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NewsLa strategia marittima di Israele

La strategia marittima di Israele

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La politica estera di una nazione è generalmente leggibile con la lente della sua geografia; è innegabile che la geostrategia consista nelle scelte adottate da ciascun attore in funzione della realtà spaziale contingente, capace di modellare i comportamenti strategici sia in pace che in guerra.

La geografia ha dunque fornito una chiave interpretativa relativa a struttura e continuità per strategie altrimenti incomprensibili. Sono state le armi nucleari a ridisegnare l’importanza degli aspetti cartografici; ipotizzare che i fattori geografici ricoprano un ruolo secondario nella pianificazione strategica nucleare è comunque fuorviante, dato che insicurezza territoriale e ricerca di profondità strategica sono spesso radicate nelle strategie nucleari delle piccole e medie potenze, un aspetto quanto mai evidente nelle posture navali di due nazioni geograficamente distanti: Pakistan, impegnato in un tit for tat con l’India, e Israele, dove le pressioni esercitate dalla geografia hanno giocato un ruolo significativo nel concettualizzare la deterrenza nucleare navale quale principio generatore di profondità strategica, profondità necessaria a soffocare il senso di una claustrofobia continentale capace di generare effetti strategici destabilizzanti. La mancanza di profondità strategica ha condotto a privilegiare le strategie nucleari navali offensive che, in caso di conflitto, non permetterebbero comunque di dirimere alcun dubbio circa la consistenza di dotazioni atomiche. 

Il Generale Israel Tal ha sottolineato la necessità di adottare nuove prospettive, attribuendo al mare d’Israele un’inedita profondità strategica correlata all’esistenza di una flotta capace di deterrenza strategica. La geopolitica di uno Stato si tara anche valutando le attenzioni concesse ad un particolare settore delle forze armate; nei bilanci e nei progetti innovativi, il fatto di concentrarsi su una forza armata anziché un’altra, indica il progetto strategico proiettato sul futuro di una nazione, cosa che sembra stare facendo Gerusalemme con la sua Marina. A 70 anni dalla sua nascita Israele gioca sul mare una delle sue partite strategiche più importanti; la sicurezza marittima è divenuta l’elemento di continuità tra passato, presente e futuro. Ben Avi, enfatizzando il significato geopolitico del mare, dichiarò: “There is nothing like the sea to symbolize the political independence of a state.” È dal mare che si forma il concetto di Patria e Nazione, è il mare il luogo in cui la piccola Marina ha innalzato un argine necessario alla stabilità del paese. 

Oltre alla minaccia esistenziale portata da un Iran nucleare, con cui gli scontri in mare animano una zona grigia a bassa intensità, gli strateghi israeliani devono confrontarsi con un contesto militare convenzionale in evoluzione; mentre in passato sia l’univocità della minaccia marittima egiziana sia la compattezza israeliana hanno consentito alle forze armate manovre fluide entro le linee interne, ora la disponibilità di armamenti evoluti e sistemi di attacco di precisione da parte degli antagonisti dello Stato ebraico ha vanificato gran parte dei vantaggi; di fatto, poiché l’esiguità spaziale e continentale israeliana costituisce un vincolo alle capacità di garantire sicurezza da qualsiasi tipo di attacco, è necessario spostare verso il mare la soluzione strategica, che deve permettere non solo di disperdere le basi delle forze armate lungo il fianco marittimo, ma anche di garantire la sopravvivenza nucleare in caso di attacco atomico. Nonostante la zona costiera sul Mediterraneo rappresenti circa un terzo dei confini, Israele ha definito solo recentemente una strategia navale e una visione strategica della sua proiezione marittima vista la natura eminentemente terrestre ed aerea delle minacce percepite nei primi 30 anni della sua esistenza, in particolare durante il conflitto per l’indipendenza tra il 48 ed il 49, nella guerra dei Sei giorni del 1967 e nel conflitto dello Yom Kippur del 1973. La minaccia marittima, data la consistenza delle flotte regionali potenzialmente ostili, è stata ritenuta marginale. 

Se Israele ha deciso di collocare in mare parte del suo arsenale nucleare, di certo può garantire la sua capacità di condurre un secondo attacco. La Marina israeliana ha dunque dovuto compensare l’inferiorità numerica impegnandosi in tattiche asimmetriche portate dall’azione di incursori e da attacchi missilistici, dove l’attacco stesso è percepito come la migliore forma di difesa idonea per marine di minor lignaggio; le minacce simmetriche possono giungere da unità navali russe basate a Tartus, o dal rafforzamento delle Marine turca ed egiziana, senza contare la presenza sempre più insistente dell’Iran in Siria.  

L’arsenale atomico israeliano non dichiarato rimane la colonna portante dell’equilibrio militare mediorientale, grazie anche all’opera del Centro di ricerca nucleare del Negev e del secondo impianto nucleare, il Soreq Research Center, a 20 chilometri a sud di Tel Aviv, cui si aggiunge l’impianto di Yodefat per l’assemblaggio degli armamenti, che vedrebbero, oltre alle bombe nucleari con una potenza di 20 kilotoni, testate per vari tipi di missili; va detto inoltre che le valutazioni quantitative circa l’armamento nucleare spaziano dagli 80 ai 200 ordigni, e che le analisi condotte indicano che le Forze di difesa israeliane possiedono una triade nucleare basata su sistemi di lancio a duplice uso: aerei tattici, sistemi missilistici mobili e sottomarini diesel-elettrici. La componente navale della triade nucleare è costituita da 6 sottomarini diesel-elettrici classe Dolphin di fabbricazione tedesca, armati di missili da crociera dotabili di testate convenzionali/nucleari; ogni battello è equipaggiato con dieci tubi per lanciare missili da crociera da sotto la superficie. Non si dispone di dati certi sul tipo di missili di cui questi battelli sono dotati, tuttavia, secondo alcune fonti, si tratterebbe di una modifica israeliana del missile americano Sub-Harpoon, con una portata fino a 600 chilometri; altre fonti indicano il Popeye Turbo sviluppato dal missile da crociera aria-superficie Popeye, che offre un’autonomia fino a 1.500 chilometri. 

La presunta strategia nucleare israeliana fa ritenere che le armi atomiche, deterrente principe, siano da considerarsi quale ultima risorsa: potrebbero essere usate per prime, in caso di attacco convenzionale, se quell’attacco minacciasse l’esistenza stessa dello Stato; in caso di attacco nucleare, o con altre armi di distruzione di massa, le forze nucleari superstiti verrebbero utilizzate quali strumenti di rappresaglia. Oltre alle misure politico-diplomatiche convenzionali, Israele non esclude, extrema ratio, l’uso della forza per raggiungere l’obiettivo di contenere il potenziale nucleare nemico. Data la situazione del contesto regionale, è presumibile che Israele rimarrà uno stato nucleare anche negli anni a venire. 

Il sistema di alleanze nel Mediterraneo orientale è stato soggetto a mutamenti; la scoperta di riserve di gas naturale ha stimolato una cooperazione tra Israele, un tempo il Paese mediterraneo con la minor riserva di idrocarburi, Cipro e Grecia in grado di innescare l’infiammabile opposizione turca. Lo spicchio marittimo ad est può definirsi come un sistema regionale politicamente volatile, in cui le alleanze hanno perso la loro stabilità anche per effetto delle tattiche ambivalenti tenute dai vari attori volti a perseguire obiettivi talvolta contraddittori e che generano un gioco a somma zero. Per prevenire l’instabilità, gli USA dovrebbero interporsi tra gli alleati seguendo una logica preventiva, anche alla luce del sempre più pervasivo interesse cinese per il Mediterraneo, in un contesto in cui Israele è l’unico passaggio tra Medio Oriente ed Europa capace di garantire sicurezza. 

Si potrebbe anche supporre che l’autosufficienza energetica ed idrica di Israele, con l’alleanza marittima con Grecia e Cipro, potrebbe essere interpretata come uno strumento utile o a prendere le distanze dal Medio Oriente o a considerare quest’ultimo in una sua versione allargata, malgrado la tensione latente con la Turchia, attore marittimo regionale predominante. In questo si può intravvedere un’evoluzione diplomatica israeliana, che intende proporsi come attore regionale secondo la dottrina periferica, una strategia datata 1948, ed indirizzata quale compensazione a rafforzare i rapporti bilaterali israeliani con i principali Paesi non arabi dell’area. Nel 2019 Israele, aderendo all’East Mediterranean Gas Forum, organizzazione cairota che si propone, nel settore del gas, di coordinare le politiche energetiche d’area, ha inteso inviare un messaggio politico indirizzato ad agevolare la maggiore integrazione possibile con i Paesi coinvolti nel progetto. L’importanza mediterranea di Gerusalemme è inoltre esaltata sia dai tre cavi sottomarini che assicurano i collegamenti Internet, sia dal ruolo rivestito dal Paese nella realizzazione, da parte di Google, del cavo in fibra ottica Blue-Raman, che connetterà India e Italia attraverso Israele, senza contare le direttrici di cablaggio sui fondali del tratto di mare tra gli stretti di Bab el Mandeb e di Gubal, in prossimità della penisola del Sinai.  

Il mare, nella storia israeliana, è sempre stato presente; basterebbe rammentare la vicenda di una nave dal nome biblico, Exodus che, l’11 luglio 1947, approfittando della distrazione offerta dal passaggio del Tour de France, staccò dal porto francese di Sète diretta illegalmente in Palestina, con a bordo ebrei sopravvissuti ai campi di concentramento. È una storia da film, preceduta ed accompagnata dall’opera di reti clandestine che condussero migliaia di sopravvissuti dai porti del Mediterraneo alla Palestina con l’operazione Aliyah Bet. Tuttavia, lo Stato ebraico troppo a lungo ha trascurato la dimensione marittima da cui dipende la quasi interezza dei suoi commerci; ora per Gerusalemme è indispensabile disporre di una strategia atta a proiettare potenza navale necessaria alla protezione dei giacimenti gasieri, la cui difesa è diventata un problema fondamentale visto che la strategia navale si è concentrata in un sistema difensivo conformato ad acque con profondità uguale a quella delle aree dove sorgono i pozzi. 

Il secondo aspetto utile a comprendere l’investimento nel settore navale è la comprensione della politica militare del Mediterraneo orientale, ormai cambiata insieme alle relazioni internazionali di Israele con i suoi vicini e i suoi alleati. Inevitabile che, a livello bilancio, le allocazioni usualmente concesse ad esercito ed Aeronautica varino: il programma dei sottomarini Dolphin è di fatto il più impegnativo per l’intera Difesa israeliana, comparabile solo con quello destinato all’acquisizione degli F-35. 

Le corvette di cui Israele ha inizialmente avuto la disponibilità sono un esempio di ciò che il Paese ha ricevuto da altri paradigmi produttivi basati sul mare: costruzioni francesi su modello e finanziamento tedeschi, artiglierie italo-svedesi, contromisure elettroniche italiane particolarmente efficaci durante la Guerra dello Yom Kippur a fronte della debacle aeronautica, missili israeliani.

Tuttavia è solo dagli anni ’90 che la dimensione navale ha acquistato maggiore importanza, sia per la cura dei rapporti con USA e Turchia, sia per dotare Israele della capacità del secondo colpo nucleare. L’importanza geopolitica del Mediterraneo è stata avvalorata dall’improbabilità che i battelli con la Stella di Davide si avventurino nel Golfo Persico passando in emersione per Suez; molto più concretamente è lecito immaginare uno strike sull’Iran direttamente dal Mediterraneo orientale. 

Non gioca certo a favore di un endorsement navale l’instabilità interna che pure ha permesso l’approvazione del bilancio dopo un lungo periodo, alla luce della convergenza di dinamiche politiche che stanno evidenziando la fragilità dell’esecutivo, la delicatezza dell’ambito interno, l’irrisolta querelle palestinese e lo scontro con Teheran, in un momento in cui si auspicava il più pieno successo degli Accordi di Abramo, grazie anche alla mutevolezza degli scenari trans regionali ed alle difficoltà economiche turche; la visita di Stato del Presidente Herzog ad Ankara nel 2022 è un atto che dimostra di fatto una ricerca di dialogo bilaterale. 

Diventa più comprensibile come e perché la Spianata delle Moschee/Monte del Tempio con la Cisgiordania assurgano così facilmente al ruolo di epicentro sismico ed emotivo dell’attrito israelo-palestinese. Da un punto di vista delle relazioni internazionali, la posta in gioco non consente ad Israele né di emarginare gli USA, indispensabili finanziatori, né di incrinare i rapporti con Mosca, garante della libertà d’azione israeliana sui cieli siriani.

Da non sottovalutare il compito politico affidato al nuovo Capo di Stato Maggiore Herzi Halevi, che dovrà interpretare il ruolo di trait d’union tra un esercito sempre meno di popolo, ed una società poco coesa e polarizzata, aggiungendo alle tradizionali arene palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, a quella iraniana in Siria, a quella libanese, anche l’inedito fronte marittimo, una linea rossa pronta ad elevare l’intensità di uno scontro convenzionale, destinato ad assumere la caratteristica della totalità, peculiarità assente dalle scene belliche israeliane da almeno 40 anni. 

Come accennato, economicamente Israele è quasi del tutto dipendente dalle rotte marittime, la cui salvaguardia diviene di vitale interesse strategico; le tre direttrici da cui è possibile un attacco dal mare interessano Suez, lo stretto di Tiran, le rotte in Mediterranee e nel Mar Rosso, rotte spesso contigue a zone ostili come Libia, Siria e Maghreb. Altra minaccia arriva dalle rotte del Mar Rosso che collegano Israele con l’estremo Oriente, e che toccano Sudan, Arabia Saudita, Yemen e Somalia, con il choke point di Bab-el-Mandeb; le altre direttrici rilevanti per Gerusalemme sono due e si fondano sulla geostrategia di Teheran che guarda sia alla connessione con il Mediterraneo via Iraq, Siria e Libano, sia alla rotta marittima che dal Golfo Persico, attraverso Mar Arabico, Golfo di Aden, Mar Rosso e Canale di Suez, giunge alle acque del Mare Nostrum.

Se nel 2006 la revisione del concetto strategico non ha apportato nessuna modifica significativa contenendo la Marina militare entro dimensioni ristrette e con unità lanciamissili veloci e pattugliatori, adeguati più per una minaccia terroristica che per un conflitto convenzionale, la riforma del 2013 ha puntato sull’ampliamento complessivo della capacità di proiezione in Mediterraneo e nel Mar Rosso, oltrepassando la difesa costiera per volgersi alla più vasta tutela degli interessi nazionali, segnatamente gli energetici, ampliando le capacità d’impiego delle forze navali a tutta la ZEE, includendo i giacimenti Leviathan, Tamar, Dalit, Mari-B, Marine 1 e 2, senza perdere d’occhio le proiezioni navali iraniane e la minaccia portata da Ḥezbollah, Ḥamās e al-Qaida. Attualmente, il rafforzamento della dipendenza russo-iraniana indica una cooperazione strategica che aumenta la minaccia di Teheran con il rischio di una limitazione di azione israeliana in Siria, visto anche il possibile acquisto da parte iraniana del sistema antiaereo russo S400. 

Con la crescita del potenziale energetico marino, le forze navali israeliane sono state dotate del sistema Iron Dome per proteggere le piattaforme off-shore da possibili attacchi missilistici da parte di Hamas e di Hezbollah, che costituirebbero un rimarchevole danno economico e strategico, visto che i giacimenti di gas rappresentano uno dei grandi elementi di mutamento geopolitico mediorientale. 

Del resto l’intelligence israeliana ha da tempo messo sotto osservazione le forze navali di Hamas; eppure, malgrado la paradossalità suscitata da un’organizzazione così piccola, è proprio dal mare che per Gerusalemme arrivano i pericoli peggiori. Approfittando dell’attenzione rivolta sul fronte terrestre e missilistico, Hamas ha plasmato una forza navale capace di colpire le piattaforme offshore con i razzi, ed in grado di disporre di incursori destinati ad azioni di commando. Sono le forze navali a rappresentare l’élite di Hamas, non le batterie missilistiche delle brigate Al Qassam. 

In fondo, benché non ci si pensi spesso, Israele è tra due mari, Mediterraneo e Mar Rosso, cosa che lo rende uno stato medioceanico capace di soddisfare il primo requisito richiesto da Mahan per definire il potere marittimo, ovvero la posizione geografica, con una Zee estesa per 22.000 kmq, con il Mar Rosso nella veste strategica di alternativa a Suez. Nell’area di interesse israeliano si è tuttavia assistito a due fenomeni di particolare interesse, ovvero al rafforzamento dell’asse tra Russia, Iran e soprattutto Turchia, attore imprevedibile e sempre meno avvinto all’Occidente ed alla Nato, ispirato dalla dottrina del Mavi Vatan, la Patria blu, grazie ad una politica del fatto compiuto tesa a rivendicare le riserve di gas naturale di cui è ricca la regione, ed al progressivo collasso economico-politico libanese. È un fatto che le minacce marittime abbiano interessato Mar Rosso, Mar Arabico e Golfo Persico, aree nelle quali Israele e Iran sono impegnati in una guerra coperta che include attacchi e rappresaglie contro petroliere, mercantili e navi da guerra; la soluzione più immediata per vanificare gli attentati alla libertà di navigazione tra Mar Rosso e Mar Arabico consiste nel rafforzamento della cooperazione con Centcom e Quinta Flotta.

Considerando il fatto che tra i paesi dell’area non esistono particolari relazioni commerciali, e data la necessità israeliana di garantire la libertà della navigazione, non si deve sottovalutare l’interesse ebraico alla sicurezza marittima in un contesto in cui lo stesso ambito marittimo si configura come uno spazio a più dimensioni e comunque utile ad allontanare, con la sua profondità, qualsiasi rischio dal nucleo continentale

È stato inevitabile che i paesi più piccoli rimodellassero le loro strategie in modo da consentire l’integrazione con il sistema globale; Israele ha tutt’ora bisogno di una strategia marittima strutturata tale da adattarsi alle sue esigenze peculiari, una lacuna avvertita in tutti gli aspetti legati alla costruzione del potere navale, una mancanza che ha influito sui processi decisionali sul campo, condizionati da un pluridecennale contenimento degli investimenti, altrimenti necessari per favorire l’approccio multidominio, la modularità e la formulazione di alleanze in cui gli Stati membri sostengono la realizzazione degli interessi statunitensi anche se gli USA concentrano la loro attenzione su altre regioni.

Si può dire che la dottrina militare israeliana si stia orientando verso l’esportazione del conflitto entro il perimetro nemico, ritagliando conquiste territoriali ed intervenendo con raid aerei e azioni di commandos. Di rilievo la tattica volta a frammentare il fronte antagonista con paci separate secondo linee settarie e tribali (Piano Ynon), esaltando la natura asimmetrica della cultura bellica israeliana, capace di coniugare potenza convenzionale e capacità di deterrenza.  

Israele potrebbe assumere un ruolo determinante nella realizzazione di questa strategia, dato che gli Accordi di Abramo, con la cooperazione militare USA-Israele traslata al Comando Centrale (CENTCOM), lo pongono come un attore chiave nella creazione di un’alleanza navale guidata dalla Quinta Flotta. Gerusalemme, con le sue forze navali, può rivelarsi un partner utile grazie alle sue capacità di intelligence, al rapido dispiegamento delle forze subacquee; le industrie della difesa sono all’avanguardia tecnologica nella sistemistica navale e rivestono un ruolo rilevante nell’ambito di possibili e più approfonditi accordi. 

La Forza Navale di Tel aviv schiera unità di superficie di dimensioni relativamente ridotte come le corvette classe Sa’ar 5, mentre i sottomarini classe Dolphin (U-214 tedeschi modificati su specifiche israeliane) possono lanciare missili da crociera Popeye equipaggiati con testate nucleari. Malgrado l’assenza di portaerei, di aviazione navale, di unità d’altura, di navi d’assalto anfibie (LHD e LPD), la Marina riesce a garantire l’apertura delle vie di rifornimento marittime e la protezione litoranea del Paese. Operando su sponde non collegate, la Marina opera nel Mediterraneo attraverso i porti di Ashdod e Haifa, e nel Mar Rosso dal porto di Eilat. Nonostante non esista un corpo specializzato di marines, Israele può contare su Unità di comando subacqueo (Shayetet 13). Il core della flotta è costituito dalle Sa’ar con il sistema elettronico Elisra ECM/ESM, supportate da aerei da ricognizione marittima ed elicotteri utilizzati con compiti SAR. Nominalmente, Sa’ar 5 e Dolphin aggiornati consentono alla Marina di operare fin sotto le coste libiche, fermo restando il supporto assicurato dalle motovedette Super Dvora MkII

In servizio è da annoverare anche il drone telecomandato Sea Knight, in grado di pattugliare fino a 12 ore ininterrottamente, e dotato di mitragliatrici telecomandate. Nel 2017 è stato annunciato l’acquisto dagli USA di 13 cannoni navali da 76 mm da installare sulle unità israeliane. La prima delle quattro corvette Sa’ar 6 (battezzata Magen) è arrivata alla base navale di Haifa nel gennaio 2021. Le unità, dotate di due sistemi di difesa aerea, Iron Dome e il Barak 8, sono equipaggiate con sistemi in larga parte di origine israeliana. La classe è dotata di armi VLS con un cannone da 3 pollici a prora e con due sistemi di armi telecomandate Typhoon di calibro più ridotto. Di possibile installazione due set di tubi lanciasiluri per la guerra antisom a corto raggio, con un hangar medio per UAV e un ponte di volo per consentire le operazioni di un elicottero MH-60 Seahawk. A centro nave fino a 16 missili da crociera anti-nave (Harpoon o Gabriel israeliani). Il sistema propulsivo del Magen incorpora due motori diesel che assicurano una velocità massima di circa 26 nodi. Nel 2022 Israele e ThyssenKrupp Marine Systems hanno sottoscritto un accordo per l’acquisto di tre sottomarini diesel-elettrici classe Dakar, per i quali il governo tedesco fornirà quasi 680 milioni di dollari sui circa 3,4 miliardi previsti. 

Israele ha dunque optato per una duplice strategia; da un lato gli F-35 che devono assicurare la supremazia aerea, dall’altro il rafforzamento della Marina a cui tocca l’onere della difesa degli interessi strategici in mare e di alleggerire i compiti delle forze di terra. La nuova dottrina israeliana vuole dunque che la nave non sia più solo un mezzo per combattere un’altra unità, ma un sistema d’arma in grado di colpire e proteggere ovunque. Il mare è divenuto nuovo terreno di scontro, dove Iran e Hezbollah dovranno rivedere tattiche e strategie asimmetriche. 

L’esperienza operativa porta a diverse conclusioni; una forza navale ben realizzata è in grado, quanto meno, di rallentare un attacco dalle profondità marine, cosa impossibile per la forza aerea o terrestre. L’aumento di armamenti contribuirà a supportare gli attacchi navali condotti in profondità; per effettuare sbarchi dal mare verso la costa e procedere ad incursioni a breve e corto raggio su obiettivi vicini alle rotte commerciali, sono necessari  mezzi evoluti che coprano la zona senza richiedere necessariamente la copertura aerea. Solo un sistema di comando e controllo basato su mezzi navali può prevenire infiltrazioni terroristiche dal mare verso le coste, poiché solo una forza navale è in grado di identificare correttamente la minaccia dopo aver comunque elaborato i termini della reazione da lanciare. Un’azione supportata dal mare può confinare i nemici nei loro porti assicurando la libertà di movimento marittimo indispensabile al Paese, purché si tenga presente che i cicli operativi navali sono diversi e più lunghi di quelli delle altre Forze Armate. L’Aeronautica, che rimane vitale nella posizione strategica e deterrente israeliana, secondo il Dr. Steinitz, non può mantenere un monopolio di priorità nazionale senza il supporto integrato della Marina.   

Aspetto politico: gli Stati, nel contesto mediterraneo, sono ancora importanti nella costruzione dell’architettura securitaria marittima, visto che per gli USA e la Cina, e in qualche misura anche per la Russia, il Mediterraneo orientale è una regione di confine, ancora lontana dagli interessi prevalenti, mentre per gli attori regionali, difesa della costa e delle linee di comunicazione marittime è un interesse fondamentale. Sotto quest’ottica marine regionali capaci creano opportunità, potendo servire come alleate e concorrenti degli attori globalmente più rilevanti.

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