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TematicheItalia ed EuropaL’Italia e l’Alleanza Atlantica. Intervista al Cons. Alessandro Cattaneo

L’Italia e l’Alleanza Atlantica. Intervista al Cons. Alessandro Cattaneo

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“Hickerson mi ha comunicato testé che l’Italia è invitata a partecipare alle trattative del Patto Atlantico […]”. Questo il telegramma inviato da Alberto Tarchiani, allora Ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti, a Roma l’8 marzo 1949. A più di settant’anni da quel messaggio, abbiamo chiesto al Consigliere Alessandro Cattaneo – Capo Ufficio IV della Direzione Generale Affari Politici e di Sicurezza della Farnesina, già Vice Rappresentante Permanente presso la Rappresentanza d’Italia al Consiglio Atlantico – di parlarci della visione e dell’attività italiana all’interno dell’Alleanza Atlantica. 

L’intervista inaugura lo speciale di approfondimento sull’Alleanza Atlantica “Prossima Fermata: #NATO2030” – curato da Danilo Mattera – in vista del prossimo vertice alleato di Madrid.

  1. Consigliere Cattaneo, la ringraziamo per aver accettato il nostro invito. In qualità di capo dell’Ufficio IV della Direzione Generale Affari Politici e di Sicurezza della Farnesina, lei si occupa quotidianamente di tematiche relative all’Alleanza Atlantica. Può dirci di più riguardo le attività svolte dall’Ufficio?

L’Ufficio che ho il piacere di dirigere è competente per tutto ciò che attiene alla partecipazione dell’Italia alla vita dell’Alleanza Atlantica. Ovvero, contribuisce alla elaborazione delle posizioni italiane in seno alla NATO e sovrintende alla conduzione dei negoziati interalleati, in stretta sinergia con le altre Amministrazioni dello Stato maggiormente interessate, ad iniziare dal Ministero della Difesa.

Ma le questioni relative alla NATO, per quanto complesse e diversificate, non esauriscono l’attività dell’Ufficio, che si estende a comprendere più in generale le questioni strategiche di sicurezza e i temi politico-militari.

  1. A margine della firma del Trattato Atlantico, l’allora ministro degli Esteri Conte Carlo Sforza affermò che l’Italia guardava con fiducia e speranza al trattato come strumento per non ripetere i tragici errori del passato. Cosa resta oggi della visione del ministro Sforza? In che modo l’Italia di oggi guarda all’Alleanza?

Credo che quel motivo ispiratore, che il 4 aprile 1949 era comune ai 12 Paesi firmatari del Trattato di Washington, i quali riemergevano dalla tragedia della Seconda Guerra mondiale, conservi intatta la propria validità. Oggi come allora, il vincolo di difesa collettiva in caso di attacchi armati serve a garantire la pace e la sicurezza di una comunità euroatlantica che nel frattempo si è allargata a comprendere 30 Paesi membri. 

Naturalmente l’ambiente di sicurezza si è evoluto, così come le condizioni politiche generali. Oggi in particolare si sta facendo strada una consapevolezza sempre più forte del valore essenziale della cooperazione tra NATO e Unione Europea, così come della necessità di rafforzare, anche nell’interesse stesso della NATO, le capacità europee di difesa.

  1. Invertiamo ora la prospettiva. Nel corso della sua carriera ha avuto modo di svolgere diversi incarichi presso la Rappresentanza italiana al Consiglio Atlantico, non da ultimo il ruolo di Vice Rappresentante Permanente. Come viene percepita l’Italia dagli altri stati membri?

Viene percepita come un Alleato serio, coerente e molto impegnato. Nei 72 anni di vita dell’Alleanza Atlantica, da noi vissuti e partecipati fin dall’inizio, il nostro Paese ha sempre mantenuto un profilo di grande impegno, affidabilità e responsabilità, sia nel contributo alla definizione della guida politica dell’Alleanza che nel sostenere le sue attività in ambito militare. Questo impegno costante e di particolare qualità, sia per quanto riguarda le riconosciute capacità delle nostre Forze Armate che per quanto concerne gli assetti tecnologici offerti, ci ha guadagnato un ruolo di particolare rilievo al tavolo del Consiglio Atlantico. È una speciale responsabilità, quella di rappresentare l’Italia alla NATO, che i nostri diplomatici e i nostri militari avvertono quotidianamente.

  1. In un’informativa alle Camere relativa alla crisi in Ucraina, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha rimarcato il tradizionale impegno italiano nelle missioni NATO. In che modo e con quali assetti le nostre forze armate supportano la difesa e la deterrenza alleata?

L’Italia è da sempre in prima fila nel contributo alla deterrenza e difesa alleate verso tutte le direzioni strategiche, con un approccio a 360 gradi. Per esempio, la nostra partecipazione è fondamentale nelle iniziative di Presenza avanzata nei Paesi baltici (in particolare, siamo presenti nel battaglione a comando canadese dislocato in Lettonia), di pattugliamento aereo (attualmente lo stiamo svolgendo in Romania) e di pattugliamento marittimo, in particolare nel Mediterraneo. 

Siamo inoltre fortemente impegnati nelle missioni della NATO che contribuiscono alla stabilizzazione di aree esterne al territorio alleato ma di cruciale importanza per la nostra sicurezza, per esempio in Kosovo (KFOR) e Iraq (NMI).  

  1. Durante il Consiglio Atlantico a livello di Capi di Stato e di Governo che si svolgerà il prossimo giugno a Madrid, l’Alleanza si doterà di un nuovo concetto strategico. Il gruppo di riflessione nominato dal Segretario Generale Jens Stoltenberg ha sottolineato le sfide e le opportunità per la difesa e la sicurezza collegate alle tecnologie emergenti e dirompenti (EDT). Quale apporto potrà dare l’Italia in questo settore?

L’Italia ha partecipato attivamente, attraverso l’apprezzato contributo della dott.ssa Marta Dassù, all’importante lavoro svolto dal Gruppo di riflessione strategica nel 2020. Concordiamo sul fatto che la difesa del vantaggio tecnologico è una delle sfide chiave dalle quali dipende la sicurezza delle nostre democrazie nel XXI secolo. L’Italia potrà certamente contribuire sotto molteplici aspetti alle iniziative di rafforzamento del coordinamento intergovernativo in ambito tecnologico e scientifico avviate in diversi ambiti, tra i quali la NATO. L’ “Agenda 2030” approvata allo scorso Vertice di Bruxelles ha previsto strumenti innovativi quali il “Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic” (altrimenti noto come DIANA) e un “NATO Innovation Fund”. Crediamo però che la sfida decisiva sarà quella di una più stretta e completa sinergia tra le risorse e gli strumenti che possono essere messi in campo rispettivamente dalla NATO e dall’Unione Europea.

  1. Le sfide per la sicurezza, però, non proverranno unicamente dal contesto tecnologico. In più occasioni, Stoltenberg ha rimarcato come il cambiamento climatico rappresenti un agente moltiplicatore di crisi e tensioni. La lotta al mutamento climatico è un tema centrale nell’agenda della nostra Rappresentanza. In che modo si potrà far fronte a questo fenomeno?

L’Italia è stata tra i precursori dell’inserimento dei temi ambientali nell’equazione di sicurezza. A ben vedere, la sicurezza esiste o meno nel nostro mondo fisico: ciò che accade ad esso non può quindi non avere ripercussioni profonde sulla nostra sicurezza. Abbiamo in particolare stimolato la riflessione a Evere sulle due facce di questa medaglia: come i cambiamenti climatici influiscono sul nostro ambiente di sicurezza e come le nostre iniziative in ambito militare debbano essere rese maggiormente sostenibili in termini di impatto ambientale.

  1. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, il Mediterraneo sarà una delle aree più interessate dalle crisi climatiche. Questo ci consente di parlare di una regione la cui sicurezza è cruciale per il nostro paese, così come per l’Alleanza. Il prossimo maggio, ad esempio, l’Italia assumerà il comando della missione NATO in Iraq. I recenti sviluppi in Ucraina potrebbero modificare l’attenzione dell’Alleanza verso il Mediterraneo allargato?

Alle possibili crisi climatiche si ricollegano impatti di ampio raggio sul nostro ambiente di sicurezza, incluso per gli aspetti economici, sociali e quindi di stabilità regionale e flussi migratori. Il Mediterraneo è certamente una delle aree maggiormente interessate alle conseguenze dei cambiamenti climatici così come costituisce, in generale, una dimensione geografica di enorme importanza per la sicurezza complessiva dell’area euro-atlantica. È per questo motivo che l’Italia da sempre sostiene la necessità di una attenzione rafforzata della NATO non tanto al suo fianco meridionale in quanto tale, quanto piuttosto “a 360 gradi”. Non dobbiamo ragionare in termini di bilanciamento Est/Sud, quanto piuttosto riconoscere l’esigenza di una visione olistica o, come anche si dice, “di teatro” delle sfide alla nostra sicurezza. Credo che le vicende internazionali più recenti abbiano semplicemente confermato la correttezza di questo approccio, nel quale si iscrive anche la decisione dell’Italia di assumere, dal maggio prossimo, il Comando della Missione “NMI” in Iraq.

  1. All’inizio di quest’anno è venuto a marcare l’Ambasciatore Francesco Paolo Fulci, figura storica della diplomazia italiana, già Rappresentante Permanente alle Nazioni Unite e al Consiglio Atlantico. Per concludere la nostra intervista, le chiederei un ricordo dell’Amb. Fulci. Che eredità lascia ai giovani diplomatici?

L’Amb. Fulci ha lasciato un ricordo di sé fortissimo tra i diplomatici, e soprattutto un’impronta molto profonda nella cultura professionale della Farnesina, all’insegna di una difesa vigorosa e generosa dell’interesse nazionale, di una diplomazia sofisticata e capace di parlare a tutti gli interlocutori, di una visione lucida e ambiziosa delle strategie più adeguate e mirate per conseguire i risultati auspicati. Mi piace ricordare anche la sua profonda convinzione atlantista, che si è espressa in modo particolarmente forte durante il suo mandato come Rappresentante Permanente alla NATO, negli anni decisivi per la caduta del sistema sovietico, tra il 1985 e il 1991. Il suo esempio vive nelle giovani generazioni di diplomatici, che ne custodiscono con orgoglio l’esempio e la memoria.

Danilo Mattera
Centro Studi Geopolitica.info

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