Italia-Cina: commenti e domande da Taiwan sui risvolti strategici dell’intesa

La scelta del governo italiano di firmare il Memorandum of Understanding con la Cina e di rendere l’Italia il primo Paese fondatore della UE e membro del G7 ad aderire alla“nuova via della seta” è stata oggetto di grande attenzione da parte della comunità internazionale e ha trovato molto spazio nei media internazionali. Tra i commenti dalla vigilia della visita di Xi in Europa, che nella tappa italiana ha avuto davvero un’accoglienza degna del suo status di “imperatore rosso”, sono particolarmente rilevanti quelli registrati a Taiwan, nazione sempre più oggetto dell’aggressività cinese come confermato dall’ennesima compagna in corso per lasciare Taiwan fuori dalla prossima Assemblea mondiale della sanità e dallo sconfinamento di due jet militari al di là della linea mediana sullo Stretto di Taiwan.

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Mentre all’estero Xi e i massimi livelli del governo cercano di offrirne un’immagine rassicurante, la Cina non manca di realizzare quelle che la presidente taiwanese Tsai Ing-wen ha definito come pericolose provocazioni per la stabilità dell’Asia orientale. Anche in veste di partner e quindi di teorico amico, la Cina rappresenta un potenziale pericolo. Lo ha evidenziato il Taipei Times (sostenitore pur non del tutto acritico dell’attuale governo che è radicalmente “pro-indipendenza” dalla Cina). Sia nella copertura del summit italiano che negli editoriali, il quotidiano ha sottolineato la strumentalizzazione cinese del MoU a fini di propaganda. Nella versione cinese del comunicato finale del summit è stato scritto che l’Italia ha dichiarato di aderire al “One China Principle”. In realtà l’Italia si è limitata a confermare la sua adesione alla “One China Policy”, alla pari di tutta la comunità internazionale.

Il ministero degli Esteri di Taiwan ha duramente contestato la scorrettezza della Cina che non è formale. Si va anzi alla sostanza delle relazioni inter-Stretto. Riconoscere il “One China Principle” significa appoggiare la RPC nella sua affermazione che esiste solo una Cina, di cui Taiwan è parte integrante, governata e rappresentata nel mondo dalla Repubblica Popolare. Con la “One China Policy”, invece, si prende atto dell’esistenza di due governi (quello cinese e quello taiwanese) con la conseguenza pratica che non si possono avere relazioni diplomatiche ufficiali sia con Pechino che con Taipei; non vi è quindi alcuna accettazione della pretesa della RPC di rappresentare i 23 milioni di taiwanesi. L’episodio del comunicato stampa lancia un segnale sulla necessità di essere cauti nell’aprirsi a un rapporto troppo stretto con la Cina. Si rischia di essere schiacciati dalla potenza di fuoco che Pechino è in grado di generare non solo a livello commerciale ma anche a livello politico. Al fatto che l’Italia rischi di isolarsi dall’Europa e di essere lei stessa fattore di ulteriore disunità nella UE sono dedicati ulteriori commenti apparsi a Taiwan, compresi quelli di Lucrezia Poggetti, del Mercator Institute for China Studies di Berlino, e dei corrispondenti della Reuters da Roma e Bruxelles. Dall’accordo italo-cinese, come argomentato sul Liberty Times da Chang Meng-jen, direttore del Dipartimento di lingua e cultura italiana della Fu Jen Catholic University di New Taipei, emergono inoltre una serie di interrogativi realmente strategici per l’immediato futuro.

Per esempio sul capitolo dei porti, emerso come tra i più importanti per Xi nella visita in Italia, Chang si domanda: a fronte della recessione in Italia e con molti porti italiani che aspettano da tempo capitali stranieri, i potenziali problemi per la sicurezza nazionale derivanti dalla Cina potranno mai essere considerati più importanti di quelli economici?