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Italia, Germania e Russia: l’evoluzione dei rapporti bilaterali alla luce della guerra in Ucraina. Un confronto

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È innegabile che il 24 febbraio 2022, nel momento in cui le truppe russe hanno varcato la frontiera ucraina ed iniziato la guerra che va avanti tuttora, sia cambiata la storia. La guerra è tornata in Europa, la storia nel vecchio continente non è finita come aveva erroneamente preconizzato Francis Fukuyama, l’ordine internazionale liberale a guida statunitense è ormai palesemente sotto attacco da parte di due potenze revisioniste, Russia e Cina, e la polarizzazione è, di conseguenza, tornata al centro delle dinamiche che regolano la funzionalità sistemica delle relazioni internazionali.

La polarizzazione del sistema internazionale obbliga i partner e gli alleati delle potenze egemoni a prendere una posizione netta sulle questioni strategiche che riguardano i blocchi di appartenenza, senza mezze misure, senza lasciare troppo spazio alla “sfera creativa” delle politiche estere nazionali che, se può essere tollerata ed in certi casi incoraggiata in periodi di stabilità sistemica e persino di tensione, all’arrivo del conflitto vero e proprio, quando cioè il cannone tuona e smette d’essere una minaccia ma una realtà, vede inevitabilmente restringere i propri confini.

Stati che hanno una “sfera creativa” della propria politica estera troppo pronunciata, come l’Italia o la Germania, allo scoppio della guerra in Ucraina si sono trovati in difficoltà poiché hanno dovuto provvedere, anche in tempi piuttosto brevi, ad una “ristrutturazione” delle proprie coordinate internazionali. Operazione non sempre riuscita in quanto ancora oggi la Germania viene accusata di tenere una condotta che nel migliore dei casi viene considerata “ambigua” nei confronti della Russia. La stessa sospensione del North Stream 2 (la principale creatura dell’epoca d’oro dei rapporti bilaterali tra Germania e Russia inaugurata dal più russofilo dei cancellieri tedeschi, Gerhard Schröder), annunciata il 22 febbraio proprio in previsione dell’attacco russo all’Ucraina, che sembrava un atto radicale di protesta da parte del governo di Berlino nei confronti di Mosca, di fatto è risultata essere una scelta dettata dalla realpolitik per salvaguardare il gasdotto – e con esso le prospettive del mercato energetico tra i due Paesi – dagli effetti politici ed economici della guerra. 

Pur non essendo stata una scelta scontata o semplice, tanto da spingere più di qualche analista a parlare di fine del “merkelismo”, dunque d’una politica estera tedesca “aperturista” nei confronti della Russia di Putin ed improntata ad una riproposizione della vecchia Ostpolitik, quella di sospendere l’autorizzazione del North Stream 2, così come la posizione di sostegno verso l’Ucraina presa da Berlino, non sono state decisioni che hanno convinto fino in fondo gli Stati Uniti e la NATO in generale sulla “tenuta” della linea atlantista in Germania nel momento in cui il braccio di ferro con Mosca avrebbe esasperato le fluttuazioni del mercato energetico causando contraccolpi pesantissimi sull’economia interna del Paese.

Del resto il modello strategico di GeRussia, neologismo coniato da Salvatore Santangelo, che nasce sull’onda dell’intrinseco legame politico, economico e persino militare che nel corso della storia ha tenuto insieme Germania e Russia, ha sempre costituito un grande quesito sulla determinazione degli equilibri geopolitici del vecchio continente con cui ogni potenza s’è dovuta confrontare.

La Germania ha svolto fin dal ‘700 il ruolo di “modernizzatore” dell’Impero zarista e Bismarck aveva individuato nella Russia l’altro importante perno della stabilità europea assieme alla Germania, senza dimenticare che URSS e Repubblica di Weimar avevano saputo mantenere un forte legame e che durante la guerra fredda l’Ostpolitik di Willy Brandt aveva contribuito a gettare le basi per il processo di riunificazione tra RFT e RDT. La politica di partnership russo-tedesca di Schröder e Merkel aveva seguito sostanzialmente il fil rouge della tradizione diplomatica di Berlino, ma poi, scommettendo erroneamente sulle garanzie di stabilità date dal mondo unipolare a guida statunitense, al momento del ritorno in grande stile del confronto acceso tra USA e Russia, la Germania si è trovata schiacciata nel mezzo ed ha dovuto dare prova del suo atlantismo. Prova non superata a pieni voti, altrimenti la Germania non verrebbe continuamente accusata dagli alleati della NATO di essere fin troppo morbida con Mosca.

Un altro Paese con una grande tradizione di rapporti bilaterali con la Russia, costretto a rivedere radicalmente la propria politica nei confronti di Mosca a seguito della guerra in Ucraina, è l’Italia. Perfino prima dell’unità nazionale, due Stati italiani, Regno di Sardegna e Regno di Napoli, mantenevano ottimi rapporti con la corte di San Pietroburgo e, proprio come la Germania, anche l’Italia aveva svolto un’importante funzione di modernizzazione del grande impero zarista. Nel 1909 il re d’Italia Vittorio Emanuele III e lo zar di Russia Nicola II avevano stretto un importante accordo segreto a Racconigi con l’obiettivo di ostacolare l’espansione austroungarica nei Balcani, regione nella quale entrambe le potenze avevano interessi contrastanti rispetto a quelli della duplice monarchia asburgica. Non bisogna poi dimenticare che Regno d’Italia ed Impero Russo combatterono tra il 1915 ed il 1917 da alleati nell’Intesa la prima guerra mondiale e che poi, tra le potenze europee, fu Roma a sostenere un graduale ma fondamentale reintegro dell’Unione Sovietica nel consesso internazionale.

Anche durante la guerra fredda l’Italia, ai confini della “cortina di ferro”, mantenne buoni rapporti con l’URSS, anzi, nel pieno rispetto del proprio “paradigma geopolitico”, Roma riuscì addirittura a sfruttare questa posizione di vantaggio per rinvigorire la propria sfera d’autonomia dalle logiche atlantiche in Africa e Medio Oriente. Nel 2002 l’Italia fu – da nazione ospitante del vertice ma anche da potenza più interessata – mediatrice dello storico accordo NATO-Russia di Pratica di Mare. Quell’accordo non fu solo il personale trionfo sulla scena internazionale di Silvio Berlusconi, ma fu espressione della continuità di quel rapporto simpatetico tra Roma e Mosca che aveva costituito uno dei fondamenti della diplomazia italiana recente.

La guerra in Ucraina ha costretto l’Italia, come anche la Germania, a rivedere alcune basi strategiche della propria politica estera ed in ultima istanza anche a gettare le basi per analizzare a fondo quale sia il proprio “paradigma geopolitico” e quanto i rapporti con la Russia siano fondamentali per garantirne la tenuta. Revisione della strategia nazionale iniziata già prima del 24 febbraio 2022, quando ad inizio gennaio il governo presieduto da Mario Draghi aveva aperto una nuova fase della diplomazia energetica di Roma, più attenta alla differenziazione dei partner dai quali acquistare gas e petrolio, meno incline a legarsi prioritariamente alla Russia in quanto potenza revisionista e dunque “inaffidabile” per quanto concerne la solidità delle strategie italiane anche di breve-medio periodo. 

L’acceleratore sul definitivo “giro di boa” dell’affidabilità atlantica italiana l’ha dato il nuovo governo di Giorgia Meloni, come anche la prova di forza tra blocco occidentale e Russia in merito alla “micro-crisi dei missili” sulla Polonia ha dimostrato. Quando il 16 novembre un missile si è schiantato in territorio polacco e sono subito iniziati i rimpalli diplomatici tra Kiev e Mosca sulla responsabilità di un atto che avrebbe potuto avere conseguenze irreparabili. La Polonia aveva infatti invocato l’articolo 4 del Patto Atlantico (di natura “moderata” rispetto all’articolo 5) a seguito della vicenda ma è stato poi appurato che il missile era stato lanciato dagli Ucraini e che, per errore era finito in territorio polacco. 

Sulla vicenda l’Italia ha assunto fin da subito una posizione similare a quella delle potenze anglosassoni USA e Gran Bretagna, dunque dei più radicali avversari della Russia e principali sponsor dei Paesi orientali della NATO, l’ala più radicale ed anti-russa dell’Alleanza: in sintesi la posizione di Roma è stata quella di individuare Mosca quale “colpevole originaria”, quale Paese aggressore. La caduta di un missile ucraino in Polonia era stata certamente un “tragico incidente” contingente, ma anche un effetto collaterale dell’invasione russa del 24 febbraio. La “rigidità atlantica” del governo italiano, che inchioda la Russia al suo status di “Stato aggressore”, è funzionale a rilanciare il ruolo di Roma in seno all’Alleanza Atlantica anche nella sua area di pertinenza che è quella del Mediterraneo allargato. 

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