano una rinvigorita attenzione – iniziata con il governo Draghi – per gli sviluppi nordafricani, e libici. In passato non sono mancate oscillazioni da parte di Roma, con una strategia alquanto altalenante sui diversi fronti politici presenti nel paese maghrebino. Tuttavia, la Presidente del Consiglio arriverà in Libia con un percorso chiaro e avviato dal precedente esecutivo: la necessità di esserci nel paese nordafricano per proteggere gli interessi italiani, pur mantenendo evidentemente una strategia basata su quel multilateralismo che vede Washington e Bruxelles come partner necessari e l’Onu artefice dell’architettura diplomatica che ha visto la nascita del governo guidato da AbdulHamid Dbeibah. Un ruolo quello italiano in Libia supportato anche degli USA per due ragioni. In primo luogo, il ruolo e la presenza della Russia nel Mediterraneo è ritenuta scomoda, visto la sensibilità dell’area (come dimostra la missione del capo della Cia in Libia nelle scorse settimane). In secondo luogo, l’obiettivo di una necessaria stabilità regionale, che vede protagonista non solo Libia, ma coinvolge paesi limitrofi come Egitto e Tunisia, e arriva alla parte orientale del Mediterraneo dove il protagonismo della Turchia di Erdogan fa da padrone. L’attività di Ankara nel Mediterraneo è complessa e tenuta sotto controllo; fino ad oggi è stata accettata nell’ottica di un bilanciamento rispetto all’azione russa. L’Italia in questo contesto ha un ruolo di raccordo che potrebbe essere utile agli interessi statunitensi ed europei.

Al centro dei colloqui durante la missione in Libia le attività dell’Eni e la cooperazione nel settore dell’energia, in particolar modo quella da fonti rinnovabili. La Libia ha bisogno che Eni continui con gli investimenti e la promozione della responsabilità sociale nei settori della salute, dell’istruzione, della formazione professionale e dell’energia elettrica. Durante la visita potrebbero essere firmati nuovi accordi petroliferi tra Eni e la National Oil Corporation (Noc). Su quest’ultimo punto, tuttavia, soffiano polemiche prima dell’arrivo della delegazione italiana in terra libica. Infatti, il premier del Governo di stabilità nazionale (Gns), Fathi Bashagha, ha avvisato l’Italia di astenersi dalla firma con il Governo di unità nazionale (Gnu) di eventuali accordi energetici, sulla falsariga di quelli firmati dal premier Dbeibah con la Turchia.

La Meloni, accompagnata dai ministri degli Esteri e dell’Interno, Tajani e Piantedosi, parlerà con la controparte libica inevitabilmente del dossier migratorio, questione cara sia a Roma che ad altre capitali europee. Nel 2022 sono stati 105.129 i migranti sbarcati sulle coste italiane, in netto aumento rispetto ai 67.477 del 2021 e ai 34.154 del 2020. Il fascicolo migratorio è tra le priorità sulla quale Roma sta pressando per ricevere un impegno maggiore anche da parte di Bruxelles. Tra i punti centrali della battaglia che dovrebbe portare avanti il governo italiano ci sono: salvataggi in mare, redistribuzione dei migranti e rimpatri assistiti. Ancora, un maggiore controllo dei confini meridionali della Libia, con particolare attenzione a ciò che accade nel Sahel. Infine, un piano lanciato dall’Ue per l’Africa che abbia come fine la sostituzione dell’economia illegale basata sul traffico illecito di esseri umani con investimenti sulla cooperazione per lo sviluppo.

La crisi tunisina

Al dossier migratorio, e non solo, è da legarsi un’altra missione diplomatica italiana avvenuta nelle scorse settimane in Nord Africa: quella di Tajani e Piantedosi in Tunisia. Il Paese guidato da Kais Saied deve superare la crisi socio-politica ed economica che sta vivendo da diversi anni al fine di evitare un crollo economico e sociale che avrebbe ripercussioni incontrollabili in termini di flussi migratori e di stabilità di tutta l’area mediterranea. I due ministri italiani hanno convenuto che la questione dell’immigrazione non è “soltanto un problema di sicurezza e che bisogna intervenire alle radici”: un’azione necessaria per combattere la povertà, il terrorismo, il cambiamento climatico e le sfide sanitarie. 

Ci sono ampie opportunità di crescita nelle relazioni economiche tra i due Paesi e poi c’è il tema energetico. In quest’ultimo caso, la cooperazione in ambito energetico ha visto l’approvazione da parte della Commissione Europea per la realizzazione di ElMed, un progetto di interconnessione elettrica marittima tra Italia e Tunisia lungo circa 800km. Nelle stesse acque passa anche il gasdotto TransMed, che parte dall’Algeria passando per la Tunisia, prima di entrare nel Mediterraneo e riemergere sulle coste siciliane.

L’Egitto tra migranti, energia e Regeni

Infine, l’incontro tra il capo della Farnesina e il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi. Al centro dei colloqui: sicurezza energetica, cooperazione economica e stabilità nel Mediterraneo, soprattutto in Libia, anche per contrastare l’immigrazione irregolare. 

Stando ai dati del Viminale già citati, degli oltre 100mila migranti arrivati in Italia a bordo di imbarcazioni nel 2022, oltre 20mila hanno dichiarato di essere cittadini egiziani (al secondo posto i tunisini oltre 18mila). Si tratta del gruppo nazionale più ampio tra quelli certificati dal ministero dell’Interno: 1 su 5 è fuggito dal Paese di Al-Sisi, una quota in netto aumento rispetto agli ultimi anni. Questa crescita di flussi dall’Egitto è un palese fallimento delle politiche di cooperazione adottate dall’UE e dall’Italia con Il Cairo.

Eppure, quella egiziana sembrava una storia con importanti risultati per quanto riguarda l’immigrazione. Stando ai report delle agenzie europee, dal Paese nordafricano non partono più, o quasi, imbarcazioni di migranti irregolari. Nel 2016, Il Cairo ha adottato una legislazione severissima contro il traffico di esseri umani che prevede per i trafficanti la reclusione, i lavori forzati e multe salatissime. Il “buon lavoro” di al-Sisi è stato ripagato con finanziamenti europei in passato, mentre nuovi fondi arriveranno nei prossimi anni grazie a un accordo già siglato. L’Italia ha aggiunto il suo personale sostegno, fornendo mezzi e assistenza alle autorità egiziane. Tuttavia, il problema rimane: i flussi di migranti, anziché fermarsi, hanno cambiato direzione, da una parte verso la Turchia, e dall’altra, con numeri più elevati, verso la Libia. 

Roma e Il Cairo hanno inoltre forti relazioni commerciali, con importanti aziende italiane impegnate in Egitto. Uno dei settori più rilevanti è certamente quello energetico, dove l’Eni, svolge un ruolo da protagonista come dimostra la scoperta e la gestione dei principali giacimenti negli ultimi anni.

Sul caso del giovane ricercatore italiano torturato e ucciso nel 2016, il ministro Tajani ha dichiarato che l’Italia continua “a lavorare e a insistere affinché si faccia luce su questa vicenda, soprattutto perché si colpiscano i responsabili”.

Il ruolo nel Mediterraneo

Roma, in un delicato momento storico, ha la possibilità di sfruttare le relazioni con i paesi nordafricani e la presenza storica in tutta la regione mediterranea. Le forti influenzi di Russia e Cina nella regione rappresentano sfide con cui l’Italia e l’Europa devono, e dovranno, fare i conti, mirando a una ridefinizione di un equilibrio che eviti il ripetersi di situazioni scomode e una perdita di peso rispetto agli attori rivali. In tal senso una maggiore presenza italiana nella regione sarebbe un’opzione importante – su diversi campi, da quello energetico a quello politico – rispetto a quelle russa, cinese e turca. Diventare uno snodo centrale per il rifornimento energetico dall’Africa all’Europa è un obiettivo ambizione che, tuttavia, necessita di un altrettanto impegno politico al fine di evitare uno scivolamento dei Paesi interessati verso altri attori che determinerebbe di conseguenza un indebolimento delle posizioni degli Stati europei – con inevitabili effetti sul settore energetico.

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