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Israele, Netanyahu congela la riforma. Il punto con Pietro Baldelli

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Dai primi di gennaio centinaia di migliaia di cittadini israeliani hanno manifestato nelle piazze del Paese contro la riforma della giustizia proposta dal governo Netanyahu. Il leader del Likud ha annunciato il 27 marzo la temporanea sospensione dell’iter parlamentare. La redazione si è incontrata con Pietro Baldelli, Junior Fellow del Centro Studi nonché Visiting Fellow presso l’Università Ebraica di Gerusalemme e dottorando presso l’Università degli Studi di Perugia.

1-Quali aspetti della riforma della giustizia vengono criticati dalla piazza?

Complessivamente viene contestato l’impianto generale della riforma, il cui obiettivo, per la maggioranza, è quello di ristabilire un più giusto equilibro tra i diversi poteri dello Stato, a partire da quello legislativo e quello giudiziario, rifacendosi al principio di “sovranità parlamentare” in vigore nei primi anni di vita dello Stato israeliano, fino all’approvazione delle prime leggi base. Agli occhi delle opposizioni e della piazza, invece, la riforma minerebbe l’indipendenza del potere giudiziario e, in particolare, il ruolo della Corte Suprema, che finirebbe per essere controllata politicamente dall’esecutivo. Nel merito, tre sono i punti di maggiore contestazione. Il primo, l’istituzione di una ovverride clause, attraverso cui il parlamento può “scavalcare” una sentenza di incostituzionalità pronunciata dalla Corte Suprema rispetto a una legge ordinaria, attraverso un voto di maggioranza che ristabilirebbe la legge in questione. Il secondo, una modifica nella composizione e nei poteri della commissione per la selezione giudiziaria, organo attraverso cui passano le nomine dei giudici della Corte Suprema. Se approvata, la riforma darebbe al governo un potere più o meno diretto di nomina dei giudici stessi. Terzo, verrebbe meno il potere di controllo della Corte Suprema sulle così dette leggi base, ovvero le leggi di rango costituzionale.

Un altro aspetto minore contestato riguarda il ruolo dei consiglieri legali dei ministeri, i cui pareri da vincolanti diventerebbero raccomandazioni. Inoltre queste figure diventerebbero di nomina politica, attribuendo al ministro la facoltà di revocare l’incarico.

Al netto delle posizioni di sostegno e opposizione alla riforma in questione, va detto che i problemi dell’assetto istituzionale e dell’equilibrio dei poteri in Israele sono ben più profondi, traendo origine dall’assenza di una costituzione, non approvata in seguito alla fondazione dello Stato di Israele nonostante il primo parlamento eletto fungesse anche da assemblea costituente. L’assenza di una costituzione, sostituita dalle così dette “leggi base”, di rango costituzionale, è divenuto un problema prioritario soprattutto a partire dalla rivoluzione costituzionale degli anni novanta quando, l’attivismo della Corte Suprema e in particolare del suo presidente Aharon Barak, ha portato a un rafforzamento dei poteri della corte per via giurisdizionale. Diverse sentenze di quegli anni sono passate alla storia per aver modificando il rapporto tra poteri dello Stato, a partire da quella del 1995 sul caso “Hamizrahi Bank”, con cui per la prima volta la Corte ha riconosciuto alle leggi base lo status di leggi costituzionali, attribuendo conseguentemente alla Corte un potere di verifica di “costituzionalità” su tutte le leggi ordinarie votate dal parlamento su cui, nei decenni precedenti, si era astenuta dall’intervenire. Come dichiarato dal leader dell’opposizione, Yair Lapid, solo l’approvazione di una carta costituzionale potrà risolvere in maniera definitiva una divisione profonda che attraversa la società, la politica e le istituzioni dello Stato israeliano, in balia di un senso di incompiutezza. 

2-Come ha risposto Netanyahu alle proteste? Vi sono tensioni all’interno della maggioranza?

L’iter parlamentare della riforma è iniziato all’inizio di gennaio 2023 e, quasi in concomitanza, sono iniziate le manifestazioni di protesta, che si sono protratte fino ad oggi – le principali manifestazioni hanno coinvolto Tel Aviv e Gerusalemme. In questa lunga fase Netanyahu non ha mai mostrato una volontà di dialogo né con i partiti politici di opposizione che siedono in parlamento, né con tutte quelle realtà della società civile così come del mondo della sicurezza che si sono pronunciate contro la riforma. L’apice dello scontro si è registrato in seguito ai ripetuti, e insoliti, interventi del presidente della Repubblica Herzog, che a partire dall’inizio di febbraio si è rivolto più volte alla maggioranza e all’opposizione per invitarli a un dialogo sul tema della riforma, pronunciandosi anche in discorsi alla nazione.

Attribuirei questa ritrosia di Netanyahu al dialogo soprattutto alla volontà di non indebolire la tenuta della maggioranza che sostiene il suo governo, fatto di tre anime della destra israeliana molto diverse tra loro, e quindi in potenza confliggenti. Da una parte c’è il Likud, di cui Netanyahu è leader, espressione di una destra laica liberal-conservatrice. Poi vi sono due partiti, Shas e UTJ, espressione dell’ebraismo ultra-ortodosso, sempre più influente anche in termini sociali, per la sua crescita demografica. E infine tre partiti dell’area del sionismo religioso – il partito sionista religioso, Otzma Yehudit e Noam – le fazioni più estreme su diversi temi, compresi quelli della giustizia. Netanyahu si è visto costretto, per la prima volta, a un passo indietro sull’iter della riforma solo nella notte tra il 26 e il 27 marzo quando, dopo la decisione di licenziare il ministro del Difesa Gallant che si era appellato a una sospensione della riforma per non mettere in pericolo la sicurezza nazionale del Paese, si è assistito a proteste di massa durate tutta la notte e all’annuncio dello sciopero generale da parte dell’Histadrut, la potente organizzazione sindacale israeliana, il quale ha causato una paralisi del Paese, con la chiusura persino dell’aeroporto. 

È proprio con le tensioni interne alla maggioranza che Netanyahu ha dovuto fare i conti anche in queste ultime ore, per convincere tutti i leader delle forze di maggioranza a sospendere l’iter della riforma, pronto per la seconda e terza lettura in parlamento, ed evitare di scivolare verso “la guerra civile” come lo stesso Netanyahu ha affermato pubblicamente. Il più critico si è rivelato Itamar Ben-Gvir, leader di Otzma Yehudit e ministro della pubblica sicurezza, che per non ritirare la fiducia al governo ha preteso l’istituzione, sotto la sua autorità, di una guardia nazionale, una nuova forza di sicurezza. La riforma è in questo momento sospesa, ma nei prossimi mesi, dopo la pausa dei lavori parlamentari di Pesach, è probabile che il tema torni a mettere in crisi la tenuta della maggioranza. Inoltre, resta da capire se il dialogo politico guidato dal presidente Herzog già in queste ore possa portare a un compromesso tra maggioranza e opposizione. I principali leader dell’opposizione, da Lapid a Gantz, si sono resi disponibili al dialogo, ritenendo tuttavia non totalmente sincera la proposta di negoziato avanzata dal primo ministro. Altri hanno espresso maggiori riserve. Per esempio Lieberman ha parlato di “trappola tesa da Netanyahu”, non credendo alla buona fede del primo ministro e decidendo, per il momento, di non partecipare al negoziato mediato da Herzog. 

3-Qual è stata la reazione dei principali alleati di Israele, a partire dagli Stati Uniti?

Gli Stati Uniti e alcuni dei partner europei hanno espresso preoccupazione per le tensioni interne che la proposta di riforma ha generato in queste settimane. Non c’è stato un appello esplicito e pubblico contro la riforma da nessuno dei partner occidentali di Israele, che tuttavia hanno manifestato la propria preoccupazione per la tenuta democratica del Paese durante i viaggi di Netanyahu all’estero o tramite i canali diplomatici. In queste settimane Netanyahu ha visitato più volte l’Europa, dove in particolare hanno manifestato questa posizione il presidente francese Macron, il primo ministro tedesco Scholz e il primo ministro britannico Sunak, durante i rispettivi bilaterali con Netanyahu. Usando toni e parole diverse, tutti hanno invitato la controparte israeliana a salvaguardare la democrazia israeliana. 

La posizione dell’amministrazione Biden è del tutto peculiare. Nel corso di queste settimane ha più volte tenuto contatti telefonici con Netanyahu a cui, come emerge dai comunicati pubblicati dalla Casa Bianca, ha manifestato riserve sulla riforma in discussione, appellandosi ai comuni valori della democrazia e dello stato di diritto che legano Stati Uniti e Israele. Dall’altro lato, tuttavia, ha cercato di non aprire un confronto diplomatico aperto, preferendo limitare le critiche pubbliche al governo israeliano. È tuttavia evidente che la riforma sostenuta dal governo israeliano stia rappresentando, insieme ad altri dossier come quello israelo-palestinese, un motivo di frizione con l’attuale governo israeliano. Diversi sembrano i toni utilizzati da Biden delle ultime ore, successivi alla sospensione dell’iter della riforma, che dimostrano come Washington abbia intenzione di spingere la maggioranza al dialogo intessuto da Herzog – in questi mesi vero interlocutore di Biden – ora che la riforma è sospesa. Il 28 marzo, parlando ai cronisti prima di salire sull’Air Force One, Biden ha rimarcato la propria preoccupazione, dichiarando che «non possono continuare su questa strada», riferendosi ai partiti di governo.

Il presidente americano ha anche tenuto a sottolineare, a dispetto delle indiscrezioni, che non è previsto un invito per Netanyahu alla Casa Bianca nel prossimo futuro, quasi a rimarcare ulteriormente la distanza. Il primo ministro israeliano ha risposto con un duro comunicato pubblicato in piena notte, in cui ha affermato che «Israele è un Paese sovrano che prende le sue decisioni seguendo la volontà popolare e non sulla base di pressioni provenienti dall’estero, compreso dai migliori amici». È evidente che la tensione tra i due alleati in queste ore possa salire. Se su fronti come quello del nucleare iraniano sembra che le frizioni tra Israele e Stati Uniti stiano diminuendo, complice la momentanea chiusura della finestra diplomatica per la firma di un nuovo JCPOA e il sostegno iraniano alla Russia nella guerra d’aggressione in Ucraina, sul fronte interno israeliano le tensioni con Washington non sono prossime a una cessazione. 

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