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22/07/2023
Medio Oriente e Nord Africa

Per lo Stato ebraico l’attesissima venuta dell’impero è ancora lontana

di Ermelinda Pugliese

Nato laico, mosso da ideali socialisti e nella netta separazione tra politica e religione, lo Stato d’Israele si espande per farsi spazio imperiale. Canone che esige estensione temporale e territoriale sulle cui basi si edificano i meccanismi di controllo del ceppo prevalente sui sottoposti.

Nato laico, mosso da ideali socialisti e nella netta separazione tra politica e religione, lo Stato d’Israele si espande per farsi spazio imperiale. Canone che esige estensione temporale e territoriale sulle cui basi si edificano i meccanismi di controllo del ceppo prevalente sui sottoposti.

Il 14 maggio 1948, dal museo dell’arte di Tel Aviv, sotto un grande ritratto di Theodor Herzl, Ben Gurion decretava la nascita dello Stato d’Israele sui versi dell’Hatikvà (la Speranza), inno del movimento sionista. La dichiarazione d’indipendenza richiamava i valori di libertà, giustizia sociale, democrazia, statuendo l’eguaglianza di diritti di tutti i cittadini, arabi compresi.

Dire popolo di Israele non è lo stesso che dire popolo israeliano. Le due espressioni rappresentano realtà diverse. La prima è quella della collettività del popolo ebraico, composto da ebrei residenti in tutto il mondo, cittadini di molti Paesi tra cui Israele stesso. La seconda, l’insieme dei cittadini israeliani, molti dei quali, ma non tutti, ebrei. Otto anni fa, in occasione della Conferenza di Herzlyia, il presidente Reuven Rivlin per evidenziare le spaccature in seno al paese, spiegò che la società israeliana consiste di quattro tribù. Gli ebrei laici, principalmente askenaziti di origine europea, forza trainante elitaria della fondazione dello Stato; i nazionalisti-religiosi, vale a dire i sionisti religiosi, per lo più originari di Paesi islamici; gli ultraortodossi o Haredim, obbedienti alle disposizioni dei rabbini; e su tutte ultima, la tribù degli arabi israeliani che in molti si definiscono palestinesi con cittadinanza israeliana. 

Per  lo Stato ebraico il 2023 è iniziato all’insegna delle proteste.

A capo dell’esecutivo dallo scorso dicembre, il primo ministro Benjamin Netanyahu torna sul proscenio con uno dei governi più a destra della storia nazionale e la proposta di una riforma della giustizia che indebolirebbe l’indipendenza della Corte Suprema israeliana, baluardo del sionismo laico, sottoponendola al controllo del potere politico. Due le proposte più controverse. Una prima modifica consentirebbe alla Knesset, il parlamento israeliano, di ribaltare le decisioni della Corte con una maggioranza semplice di 61 voti sui 121 seggi. Una seconda modifica interverrebbe sulle modalità di selezione degli stessi giudici che siedono nel tribunale supremo. Attualmente i magistrati vengono scelti da un panel indipendente, formato da figure politiche e giudici già al servizio nella Corte. La riforma attribuirebbe maggior potere al governo incrinando il principio di parità sancito oggi. Socio dei suoi vecchi nemici, Netanyahu brandisce una discutibile riforma per scampare l’oblio, se intesa come anticamera di leggi ad personam.

La proposta è originata dalla nuova coalizione di maggioranza su cui poggia l’esecutivo presieduto da Netanyahu e composto dal Likud, dal conservatore Partito religioso sefardita (Shas), dall’utraortodosso Ebraismo della Torah unito e dagli estremisti del Partito sionista religioso, di Potere ebraico  e Noam. Reiterate proteste dall’esordio del nuovo anno spingono il primo ministro a sospendere, per ora, l’iter legislativo sulla riforma, percepita come foriera di un cedimento dello Stato laico e democratico a beneficio di una sorta di regime religioso e autoritario. Lo scontro in atto per il futuro di Israele oppone sostanzialmente due schieramenti, la componente religiosa e i sionisti laici. La prima, in piena ascesa demografica, auspica il primato della religione sulla politica, la seconda il primato di Medinat Ysrael su Eretz Ysrael, cioè dello Stato sulla Terra d’Israele, esemplificativa della vocazione all’unità che trova la sua legittimazione nella Torah e nella tradizione dei Padri. Dunque del carattere secolarizzato su quello religioso.

In piazza a protestare contro la riforma con migliaia di riservisti delle forze armate (Tsahal),  è scesa la componente laica del paese, che fa riferimento al gruppo sociale fondativo dello Stato, gli askenaziti di origine europea, prevalentemente sionisti laici. Critica verso la politica degli insediamenti in Cisgiordania e a favore dell’indipendenza della magistratura. Preoccupata che il confine vacillante tra politica e giustizia segnalato dalla riforma decurti gli investimenti esteri nel settore tecnologico.

Con istituzioni educative e assistenziali separate, gli ultraortodossi non si riconoscono nello Stato nato dalla lotta sionista in cui pure si ridefinirono scampato l’Olocausto e alcuni dei loro maggiori insediamenti sono a ridosso dei territori occupati. Indispensabili nella composizione del nuovo governo di Netanyahu, Shas e Ebraismo della Torah unito, rappresentanti gli ultraortodossi sefarditi e askenaziti, puntano a rendere inoppugnabile lo statuto speciale di cui questi godono, dallo stanziamento di stipendi per chi sceglie di proseguire gli studi religiosi all’esenzione dalla leva militare. E chiedono ulteriori garanzie, come l’estensione delle competenze dei tribunali rabbinici. Misure per la cui attuazione una Corte Suprema autonoma, bastione del secolarismo giuridico e sedativo dei precetti dell’ebraismo, risulterebbe d’impaccio.

I nazionalisti religiosi costituiscono la maggioranza di quanti si sono trasferiti in Cisgiordania. Le loro frange più estreme sono confluite in vere e proprie milizie private persecutorie ai danni dei palestinesi. Per il ministro delle finanze Bezalel Smotrich, leader del Partito sionista religioso, esponente di questa tribù e fautore dell’occupazione manu militari della Cisgiordania, i palestinesi non esistono.

Per ultraortodossi e nazionalisti religiosi, divisi sulle interpretazioni della legge ebraica, Halakhà, la Torah dovrebbe essere l’occhio onniveggente sopra la divisione dei poteri. Chiedono che i territori occupati vengano rimessi alle autorità civili, ossia religiose, appaiate ad una speciale milizia che Netanyahu ha assicurato di costituire nella disposizione di una Guardia Nazionale deputata a contrastare il terrorismo e a ripristinare ordine e disciplina ove necessario. Guidata da Itamar Ben-Gvir, ministro per la Sicurezza nazionale e leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit (Potere Ebraico). Nel 2018 l’approvazione della “Legge base: Israele come Stato-nazione del popolo ebraico” ha autentificato il dominio del ceppo ebraico sulla minoranza araba, sì da scongiurare un rafforzamento del legame tra questa e i palestinesi di Gaza e Cisgiordania. Dal 1967, a seguito della guerra dei Sei Giorni, fra i cittadini arabi israeliani emergevano due tendenze. Una verso la israelizzazione, aspirazione ad essere parte integrante dello Stato d’Israele, l’altra verso la palestinizzazione, che si essenzializza nel sentimento di appartenenza nazionale al popolo palestinese. Propensioni coesistenti tuttora.

Contro la riforma del governo si schiera anche una buona parte degli arabi israeliani, essenzialmente pronipoti di quei palestinesi rimasti nella loro terra alla fine della Naqba (1948), angustiati per i palestinesi sotto il controllo di Israele in Cisgiordania. Indicata coi nomi biblici di Giudea e Samaria, ultraortodossi e nazionalisti religiosi sono convinti che abitarla esaudisca il volere di Dio e favorisca l’attesa venuta del Messia.

I palestinesi delle aree B e C, assegnate la prima ad un’amministrazione congiunta e la seconda a Israele dagli Accordi di Oslo, possono ancora adire la Corte Suprema contro gli abusi e le confische illegali di terre. Un suo indebolimento in favore della Knesset potrebbe equivalere a facilitare nuove strette contro la popolazione palestinese.

Per farsi impero Israele non può rinunciare ad incamerare territori. La corrente lotta intestina si lega al desiderabile spazio palestinese che espone il Paese ai pericoli esterni mantenendolo in un cul-de-sac, tra arabi,  persiani e neo-ottomani.

Per ghermire spazio e difendersi dalle insidie regionali sarebbe sconveniente per Israele fingersi difensore della causa semita. I palestinesi, come gli ebrei figli di Sem, giammai dipenderebbero da un esecutivo ebraico. Forzare la mano significherebbe produrre l’ennesima tragedia umana.

Nel 2020 Nethanyau incorniciava la campagna elettorale intorno alla promessa di allargare il perimetro nazionale all’area C risalente agli accordi di Oslo. L’annessione fu bloccata dagli americani convinti che la mossa avrebbe impedito ai regnanti sunniti di siglare gli Accordi di Abramo (agosto 2020) utili a quietare le ostilità tra arabi e israeliani, riannodando tra loro gli attori regionali col filo d’oro del contenimento anti persiano. 

Corredato di superbe capacità belliche, pure lo Stato ebraico non può rinunciare alla protezione militare e diplomatica statunitense. Washington potrebbe aumentare la pressione sul governo israeliano affinché attutisca i punti più dibattuti della riforma che, ripudiando l’impianto democratico del Paese, ne accentuerebbe le faglie, sì da sfibrarlo nel ruolo indispensabile di perno del contenimento ai danni dell’Iran, che Israele considera una minaccia esistenziale.

Ardito nel proposito di annientare il programma di arricchimento dell’uranio persiano, il premier israeliano è riluttante al rilancio del JCPOA siglato nel 2015, in base al quale, alla rinuncia degli ayatollah a pretese di dominio, avrebbe fatto seguito un allentamento del regime di sanzioni. Ciò che vorrebbe Israele, per abbattere la manticora persiana, socia di Damasco, referente di Hezbollah nel Libano meridionale, sponsor della causa palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Con risvolti anti-iraniani anche la costituzione della Middle East Air Defence Alliance (MEAD), alleanza dichiarata dal Ministro della Difesa israeliano Benny Gantz con i Paesi limitrofi.

Sulle sponde del Golfo Persico e nel cuore del Medio Oriente, coabitando o combattendosi, si tengono testa le due principali famiglie musulmane, la sciita e la sunnita. Con referente geopolitico della prima Teheran, della seconda Riyad.

L’Arabia Saudita, epicentro dell’ecumene araba, e lo Stato ebraico non si riconoscono, ma hanno stigmatizzato il regime degli ayatollah come nemico comune.

Eppure lo scorso marzo, tramite accordo mediato da Pechino, Riyad e Repubblica islamica hanno ristabilito  le loro relazioni diplomatiche.

Mentre rafforza le sue capacità militari, il regno di casa Sa’ud, riprende a dialogare con Teheran, sperando che interrompa l’appoggio agli houthi in Yemen, e mira ad una stabilità regionale utile alla diversificazione economica ben oltre il petrolio. L’Iran, estenuato dalle rivolte popolari, prova a rilegittimarsi sul piano internazionale, è conciliante con i sauditi per allentare le maglie del fronte ostile e dissuadere il governo israeliano ad agire verso l’attacco preventivo contro i siti nucleari iraniani. Memori i persiani dell’attacco alla centrale nucleare di Natanz (2021) e dei tentati sabotaggi all’impianto di Fordow.

Dalle rive del Mar di Levante, futuribile soggetto autoritario mediorientale o ‘solitaria democrazia’ occidentalista, Israele si ostinerà a ripararsi da se stesso e dall’Impero persiano. All’ombra di Teheran che deciderà alla bisogna la convergenza dei propri interessi con quelli di un vicinato affaticato dalla competizione e lacune strutturali, ancora sedotto dal riverbero delle fanfare statunitensi. Sembrerebbe dunque che per lo Stato ebraico l’attesissima venuta dell’Impero sia ancora lontana.

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