Israele, il paese degli unicorni

Secondo i dati della Banca Mondiale, la pandemia ha provocato una decrescita economica globale pari a circa l’8%. Tuttavia, l’impatto non è stato uguale in tutti gli Stati. Israele, avanguardia della campagna di vaccinazione, rappresenta anche uno dei pochi esempi in cui la resilienza dell’economia ha attenuato gli effetti delle restrizioni sanitarie. Come è possibile? Abbiamo chiesto a Jonathan Pacifici, venture capitalist italo-israeliano e autore del libro “Gli unicorni non prendono il corona”, di guidarci all’interno del mondo delle società high-tech dello Stato ebraico.

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Q: Non possiamo non partire dal titolo del libro da lei scritto e recentemente pubblicato. Cosa sono gli unicorni? Perché Israele viene da lei definito il paese degli unicorni? Quali sono le statistiche e i dati più significativi?

A: Unicorni è il termine con il quale si indicano le società private che hanno raggiunto una valorizzazione superiore al miliardo di dollari. Il termine è diventato un punto di riferimento universale nel mondo della tecnologia e uno status di grande prestigio. Si tratta evidentemente di un traguardo assolutamente arbitrario, ci sono società interessantissime con valori inferiori, eppure gli unicorni sono diventati sinonimo ultimo del successo. È un modo per misurare il momento in cui una startup diventa davvero una mega-azienda. Per avere una misura dello stato dell’arte del Silicon Wadi nell’annus horribilis 2020, basti pensare che delle 45 società israeliane che hanno raggiunto lo status di ‘unicorno’, 15 si sono aggiunte alla lista nell’ultimo anno. Siamo oltre il 10% degli unicorni a livello globale.  Questo si inserisce nel più ampio contesto del mercato tech israeliano in generale. Secondo i dati IVC-ZAG le startup israeliane hanno raccolto $ 10,6 miliardi nel 2020, superando la soglia psicologica dei 10 miliardi e battendo tutti i record nonostante la pandemia globale senza precedenti che ha devastato l’economia mondiale. Si tratta di un incremento di oltre il 20% rispetto al 2019 e il capitale versato alle aziende locali è più che triplicato in soli sei anni. Parliamo solo di investimenti: il conto delle quotazioni, acquisizioni e fusioni è ancora da fare ma sarà ancora una volta astronomico. Nel 2019 il valore degli exit è stato di $21,74 miliardi.

Q: Che ruolo hanno giocato gli unicorni nel processo di trasformazione e crescita dell’economia israeliana? Come descriverebbe l’interazione fra privato e pubblico all’interno dell’economia israeliana? La trasformazione ed evoluzione delle piccole imprese è nata dal basso o è stata guidata dall’apparato statale?

A: Tutto il comparto tech è oggi la locomotiva del sistema paese Israele. Israele oggi è questo. Un paese incubatore a cielo aperto nel quale tutti remano per migliorare la vita di milioni di persone nel mondo a cominciare da sé stessi con soluzioni innovative che impattano la vita di tutti. Il comparto tecnologico ha abituato la popolazione all’eccellenza. Ad avere aziende che sono il top in ciò che fanno. Paradossalmente, l’esperienza del privato ha fatto si che la gente domandasse lo stesso livello di servizio anche nel pubblico. Non sempre ci si riesce anche se sono stati fatti enormi passi in avanti. Le infrastrutture sono un chiaro esempio. Oggi il governo investe in maniera ragionata sulle opere strategiche del paese. Non sempre nei tempi e nei budget ma il trend è certamente in miglioramento. Per il resto il pubblico resta fuori dal mercato ed è un bene. Lo Stato in passato ha creato le condizioni ma il drive è sempre stato quello degli imprenditori come è giusto e normale che sia. Paradossalmente è il paese che usa il comparto tecnologico. È stato coniato il termine ‘technology-diplomacy’. La tesi di Nethanyau è che la tecnologia sta rivoluzionando il mondo ed Israele come leader tecnologico può utilizzare le relazioni commerciali basate sulle nuove tecnologie per ridisegnare la mappa delle sue alleanze. Sta già accadendo con i paesi africani e più recentemente con gli Accordi di Abramo.

Q: Come valuterebbe la risposta sanitaria ed economica di Israele dinnanzi alla crisi pandemica? Che ruolo ha giocato la tecnologia in questa partita contro il Covid ?

A: In Israele, il governo ha chiuso le frontiere in tempi utili ed imposto un rigoroso lockdown. Non sono mancati errori e problemi ma il paese in generale se l’è cavata relativamente meglio che altrove. Al pari della maggior parte dei paesi anche in Israele la vita è stata rivoluzionata dal virus ma il tasso di mortalità è stato significativamente più basso che altrove (0,8% con 39,98 morti su 100.000 persone contro il 3,5% e 127,9 morti su 100.000 persone in Italia).  Ciò che è già chiaro è che quando si scriverà la storia di questa pandemia emergeranno alcuni punti fondamentali che hanno premiato il modello israeliano. In primis, un sistema sanitario di assoluta eccellenza che prende il meglio della centralizzazione nazionale e della copertura capillare in mano alle quattro ‘Kupot Holim’, HMOs (Health Maintenance Organizations). Si tratta di quattro mutue non-profit in concorrenza tra di loro. Ogni cittadino israeliano, tramite il sistema di previdenziale nazionale, ha una copertura base integrabile da servizi aggiuntivi a pagamento. Al centro di ogni HMO ci sono i dati. Ogni interazione, ogni analisi, ogni visita medica ed ogni ricetta, ogni esame clinico ed ogni acquisto di medicinali è tracciato, registrato e disponibile online e via app per il paziente e per ogni struttura medica nel paese, dal medico di base all’ospedale. Il cittadino ha nel palmo della mano tutta la sua storia medica ma il sistema paese ha la statistica ed il controllo in tempo reale di ciò che succede. Si tratta cioè di una sanità data driven, basata sui dati.

Dai primi giorni della pandemia la tecnologia è stata al centro dello sforzo nazionale. Sul sito del Ministero della Sanità è disponibile in tempo reale un cruscotto con tutti i principali parametri relativi all’andamento dei contagi ed una miriade di altri indicatori rilevanti. I dati esistono sono corretti, affidabili e soprattutto coprono il 100% della popolazione. Pur nella garanzia della privacy, i sistemi informatici sanitari sono integrati con quelli delle forze dell’ordine. Si tratta di una delle grandi lezioni di decenni di lotta al terrorismo. In caso di un evento di sicurezza nazionale con numerose vittime i dati dei vari attori, polizia, vigili del fuoco, esercito, servizi segreti e soprattutto del sistema di pronto soccorso devono potersi parlare. I protocolli sono già rodati da decenni in una piattaforma multi- layer. Quando all’inizio della pandemia è stato necessario il tracking dei contagiati per ricostruire gli spostamenti e contenere la diffusione del virus, lo Shin Bet, il servizio di intelligence interna ha messo a disposizione (seppure con riluttanza) i propri sistemi di analisi originariamente sviluppati per intercettare i terroristi. Questo ha aperto una sana discussione pubblica in parlamento sui limiti dell’uso di tali apparati eppure, bilanciandone l’intrusività con la supervisione del sistema giudiziario, i risultati sono stati importanti. Direi quindi che la tecnologia è stata al centro della risposta del paese.

Q: Tenendo conto dei risvolti degli Accordi di Abramo, pensa che l’apertura dei mercati arabi, specialmente dei paesi più avanzati, possa favorire lo sviluppo del settore delle start-up israeliane? Quali prospetti ci sono?

Ci sono sicuramente aspetti militari e geopolitici in questi accordi ma l’impressione è che sia proprio l’economia ed in particolare la ‘technology diplomacy’ il baricentro di questi nuovi rapporti. L’incontro tra Netanyahu ed MBS a Neom, la megalopoli tecnologica in costruzione a pochi km da Israele, significa che la regione guarda al futuro, agli investimenti ed alla tecnologia. Un nuovo Medio Oriente basato non più sul sogno utopistico di certe cancellerie europee di esportare la filosofia politica di Bruxelles, quanto sulla concretezza di investimenti, tecnologia e progresso. Di sicuro ci sono miliardi di dollari che dal Golfo atterreranno sulle startup israeliane, ma anche acquisizioni, fusioni e JV. Uno degli aspetti più affascinanti è a mio avviso la clusterizzazione economica del medioriente. Amazon, ad esempio, ha annunciato che inizierà a servire i clienti israeliani dagli imponenti hub logistici realizzati negli Emirati. Servizi fino ad ora preclusi al pubblico israeliano, troppo esiguo per chi fa i grandissimi numeri, saranno finalmente disponibili nell’ottica di un’economia di scala che beneficerà tutta la zona. Alcune compagnie aeree del Golfo hanno già stretto accordi per la manutenzione dei loro velivoli nei rinomati centri di assistenza tecnica israeliani. Non devono più arrivare in Europa. Si comincia a parlare di mega progetti regionali. Google ha annunciato che sta studiando un mega collegamento con fibre ottiche che attraversando Arabia Saudita ed Israele unirà Asia ed Europa. È veramente un nuovo Medio Oriente.

Q: Dato il successo degli unicorni, non si potrebbe pensare di esportare il loro business model nel mercato europeo? Oppure crede che le peculiari caratteristiche del modello socioeconomico israeliano rendano inapplicabile l’esperienza altrove? Cosa può apprendere l’Italia dall’esperienza israeliana?

Il problema è che l’innovazione, soprattutto quella tecnologica, necessita di un ecosistema e in Italia questo ecosistema non esiste. Non ci sono i centri di R&D delle grandi multinazionali, non ci sono i fondi di Venture Capital ed anche gli  atenei universitari hanno un approccio molto distante rispetto a quello che forma i ragazzi delle startup israeliane o americane. Quand’anche si veda qualche iniziativa ‘innovativa’ spesso è la pura applicazione commerciale (generalmente in ottica B2C) di tecnologie esistenti. Il vero motore invece sono quelle realtà che si occupano di ‘enabling technologies’ e che cambiano le regole nei rispettivi mercati. È proprio per questo che dico sempre che Italia ed Israele sono complementari. È inutile, come alcuni propongono, cercare di duplicare il modello Israele in Italia, non funziona e non funzionerà. Concentriamoci invece sul competitive advantage che abbiamo. Le aziende israeliane sono assetate di una sponda di mercato. In Israele c’è la tecnologia e l’innovazione, in Italia un’infrastruttura industriale di tutto rispetto. La formula dovrebbe essere: tecnologia israeliana + sistema industriale italiano. Da qui la possibilità di Joint Ventures e collaborazioni industriali e commerciali. È una formula che funziona e che nel medio e lungo termine permette di valorizzare le aziende italiane rendendole più competitive sui mercati globali.

Pietro Baldelli e Thomas Bastianelli,
Geopolitica.info