Italia, Israele ed Iran: guerra e conseguenze

Martedì 8  maggio  2018 il presidente americano Donald J. Trump ha deciso, come promesso, di abbandonare l’accordo siglato dal suo predecessore alla Casa Bianca Barack Obama con l’Iran, avente ad oggetto la capacità del paese di dotarsi di un arsenale nucleare e di poter costruire centrali ad uso energetico.

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Questa presa di posizione unilaterale ha sollevato, come era ovvio, prese di posizione più o meno nette da parte di tutti i maggiori player dello scenario geopolitico mediorientale e non solo. La tensione tra i due stati, Israele ed Iran, è palese da tempo e fino ad ora gli screzi e le minacce tra le due parti si limitavano a piccole azioni, dall’impatto più mediatico che strategico. Tuttavia, negli ultimi giorni sta affiorando un nuovo livello di scontro, in cui Israele, tramite il suo Primo Ministro Benjamin Netanyahu, ha affermato che il suo esercito è “forte e pronto”. Anche dalla parte iraniana si ha un atteggiamento aggressivo. Sembra dunque che le tensioni stiano crescendo, rendendo sempre più probabile uno scontro diretto tra le due nazioni; Il terreno più probabile è il territorio siriano.

Fino ad oggi le due potenze si sono scontrate già sul terreno della Siria, ma in maniera diversa: Israele, infatti, occupa una zona a ridosso del proprio confine in Siria, le alture del Golan mentre l’Iran agisce tramite la presenza ed il finanziamento di truppe più o meno regolari e del movimento libanese di Hezbollah. Uno scontro diretto tra i contendenti creerebbe uno scenario simile a quello già visto nelle precedenti guerre condotte da Israele (in particolare nel 1973) ma questa volta gli interessi delle altre potenze (Russia e Stati Uniti principalmente) si manifestano in maniera più incisiva rispetto al contesto mediorientale precedente, alle primavere arabe ed alla guerra civile siriana (basti pensare che entrambe le potenze operano sia a livello militare sia di intelligence direttamente sul suolo siriano, schierate in maniera quasi dicotomica: la Russia in chiaro supporto del presidente Assad, gli Stati Uniti con un ruolo più ambiguo, molto dettato dalle correnti politiche di Washington).

Questa situazione è da inquadrarsi nel più complesso scenario delle altre parti in gioco nella partita siriana (Turchia, Arabia Saudita, Unione Europea ed altri) da entrambe le parti, non sottovalutando neppure il ruolo defilato della Cina.Ne risulta un quadro quasi caotico, non suscettibile di valutazioni immediate e di risposte certe; ed è in questo contesto che si giunge al nodo centrale di quest’analisi: l’Italia e la sua economia.

L’Italia e le conseguenze economiche

Queste decisioni, ovviamente, incidono sulla posizione italiana e sulla sua economia.

Si guarderà a due questioni principali: lo squilibrio tra import di materie energetiche e l’export di materiali bellici e lo scenario politico. Come noto il sistema industriale italiano è un importatore netto di materie energetiche, avendone poche a disposizione e assolutamente insufficienti a coprire il fabbisogno nazionale.

Negli ultimi anni, sebbene vi sia stata una spinta verso la diversificazione delle fonti questi progetti hanno mostrato effetti reali limitati (in parte perché non ultimati). La situazione è andata peggiorando dopo la rivoluzione in Libia del 2011, dove l’ENI era una delle compagnie petrolifere di maggiore presenza ed importanza. Ciò su cui si vuole riflettere tuttavia non è la struttura dell’approvvigionamento in sé quanto il suo costo e di quanto un ulteriore conflitto nella regione possa avere conseguenze.

Come rilevato da più osservatori la crescita del paese è positiva, seppure di poco (dati Ocse)2. È ragionevole supporre che il prezzo aumenterà di volatilità con l’intensificarsi del conflitto; e tale volatilità sarà orientata verso l’alto, essendo l’Iran uno tra i primi paesi produttori di greggio al mondo. Dato tale presupposto, ci si accorge del problema fondamentale: basterebbe una marcata oscillazione per un periodo di tempo più o meno prolungato per affossare le stime del PIL, già riviste al ribasso. Il prezzo odierno è, facendo una media tra WTI, Brent, OPEC basket e Urals (Russia), intorno ai 72-73$/barile3.

Sebbene l’Iran per alcuni analisti non alzerà i prezzi4, viene da chiedersi quanto sia credibile, in uno scenario mutato e con maggiori spese belliche, mantenere tale linea.

Viene naturale domandarsi l’impatto che potrebbe avere una crescita, in media, a 80-85$/barile sulla manifattura italiana, e dunque sul prodotto interno lordo. Invece un settore che in questo scenario potrebbe crescere è l’industria bellica, che ci vede già protagonisti5; si potrebbero, quindi, notare ulteriori aumenti (magari anche a due cifre percentuali) in seguito al conflitto, specie se arrivano ad essere coinvolti, anche in maniera indiretta, i Paesi del Golfo. Tuttavia, anche lo scenario più ottimistico dell’export di materiale bellico è di poco conto se posto in relazione all’aumento di costo delle materie prime e al suo impatto sul sistema produttivo.

L’incertezza politica italiana allo stato attuale 

Un ultimo elemento è l’analisi politica, che potrebbe essere sintetizzata in una parola: confusione. Sebbene tale scenario sia mutevole anche nell’arco della giornata, il non avere un governo stabile durante il prossimo mese/trimestre potrebbe essere utile al paese.

Il governo Gentiloni, in qualità di governo dimissionario, infatti non può prendere decisioni che non siano di ordinaria amministrazione e in una tale situazione si limiterebbe ad esprimere opinioni, quasi certamente contrastanti con quelle dei partiti usciti vincenti dalla tornata elettorale di marzo (Lega e M5S).

Già nei mesi scorsi si è potuto notare come le posizioni di questi due partiti collidano con quelle dei membri dell’esecutivo attuale sulla politica estera. Un periodo di inattività potrebbe portare alla formazione di un governo quando le maggiori incertezze che vi sono al momento si saranno dileguate, consentendo scelte più oculate (a seconda delle varie visioni). Tutto ciò supponendo che non sia possibile formare un governo di diretta emanazione del Presidente della Repubblica, che stando alle dichiarazioni dei principali leaders non troverebbe i numeri per la fiducia in parlamento.

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